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The flight of a bird

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La metafisica aristotelico-tomista (Terza parte)

Il principio di non contraddizione secondo Severino e San Tommaso d’Aquino

Secondo Severino ogni ente è immutabile ed eterno, allora come è possibile interpretare il divenire, il quale attesta una successione continua di enti che appaiono nel tempo?

Nel mondo della natura assistiamo alla generazione di enti che prima non apparivano poi appaiono e dopo, con la loro corruzione, non appaiono più; ad esempio alla generazione e alla successiva corruzione del corpo di un cane o di un gatto.

Secondo il filosofo il divenire, come è stato detto prima[1], è “è il comparire e lo scomparire dell’eterno, ossia di ciò che è impossibile che non sia”[2].

Si deve quindi affermare che il tempo è un’illusione, per cui nel divenire, che è innegabile, compaiono e scompaiono gli enti, la cui durata è simultanea e non successiva.

Il divenire sarebbe così costituito da una molteplicità di istanti, per cui un istante non è un altro istante, cioè è diverso dall’altro.

Il divenire non è quindi il passaggio, contraddittorio, tra l’essere il nulla, perché il non-essere presente nel molteplice, come aveva insegnato Platone, è la diversità che si riscontra negli enti.

Come si dovrebbe allora interpretare il volo di un uccello?

Non esisterebbe un ente-uccello che prima sta su un albero e poi si sposta su un altro albero, ma esisterebbero molteplici enti-uccelli eterni che appaiono istantaneamente.

Il tempo non esiste quindi sono eterni sia gli enti che il loro apparire.

Scrive infatti Severino:

“Anche l’apparire, come ogni ente, è destinato all’essere e quindi è eterno”[3].

Oltre all’ente c’è soltanto il ni-ente, quindi l’apparire in quanto è, è ente; ma qual è il rapporto che lega la totalità degli enti al loro apparire?

Il filosofo scrive in proposito:

“La verità del Tutto, eterno, appare. Abita eternamente nel cerchio eterno dell’apparire. […] E la verità del Tutto, in quanto essa è ciò che di necessità è detto di ogni ente, è lo sfondo senza cui non può apparire alcun ente. Essa è lo spettacolo eterno, che non sorge e non tramonta. Il destino della verità sta da sempre e per sempre alla luce”[4].

Il verità del Tutto di cui parla Severino deve essere intesa come la verità della Totalità degli enti. Il Tutto non è Dio perché gli enti, in quanto immutabili e eterni, sono Dei e non necessitano dell’Essere sussistente per esistere, essendo assolutamente sussistenti.

La totalità degli enti, che costituisce il Tutto, “non appare tutto insieme, in ogni suo tratto, ma si inoltra nella luce dell’apparire. Vi si inoltra, rimanendo ciò che è, inalterabile e immutabile”[5]. Si comprende, quindi, come il divenire debba essere interpretato come il comparire e lo scomparire non della totalità degli enti, ma soltanto di alcuni, perché gli enti sono eternamente, indipendentemente dal loro apparire, infatti “l’inoltrarsi [degli enti] nell’apparire non è l’inoltrarsi nell’essere”[6].

Se si accetta la metafisica di Severino, secondo cui sono eterni sia gli enti che il loro apparire, a Chi appaiono eternamente gli enti? La domanda è legittima perché l’apparire presuppone sempre qualcuno a cui qualcosa appare.

Ad esempio, l’ente-penna non si identifica con il suo apparire, poiché è sempre ente-penna sia che sia posto su un tavolo e appare a colui che la guarda, sia che sia posto in un cassetto e quindi non appaia più a un soggetto.

L’apparire eterno degli enti presuppone una Coscienza eterna, che eternamente intenziona l’apparire degli enti. Questa coscienza eterna nella tradizione filosofica occidentale si chiama Dio.

Queste conclusioni non si ritrovano nel pensiero di Severino, il quale, di fatto, ha divinizzato gli enti mutevoli e contingenti del mondo, tradendo forse l’intuizione teologica di Parmenide, il quale, formulando il principio di non contraddizione, affermava l’esistenza dell’Archè, del Principio di tutte le cose, cioè dell’Essere assoluto, che esclude da sé ogni negatività sia assoluta che relativa, “ingenerato, – scrive Parmenide – immortale, intero, […] immobile […] né mai fu né sarà, da poi che egli or è tutto un insieme uno continuo: ove mai vorresti cercargli una stirpe? d’onde mai un incremento? Da quel che non esiste, giammai consento si dica o si pensi, né in vero può dirsi o pensarsi che quanto non è sia”[7].

I filosofi che, nella filosofia greco-medioevale, hanno maggiormente studiato il principio di non contraddizione sono stati Aristotele e San Tommaso d’Aquino. Entrambi i filosofi riconoscono, come Parmenide, che esso è il principio assoluto di intellegibilità dell’essere, ma lo formulano diversamente dal filosofo eleate.

Il punto di partenza per la formulazione del principio di non contraddizione è l’analisi concreta dei fenomeni molteplici e divenienti che appaiono nel mondo. Essi, infatti, hanno inscritta una legge assoluta, che non può essere smentita da nessuno, perché chi la smentisce cade in contraddizione.

Secondo questa legge, afferma Aristotele, “è impossibile che la stessa cosa convenga e insieme non convenga a una stessa cosa e per il medesimo rispetto”[8]. Ad esempio: un fiore non può essere non-fiore (cioè non può essere arancio, armadio, leone e, in generale, tutto ciò che non è fiore), oppure il colore giallo non può essere non-giallo.

