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La poesia che non teme una normalissima quotidianità


di Paolo Pegoraro*

ROMA, martedì, 20 luglio 2010 (ZENIT.org).- Bambino Gesù (Nottetempo 2010) è un libricino minuscolo, rosso mattone, che sembra fatto a posta per tenerci compagnia sui mezzi pubblici o mentre facciamo la fila, alla cassa o alle poste. È un libricino che sembra fatto a posta per riconciliare con la poesia chi pensa che la poesia non lo riguardi o, peggio, che la poesia non riguardi la vita.

Daniele Mencarelli (Roma, 1974) si è fatto punto d’onore di fare poesia con quello che i più pensano non essere poesia. Cioè traffico, ritardi agli appuntamenti, incidenti stradali, ospedali, sale d’attesa. I tempi morti della vita. Quegli spazi e luoghi e magari volti di tutti i giorni che ormai non riusciamo più nemmeno a percepire, assuefatti come siamo dalla routine.

Daniele Mencarelli la pensa diversamente. Dice che la poesia ha a che fare con la vita proprio perché ci permette di vederla. E riesce a farci sperimentare come pieni di senso anche i momenti più apparentemente vuoti come, ad esempio, gli interminabili ingorghi stradali che molti di noi devono affrontare ogni sera prima del felice e stremato approdo alle mura domestiche.

Milo De Angelis ha notato che la poesia di Mencarelli vive in un intreccio «tra la stanza e l’universo, tra il ticchettio dell’orologio e la musica delle alte sfere». Nei suoi versi il piccolissimo rende presente l’infinito. Lo scontato è la soglia dell’assoluto. Come avviene in questi versi… dove si comincia con il Grande Raccordo Anulare e si approda all’eternità.

È un punto risaputo.

Non c’è mattina del creato

che non ci trovi qui

paralizzati, a noi stessi estranei.

sarà per consuetudine, l’umana pazienza,

ma non vedi mai nessuno tra i presenti

abbandonare l’auto e scappare via

coi propri piedi

per la campagna sovrana circostante,

non più disposto a perdere il suo prestabilito tempo

ogni giorno allo stesso punto, senza senso.

O forse ci nascondiamo che il tempo

nasconde altro tempo,

la vita altra vita.

Come è falsa l’antitesi tra poesia e vita, così pure lo è l’opposizione tra quotidianità ed eroismo. «L’umanità non sembra ma se vedi resiste», scrive Mencarelli in un’altra poesia. Perché tener fede agli impegni quotidiani senza arrendersi allo stillicidio della ripetizione esige la stessa energia interiore richiesta al soldato in trincea per non ritirarsi. Bisogna tenere il posto. Essere lucidi e svegli. Tenere la guardia alta.

La guerra dell’oggi significa strappare terreno alla disillusione. Significa fare memoria dell’innocenza e continuare a credervi, anche se molti possono averla smarrita. Nella terza parte della raccolta, centrata sui ricordi dell’infanzia, questa idea viene detta attraverso l’immagine della neve che – nonostante gli anni trascorsi – continua a sorprendere e incantare:

Quanto era bianca la neve dell’85

e fredda e sconosciuta per noi bambini

come ci trovò splendidamente impreparati

con le buste della spesa legate ai piedi

una camera d’aria per discese mozzafiato.

Qualche volte in altre terre l’ho rivista,

non ci crederai, è rimasta bianca come allora.

Se nell’infanzia perfino le cadute sono «un male / da ridere sulla bocca come un bene», Mencarelli non nasconde però la tragicità dell’esistenza, il suo mistero talora luttuoso, sfuggente e incontrollabile. La prima sezione, che dà il titolo alla raccolta, è ambientata nell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, dove l’autore ha lavorato come operaio. È tra queste mura che l’assurdo sembra sferrare il suo attacco più violento, stringendo d’assedio l’innocenza stessa.

Non occorre citare i Fratelli Karamazov per ricordare la drammatica domanda sul senso della sofferenza dei bambini. Ma in queste poesie – svolta significativa e vincente – Mencarelli non propone una risposta intellettuale: racconta episodi, storie, volti, sentimenti. Le poesie diventano storie in versi, secondo la lezione del Raymond Carver poeta, al quale Mencarelli dedica un omaggio. Ecco allora la solidarietà impensata, l’improvviso sciogliersi di volti induriti, il grido di protesta, la gioia che infiamma i guariti, l’abbraccio e il pianto che accomunano miserabili e ricchi, la processione inarrestabile delle piccole bare bianche.

C’è il mistero della fede e di chi ha «il vizio / di bestemmiare per amore delle cose». C’è perfino l’umorismo che si affaccia nonostante tutto e la creatività che non si arrende: un bambino realizza un collage artistico con garze, ovatta idrofila, tubicini e mascherine. Altri volti dell’umanità che eroicamente resiste, soccombe e ancora resiste alle sferze del dolore, impartita a tutti – credenti e non credenti – con equanime generosità.

Dov’è Dio? Perché tutto questo viene inflitto ai più piccoli? Mencarelli non filosofeggia, suggerisce e accenna con il pudore infinito del testimone, quello di chi ha toccato con mano piaghe aperte e l’ha ritratta macchiata di sangue. Scriveva Nikolaj Berdjaev in Schiavitù e libertà dell’uomo (Bompiani 2010) che «il problema della teodicea è insolubile per il pensiero oggettivante, che si muove nell’ordine oggettivo del mondo: lo si può risolvere solo sul piano esistenziale, in cui Dio si rivela come libertà, amore e sacrificio, in cui soffre e lotta con l’uomo contro l’ingiustizia e le intollerabili sofferenze del mondo».

Davanti al dolore il pensiero è inerme. Il dolore è personale e per essere convincente una risposta deve essere altrettanto personale, fatta nervi e sangue. Dov’è Dio? Dio è là dov’è disposto a stare l’uomo…

Avevo un pavimento da lavare

io che prendo tutto come una missione

anche questo lavoro da tanti disprezzato,

affrettai ancora di più la marcia

sul corridoio di marmo lucidato.

Andavo incontro a due ragazzi

il figlio in braccio mi dava le spalle

loro ci giocavano e lui rideva,

gli fui davanti proprio mentre si girava,

perdonami per la durezza delle parole,

di un bambino aveva il corpo

ma il viso quello di un mostro

sotto gli occhi niente naso niente bocca

solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte

la pietà o forse il disgusto,

quasi correndo abbassai la testa,

ma già avevo la certezza

che di lì a poco l’avrei rivisto

per quel passaggio a me obbligato.

Persi tanto tempo nelle mie faccende

prima di andare mi augurai la loro assenza

poi via sul corridoio di marmo lucidato;

il caso me lo presentò ancora di spalle

ancora preso dai suoi giochi divertiti,

a farlo ridere così di gusto

non erano stavolta i genitori

ma un’anziana suora

distante un palmo dall’orribile viso,

vidi il sorriso di lei e le sue parole:

“ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio

non riuscivo a crederla bugiarda,

poi una chiarezza si fece strada,

quegli occhi opachi di vecchia devota

guardavano un punto oltre l’orrore

lì c’era solo un bambino che giocava.

———–

*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L’Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.

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