Dona Adesso

Aureus, Augusto (17/16 a.C.) / Wikimedia Commons - Siren-Com, CC BY-SA 3.0

La moneta di Dio, di mons. Francesco Follo

Lectio divina sulle letture della XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 22 ottobre 2017

Rito Romano

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – 22 ottobre 2017

Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5; Mt 22,15-21

Rito Ambrosiano

At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

Domenica I dopo la Dedicazione – ‘Il mandato missionario’

1) Le tasse allo Stato, l’uomo a Dio. 

Il contesto del Vangelo di questa 29° Domenica è il dibattito di Gesù con i farisei e gli erodiani, che gli tendono una trappola, facendogli una domanda sul tributo da pagare ai romani. Sotto l’apparenza di fedeltà alla legge di Dio o a quella dell’Imperatore romano, costoro cercano motivi per accusarlo. Se alla  loro domanda: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?”, Gesù rispondesse dicesse: “Dovete  pagare”, potrebbero accusarlo, insieme al popolo, di essere amico dei romani.  Se il Messia desse come risposta: “Non dovete pagare”, potrebbero accusarlo, presso con le autorità romane, di essere un rivoluzionario. Insomma, lo vogliono mettere in una situazione che i farisei pensano che sia senza uscita. Invece, Cristo trova una via di uscita rispondendo alla questione del tributo a Cesare con un sorprendente realismo politico. La tassa va pagata all’imperatore perché  l’immagine sulla moneta è la sua. Ma, l’uomo, ogni essere umano, porta in sé l’immagine di Dio e, quindi, è a Lui, e a Lui solo, che ognuno deve “pagare” il tributo perché gli è debitore della propria esistenza.

Nella sua risposta : “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”,  Cristo non resta al solo piano politico ma afferma chiaramente che ciò che più conta è il Regno di Dio. Le parole di Cristo illuminano la linea di condotta del cristiano nel mondo. La fede non gli chiede di emarginarsi dalle realtà temporali, anzi diviene per lui uno stimolo maggiore perché si impegni con laboriosa generosità nel trasformarle dall’interno, contribuendo così all’instaurazione del Regno dei cieli.

Dunque, se la prima riflessione che nasce dalla lettura del Vangelo di oggi è che il Messia non contrappone lo Stato a Dio e dice di contribuire al bene comune anche pagando le tasse, perché il convivere richiede solidarietà, la seconda riflessione che mi viene alla mente è che la frase “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”  non solo non contrappone Cesare a Dio (o l’uomo o Dio), ma neppure lo giustappone Cesare a Dio (e l’uomo e Dio), ma è come se dicesse “Date all’uomo quello che è dell’uomo, così che possa sentire e vivere la gioia di dare a Dio quel che è di Dio”.

Riferendosi all’immagine di Cesare impressa sulla moneta, di cui i farisei egli erodiani parlano, Gesù ricorda a loro come a noi che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, che se a Cesare spettano i loro tributi, a Dio appartiene la loro vita. Gesù parte dal dovere di restituire il denaro a Cesare, la cui immagine è impressa sul metallo per arrivare all’obbligo di restituire l’uomo a Dio, la cui immagine è “impressa” nella natura umana. E’ giusto rendere  a Cesare il denaro con la sua immagine, è giusto e doveroso rendere a Dio l’uomo, fatto a Sua immagine.

Proponendo queste riflessioni mi metto nel solco dei Padri della Chiesa, uno dei quali scrisse: “L’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità … Pertanto da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato … Cesare, infatti, ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, ma Dio ha scelto l’uomo, che egli ha creato, per riflettere la sua gloria” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, Omelia 42). E Sant’Agostino ha utilizzato più volte questo riferimento nelle sue omelie: “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta – afferma -, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?” (Ennarrationes in Psalmos, Salmo 94, 2). E ancora: “Come si ridà a Cesare la moneta, così si ridà a Dio l’anima illuminata e impressa dalla luce del suo volto … Cristo infatti abita nell’uomo interiore” (Ibid., Salmo 4, 8). Perché l’uomo non solo non è riducibile alla materialità ma, anzi, proprio quella spirituale costituisce la dimensione prevalente di ogni esistenza.

2) Restituire l’uomo a Dio.

Comandando di versare il tributo a Cesare, Gesù Cristo riconosce il potere civile e i suoi diritti, ma in modo altrettanto chiaro ricorda che si devono rispettare i superiori diritti di Dio (cfr Dignitatis humanae, 8). Dicendo: “Rendete a Dio quel che è di Dio”, il Messia insegna chiaramente che ciò che più conta è il Regno di Dio.

Quindi, se da una parte, alla luce del Vangelo, che racconta di questa diatriba sul tributo da dare a Cesare (cfr. Mc 12,13-17; Mt 22, 15-22; Lc 20, 20-26),  i cristiani riconoscono e rispettano la distinzione e l’autonomia dello Stato, considerandola un grande progresso dell’umanità e  una condizione fondamentale per la stessa libertà della Chiesa e l’adempimento della sua universale missione di salvezza tra tutti i popoli. Dall’altre parte, i credenti in Cristo prendono sul serio il comando di restituire a Dio quello che è di Dio, cioè tutto perché “perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene” (1 Cor 10, 26). Restituiamo a Dio i nostri cari, il nostro prossimo, tutti gli uomini onorandoli, cioè prendendoci cura di loro come di un tesoro prezioso. Ogni donna e ogni uomo sono talenti d’oro offerti a noi per il nostro bene, sono nel mondo le vere monete d’oro che portano incisa l’immagine e l’iscrizione di Dio.

