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La geografia del sacro tra santuari e martiri

Nella fede suscitata dai luoghi sacri possiamo ricercare il senso più vero e l’efficacia del loro potere di guarigione dell’anima

Chi solca la soglia di un’antica Basilica entra in uno spazio che è simulacro del cammino della fede: dall’ombra del nartece ad occidente, il vestibolo d’ingresso dove sostavano i catecumeni ma anche i penitenti, si raggiunge lo splendore dell’abside bagnata dal sole del mattino: luogo della visione, dove la luce di Dio giunge agli uomini per illuminarli attraverso il mistero dell’Eucaristia.

Elementi cosmici e forze simboliche che, intersecandosi, sacralizzano quello spazio edificato dagli uomini, in cui il credente ritrova se stesso davanti al suo Creatore. La nuova geografia del sacro disegnata dal sorgere dei santuari e delle chiese nei primi secoli della cristianità si sviluppa dunque intorno al culto ai martiri.

Nasce dalla tomba, si radica nel territorio circostante – dando vita alla bellezza delle forme della devozione popolare e dell’arte sacra – e, attraverso la memoria del martirio, proietta in ogni luogo conosciuto della terra la luce degli eventi che hanno scritto la storia della salvezza: il sacrificio di Gesù Cristo e il suo mistero eucaristico.

Un sacrificio che dona la vita, celebrato su una montagna e consumato sul legno della croce, il nuovo axis mundi: se il suo raggio verticale indica la connessione che esso stabilisce tra cielo e terra, quello orizzontale afferma che la salvezza è offerta al mondo intero, agli uomini e alla natura.

San Paolo così si rivolgeva agli Efesini (3, 17-19): «[…] Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio».

I Padri della Chiesa hanno abbondantemente commentato il mistero cosmico della croce cui allude san Paolo, l’albero che collega e riconcilia cielo e terra. Sant’Ippolito di Roma (II sec.,170-235) afferma: «Quest’albero, grande fino al cielo è sorto dalla terra verso il cielo, è il solido punto d’appoggio di Tutto, punto di riposo di tutte le cose, base dell’insieme del mondo, punto polare cosmico. In esso si riassume nell’unità tutta la diversità della natura umana […] esso arriva fino al punto più alto del cielo e mantiene i suoi piedi sulla terra e l’immensa atmosfera intermedia che sta in mezzo viene abbracciata dalle sue braccia infinite» (cit. da Hani,  1988: 57).

Quattro i bracci della croce, a rappresentare la totalità dello spazio e del tempo: quattro i punti cardinali, quattro le fasi lunari, le stagioni, i fiumi che irrigavano il Paradiso terrestre, quattro gli Evangelisti e quattro gli elementi naturali presenti nella liturgia dell’Eucaristia: la terra che fornisce la pietra sacra dell’altare, il fuoco che serve a illuminare i ceri, l’acqua mescolata al vino del calice; l’aria che veicola l’incenso.

Con l’Eucaristia, secondo sant’Ireneo di Lione (135-202), l’intera creazione è ricapitolata e offerta a Dio.

Il culto ai martiri e poi ai santi ha accompagnato passo per passo le trasformazioni della società nel corso dei secoli, perpetuando questa visione cosmica, che abbraccia uomini e natura, indicando ai credenti, con la luminosa memoria del martirio, i molteplici modi in cui la vita e il mistero di Cristo possono essere rivissuti e realizzati. Ribadendo, con l’effusione del sangue, la certezza che fonda la fede cristiana, quella della resurrezione.

Quel sangue, non dobbiamo dimenticare, è il nostro, appartiene al nostro DNA spirituale: essi sono i nostri antenati, se davvero Gesù ci ha resi suoi fratelli e dunque figli adottivi di Dio. Una genealogia splendente, che purtroppo in questi tempi sta allargando le sue fila.

Un culto, infine, che produce preghiera, la più potente tra le forze di guarigione. È attraverso la forza della preghiera individuale e collettiva che si attiva l’invisibile rete dei santuari e dei monasteri – siano essi dedicati a santi o ad apparizioni mariane, spesso raggiunti dopo pellegrinaggi lunghi e faticosi o dolorosi percorsi esistenziali – diffondendo in tutto il creato il suo potere di guarigione.

È per mezzo di essa, a prescindere se ciò che si chiede venga esaudito o no, che si fa esperienza di quella communitas, quel sentimento di unione tra Creatore e creatura e di fusione tra esseri umani capace di guarire non solo l’individuo ma anche il pianeta.

Nella fede che i luoghi santi e sacri suscitano e confermano possiamo ricercare il senso più vero e l’efficacia del loro potere di guarigione, che non risiede nel miracolo eclatante, ma in quella virtus divina che ci dispone a fuggire il male e fare il bene, che c’istilla il rispetto per le creature e il creato, che ci rende partecipi della gioia profonda del servizio.

Il miracolo più grande, quello che può guarire la terra, è la fede in Cristo, una fede che nasce dalla speranza e si realizza con la carità, che è amore gratuito verso il creato.

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[Tratto dal libro “La guarigione: un percorso spirituale”. Roma, scritto da Antonio Interguglielmi, Francesca Serra, Patrizia Burdi. Roma, Santa Francesca Roma, 2014, pp. 11-114]

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