Questo principio è riconosciuto, anche se implicitamente e non tematicamente, da tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni luogo, indipendentemente dalla cultura di appartenenza. Esso, scrive Aristotele, è “il principio più saldo di tutti, è quello intorno al quale è impossibile trovarsi in errore […]”[9].

Il filosofo greco precisa che “la conoscenza di esso è indispensabile a chiunque voglia conoscere una cosa qualsiasi, ed è necessario che ne sia provvisto già chi viene per imparare”[10].

San Tommaso integra quanto afferma Aristotele, rilevando la dimensione di temporalità che è presente nei fenomeni del mondo, infatti, secondo la sua formulazione del principio di non contraddizione: “è impossibile per una stessa cosa essere e non essere contemporaneamente[11].

Barzaghi, scrive giustamente che il principio di non contraddizione, secondo la filosofia di Aristotele e di San Tommaso, afferma che “una cosa non può essere e non essere nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto”[12].

Il filosofo sostiene però che “se una cosa non può essere e non essere nello stesso tempo, significa dire che può essere e non essere in tempi diversi, cioè che non si dà contraddizione nell’ammettere un tempo in cui quella cosa non sia”[13].

La presunta contraddizione rilevata dall’Autore in realtà non esiste: un legno non può essere nello stesso tempo legno e non-legno (es. cenere), ma in tempi diversi il legno può incenerirsi, quindi non essere più legno e diventare cenere. Questa trasformazione (sostanziale) non significa che c’è stato un tempo in cui il legno era cenere e quindi era legno e contemporaneamente non era legno.

L’intero edificio del pensiero metafisico si fonda sul principio di non contraddizione formulato da San Tommaso. Esso è la legge di intellegibilità dell’ente in quanto ente, il cui valore è non soltanto ontologico, ma anche logico: è sufficiente, infatti, pronunciare la parola “piove” per negare assolutamente che “non piove”.

Il non riconoscimento del valore ontologico e logico di questo principio compromette la veridicità di qualsiasi discorso filosofico.

Un filosofo che nega il valore ontologico del principio di non contraddizione è Heidegger, secondo il quale esso non è la legge fondamentale del reale, ma è il principio utilizzato dalla ragione umana per dare ordine al caos che esiste nella realtà e il cui uso ha una motivazione “biologica”.

Scrive infatti:

“Il principio di non contraddizione, la regola che impone di evitare la contraddizione, è la legge fondamentale della ragione e in tale legge, quindi, si esprime l’essenza della ragione. Il principio di non contraddizione non dice tuttavia che «in verità», cioè in realtà, cose contraddittorie non possono mai essere contemporaneamente reali; dice soltanto che l’uomo, per ragioni «biologiche», è costretto a pensare così; in termini sommari, l’uomo deve evitare la contraddizione per sfuggire alla confusione e al caos, ovvero per padroneggiarli imponendo loro la forma dell’incontraddittorio, cioè dell’unitario e del sempre identico. Come determinati animali marini, per esempio le meduse, formano e allungano i loro tentacoli, così l’animale «uomo» usa la ragione e il suo apparato tentacolare, il principio di non contraddizione, per orientarsi e ritrovarsi nel proprio ambiente e per assicurare la propria esistenza”.[14]

Il principio di non contraddizione non è affatto un “apparato tentacolare”, ma è la legge insita nelle cose; esso dice, contrariamente a quanto sostenuto da Heidegger, che in verità “cose contraddittorie non possono mai essere contemporaneamente reali”. È impossibile, ad esempio, che esista nella realtà un corpo che sia, contemporaneamente, vivente e non vivente o un uomo che sia contemporaneamente bianco e nero: contra factum non valet argumentum.

Il mondo non è caos, ma è cosmo, cioè ordine e bellezza, proprio perché è regolato da questo principio che come rilevava Aristotele ha valore logico e ontologico[15].

(La seconda parte è uscita sabato 3 ottobre. La quarta parte segue sabato 17 ottobre)

*

NOTE

[1] Vedi precedente articolo.

[2] E. Severino, La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire, cit., p. 329.

[3] Idem, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, p. 126.

[4] Ibidem, pp. 126-127.

[5] Ibidem, p. 127.

[6] Ibidem.

[7] Parmenide, Sulla natura. Frammenti.

[8] Ibidem.

[9] Aristotele, Metafisica, IV, 3.

[10] Ibidem.

[11] San Tommaso d’Aquino, Commento al IV libro della Metafisica, lect. 6. Il corsivo è mio.

[12] G. Barzaghi, Compendio di storia della filosofia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2006, p. 205.

[13] Ibidem

L’Autore concorda con Severino che “non si può consentire che la cosa sia nel tempo, perché non si può consentire che l’essere sia nel tempo. L’essere in quanto essere è dunque eterno” (ibidem, p. 206).

“Il divenire va inteso come «processo della rivelazione dell’immutabile»; non è il venire dal nulla e i tornare nel nulla delle cose, ma l’apparire e scomparire, nell’orizzonte della nostra esperienza, di ciò che è eterno” (ibidem, p. 207).

[14] M. Heidegger, Nietzsche, a cura di F. Volpi, Adelphi Edizioni, Milano 1994, pp. 487-488.

[15]Cfr. Aristotele, Metafisica, IV, 3.

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