Un modo peculiare di restituire tutto a Dio è quello delle vergini consacrate che grazie alla consacrazione sono “spazio umano abitato dalla Trinità” (VC 41) e testimoniano come il dono totale di se stesse a questo Amore le spinge “a prendersi cura dell’immagine divina deformata nei volti dei fratelli e sorelle” (VC 75d) e rivelano così il Mistero di un Dio che si mette a servizio dell’uomo.

La vita di queste donne si fonda su almeno tre pilastri.

Il primo è la “Consacrazione” stessa, che è determinata dall’iniziativa dell’amore gratuito di Dio che chiama e dalla fede in Lui come risposta a questa chiamata. La Consacrazione è vita incentrata in Dio, in abbandono totale e amorsa fiducia, vita di gratuità e di gratitudine, di particolare manifestazione del Mistero di Dio in una semplice ed umile persona.

Il secondo pilastro è l’amore verso i fratelli e sorelle di tutto il mondo. La donna consacrata è chiamata a condividere l’Amore, perché il dono ricevuto è dono da donare, da con-dividere, in riconoscenza e amore a Dio, che per primo l’ha amata. Il dono del Signore fatto a lei non esclude gli altri, ma attraverso di lei è destinato a circolare anzitutto tra tutti coloro con i quali vive e lavora, per poi arrivare al mondo intero.

Il terzo pilastro, o meglio, la meta della Vita Consacrata è una missione da compiere in favore degli uomini che abitano in questo mondo che è di Dio: “Andate in tutto il mondo” (Mc 16, 15). La missione del cristiano di andare, racchiusa nel cuore del Vangelo e risuonata solennemente nel giorno di Pentecoste, ha un suo segreto custodito anch’esso come perla preziosa nel Vangelo: Rimanete nel mio amore. Andare e rimanere: sono le due coordinate evangeliche in cui si muove la vergine consacrata, e da cui trae quotidianamente la sua linfa vitale. Questo “andare in tutto il mondo” è la continuazione del dono di sé agli altri vissuto nell’interno della Chiese e che, dall’interno della comunità, si estende a tutti gli altri esseri umani. In questo gesto di donazione gli altri sono percepiti anch’essi come dono di Dio per noi, con cui con-vivere e con-dividere i doni, che abbiamo ricevuto dal Signore. In questo cammino nel mondo, l’impegno fondamentale è la lode di Dio, la testimonianza di Gesù a livello personale e comunitario e l’annuncio esplicito del suo Nome alle nazioni, vivendo una vera dimensione missionaria e restituendo il mondo a Dio. 

*

Letture patristiche

San Clemente di Roma

Ad Corinth. 60, 4 – 61, 3

Preghiera per i governanti

Dona concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terra come la desti ai padri nostri quando ti invocavano santamente nella fede e nella verità (1Tm 2,7). Rendici sottomessi al tuo nome onnipotente e pieno di virtù e a quelli che ci comandano e ci guidano sulla terra.

Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magnifica e ineffabile forza perché noi conoscendo la gloria e l’onore loro dati ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore, sanità, pace, concordia e costanza per esercitare al sicuro la sovranità data da te.

Tu, Signore, re celeste dei secoli concedi ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra. Signore, porta a buon fine il loro volere secondo ciò che è buono e gradito alla tua presenza per esercitare con pietà nella pace e nella dolcezza il potere che tu hai loro dato e ti trovino misericordioso.

Te, il solo capace di compiere questi beni ed altri più grandi per noi ringraziamo per mezzo del gran Sacerdote e protettore delle anime nostre Gesù Cristo per il quale ora a te sia la gloria e la magnificenza e di generazione in generazione e nei secoli dei secoli. Amen.

*

Teofilo di Antiochia

Ad Auct. 1, 11 

Onorerò l’imperatore: non lo adorerò, ma per lui pregherò. Solo il Dio reale, il Dio vero adorerò, sapendo che da lui l’imperatore è stato fatto. Certo mi chiederai: perché non adori l’imperatore? Perché non è stato fatto per essere adorato, ma per essere onorato con l’ossequio delle leggi: non è infatti un Dio, ma un uomo costituito da Dio non ad essere adorato, ma a fungere da giusto giudice. In un certo senso gli è stata affidata da Dio l’amministrazione; ed egli stesso non vuole che chi a lui è subordinato si chiami imperatore: imperatore è il nome suo e a nessun altro è lecito chiamarsi così. Egualmente anche l’adorazione è unicamente di Dio. Dunque, o uomo, sei davvero in errore: onora l’imperatore amandolo, ubbidendogli, pregando per lui: facendo così, farai il volere di Dio. Dice infatti la legge divina: “O figlio, onora Dio e l’imperatore, e non essere disubbidiente né all’uno né all’altro. Subito infatti puniscono i loro nemici” (Pr 24,21s).

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

About Francesco Follo

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione