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Cangiari's fashion show

Maria Anastasia Leorato

La moda aiuta il prossimo

Cangiari ha sfilato per Actionaid per sensibilizzare sulle condizioni di povertà e sofferenza in cui vivono gli operai dell’industria tessile

La sera del 10 dicembre scorso, presso il Nazionale Spazio Eventi, la Città eterna si è vestita di una moda etica che trova le sue radici in concetti volti a concretizzare nuovi impegni sociali. Per tal motivo, Cangiari, noto marchio etico dell’alta moda italiana, ha voluto accettare la sfida di dimostrare che la moda e la solidarietà non sono due mondi separati e che è possibile realizzare capi partendo da un concetto puramente etico.

Un evento fortemente voluto e sostenuto non solo da Vincenzo Linarello, presidente del gruppo cooperativo Goel, ma anche da Marco De Ponte, segretario generale di Actionaid Italia, con la partecipazione di Marina Spadafora, designer e vincitrice del premio Onu Women Together 2015 per l’impegno nella moda etica e sostenibile, ed Andrew Morgan autore di The True Cost, film documentario sui fatti di Rana Plaza dell’aprile 2013. Ossia uno dei più gravi disastri nella storia dell’industria tessile, riportando su pellicola cinematografica i costi umani, sociali e ambientali che si celano dietro un capo firmato.

“L’idea di fondo è che noi, insieme al mondo privato e alle istituzioni, dobbiamo riflettere su come sia possibile sradicare quelli che sono gli elementi di sostenibilità”, ha sottolineato Marco De Ponte. “Ciò significa che bisogna creare ricchezza in modo semplice, senza distruggere il pianeta e senza sfruttare le persone offrendo invece, delle opportunità a carattere sociale senza porre distinzioni Questa sera deve essere non solo un evento volto ad ammirare il bello della moda ma deve essere anche un occasione di riflessione”, ha aggiunto De Ponte, ribadendo che l’unione “moda e azioni solidali” è possibile.

Dal canto suo, il regista Andrew Morgan, al termine della presentazione del trailer del suo film, ha preso posizione affermando quanto sia importante che ognuno di noi, nel suo piccolo, ponga gesti e scelte che si traducano in voglia di aiutare il prossimo, specie le persone che vivono in un mondo disagiato. “Il desiderio di raccontare ciò che c’è dietro l’industria del tessile, è nato per caso mentre bevevo una tazza di caffè a casa sfogliando il New York Times.”, ha raccontato, “osservai la foto che ritraeva due bambini davanti ad un muro con indicate delle persone scomparse. Lessi l’articolo che parlava di un edificio che era crollato a Rana Plaza e che aveva causato la morte di mille e più persone. Davanti al quel testo mi chiesi com’era possibile che un’industria del tessile così potente potesse essere causa di disperazione e morte”.

“Per realizzare il video – ha spiegato il regista – siamo stati in vari Paesi del mondo. La cosa che ho notato di più sono stati i contrasti che c’erano tra le città contrassegnate dal lusso e dalla moda e i quartieri estremamente poveri. Notai che proprio le persone identificate come il motore delle industrie del tessile, vivono in condizioni disagiate con un guadagno insufficiente per poter vivere e sostenere le proprie famiglie”.

Obiettivo etico sostenuto anche da Marina Spadafora, importante designer che trae le proprie origini professionali da illustri case di alta moda. “Dopo aver lavorato per tanti anni nell’alta moda, ho sentito sempre più il desiderio di poter fare qualcosa di buono e che potesse migliorare il mondo – ha dichiarato – Ad un certo punto mi sono chiesta perché non usare la mia professionalità per cambiare le condizioni di lavoro di tante persone e nel contempo salvaguardare l’ambiente. Per tale motivo, una decina di anni fa decisi di percorrere una nuova strada e, nel voltare pagina, sono stata fortunata ad incontrare subito Cangiari e poter contribuire in questa nuova carriera etica e sostenibile della moda”.

“Fra i differenti progetti – ha aggiunto la designer – che sono stati realizzati in questi ultimi anni, vi è anche Fashion Revolution dove si chiede alle persone ogni 24 Aprile, data del disastro a Rana Plaza, d’indossare gli abiti all’incontrario in modo tale che le etichette siano visibili. L’obiettivo è quello di chiedere al brand del capo di fare un salto di qualità per poter diventare etico e trasparente affinché le persone, una volta aver avuto la consapevolezza e conoscenza di quale realtà si cela dietro ad un vestito, possano di conseguenza porre delle giuste scelte in aiuto del prossimo”.

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