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Father Raniero Cantalamessa during the World Day of Prayer for the care of creation

CTV

Cantalamessa: “Insufficiente attenzione allo Spirito Santo, una lacuna della liturgia”

Nella prima predica quaresimale, il cappuccino analizza come la “Sacrosanctun concilium” si sia occupata di rinnovare forme e riti, ma non della “liturgia dello Spirito”

“Se c’è un campo in cui la teologia e la vita della Chiesa cattolica si è arricchita in questi 50 anni del post-concilio, esso è senza dubbio quello relativo allo Spirito Santo”. Le prediche quaresimali di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, riannodano un discorso iniziato tre mesi fa, con le prediche di Avvento: i documenti del Concilio Vaticano II.

Dopo essersi occupato della Lumen gentium, il frate cappuccino si occupa stavolta del “risveglio dello Spirito Santo” che si è registrato dopo il Concilio, e che è stato sottolineato già da Benedetto XVI, il quale nell’omelia della Messa crismale del Giovedì santo 2012 disse che il rinnovamento seguito al Concilio “ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo”.

Per sviscerare questo tema, padre Cantalamessa si tuffa tra le pagine della Costituzione Sacrosanctun concilium, dedicata al tema della liturgia. Riconoscendo che il testo nacque dall’esigenza di rinnovare “delle forme e dei riti della liturgia cattolica”, il predicatore rileva tuttavia che questo documento non si soffermò a sufficienza su quella che definisce “la liturgia dello Spirito”.

Egli denota in questa Costituzione una “lacuna”, giacché – spiega – “i protagonisti qui messi in luce sono due: Cristo e la Chiesa. Manca ogni accenno al posto dello Spirito Santo. Anche nel resto della Costituzione, lo Spirito Santo non è mai oggetto di un discorso diretto, solo nominato qua e là, e sempre ‘in obliquo’”.

La riflessione offerta al Papa e ai vescovi da padre Cantalamessa è dunque la seguente: “Se la liturgia cristiana è ‘l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo’, la via migliore per scoprire la sua natura, è vedere come Gesù esercitò la sua funzione sacerdotale nella sua vita e nella sua morte”. Ebbene, guardando a Cristo, si vede come era lo “Spirito Santo che metteva nel cuore del Verbo fatto carne il grido ‘Abba!’ che racchiude ogni sua preghiera”. E – aggiunge Cantalamessa – “la stessa offerta del suo corpo in sacrificio sulla croce  avvenne, secondo la Lettera agli Ebrei, ‘in un Spirito eterno’, cioè per un impulso dello Spirito Santo”.

Il predicatore ricorda dunque che “l’ordine della creazione, o dell’uscita delle creature da Dio, parte dal Padre, passa attraverso il Figlio e giunge a noi nello Spirito Santo”. E rammenta altresì che “l’ordine della conoscenza o del nostro ritorno a Dio, di cui la liturgia è l’espressione più alta, segue il cammino inverso: parte dallo Spirito, passa attraverso il Figlio e termina al Padre”.

Alla luce di queste considerazioni, padre Cantalamessa propone allora qualche spunto per “il nostro modo di vivere la liturgia e fare sì che essa assolva uno dei suoi compiti primari che è  la santificazione delle anime”. Premettendo che “lo Spirito Santo non autorizza a inventare nuove e arbitrarie forme di liturgia o a modificare di propria iniziativa quelle esistenti”, Cantalamessa sottolinea che la nostra preghiera “nello Spirito Santo” – per dirla come San Paolo – permette a Gesù “di continuare a esercitare il proprio ufficio sacerdotale nel suo corpo che è la Chiesa”.

Il predicatore svela in modo più chiaro questo aspetto: “Quando la preghiera diventa fatica e lotta si scopre tutta l’importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera. Lo Spirito diviene, allora, la forza della nostra preghiera ‘debole’, la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l’anima della nostra preghiera”. “Davvero – aggiunge a proposito dello Spirito – egli ‘irriga ciò che è arido’, come diciamo nella sequenza in suo onore”.

In considerazione quindi dell’importanza dello Spirito Santo, emerge la “lacuna” nel modo di intendere la liturgia che non viene sanata dal Vaticano II, ossia “l’insufficiente attenzione accordata al ruolo dello Spirito Santo”. Cantalamessa rileva come dal Verbo Incarnato si passi direttamente alla sua “corte regale”, composta dalla Santa Vergine, da Giovanni Battista, dagli apostoli, dai santi; ma “manca il riconoscimento del ruolo essenziale dello Spirito Santo”.

Egli afferma che “non basta perciò ricordare ogni tanto che c’è anche lo Spirito Santo; bisogna riconoscergli il ruolo di anello essenziale, sia nel cammino di uscita delle creature da Dio che in quello di ritorno delle creature a Dio”. Perché “il fossato esistente tra noi e il Gesù della storia è colmato dallo Spirito Santo. Senza di lui, tutto nella liturgia è soltanto memoria; con lui, tutto è anche presenza”.

A tal proposito cita il libro dell’Esodo, dove si legge che, sul Sinai, Dio indicò a Mosè una cavità nella rupe, nascosto dentro la quale egli avrebbe potuto contemplare la sua gloria senza morire. Mutuando San Basilio, padre Cantalamessa spiega che quella “cavità” per noi oggi è lo Spirito Santo, e domanda allora: “Chi non sente il bisogno di nascondersi ogni tanto, nel vortice turbinoso del mondo, in quella cavità spirituale per contemplare Dio e adorarlo come Mosè?”.

Ma accanto all’adorazione, il frate ricorda che “una componente essenziale della preghiera liturgica è l’intercessione”. Infatti, “lo Spirito Santo intercede per noi e ci insegna a intercedere, a nostra volta, per gli altri”. E aggiunge: “Fare preghiera di intercessione significa unirsi, nella fede, a Cristo risorto che vive in perenne stato di intercessione per il mondo”.

Una preghiera, quella d’intercessione, che è “così accetta a Dio, perché è la più libera da egoismo, riflette più da vicino la gratuità divina e si accorda con la volontà di Dio, la quale vuole ‘che tutti gli uomini siano salvi’”. Laddove manca questo tipo di preghiera, il Signore “se ne lamenta”.

“Si dice in un salmo – aggiunge Cantalamessa – che Dio aveva deciso di sterminare il suo popolo a causa del vitello d’oro, ‘se Mosè non fosse stato sulla breccia di fronte a lui per stornare la sua collera’”. Di qui l’appello che il predicatore “osa dire” ai pastori e alle guide spirituali: “Quando, nella preghiera, sentite che Dio è adirato con il popolo che a voi affidato, non schieratevi subito con Dio, ma con il popolo! Così fece Mosè, fino a protestare di voler essere radiato lui stesso, con loro, dal libro della vita, e la Bibbia fa capire che questo era proprio ciò che Dio desiderava, perché egli ‘abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo’”.

Fatta questa riflessione finale, padre Cantalamessa invita il Papa e i vescovi a proclamare insieme “il testo che meglio riflette il posto dello Spirito Santo e l’orientamento trinitario della liturgia, e cioè la dossologia finale del canone romano”. Di qui la preghiera unanime: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te,  Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen”.

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