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La funzione poetica dell’aforisma

Spaziani, Eco, Hesse: tre grandi autori a confronto con un genere letterario tra i più amati dal pubblico

Una delle caratteristiche editoriali di ZENIT, come ben sanno i lettori che ci seguono con interesse e partecipazione, consiste nella quotidiana proposizione di aforismi. Noi stessi ci sorprendiamo, a volte, di come un aforisma possa ottenere un’attenzione di lettura addirittura superiore a quella di un articolo di punta. Fenomeno che si ripete sui social network, dove i nostri aforismi fanno registrare migliaia di like, e che merita dunque una più approfondita riflessione per capire la particolare alchimia che lega espressione e contenuto, generando la potenza comunicativa dell’aforisma.

Se andiamo a cercare sul vocabolario Treccani la parola “aforisma”, troviamo la seguente definizione: “Proposizione che riassume in brevi e sentenziose parole il risultato di precedenti osservazioni o che, più genericamente, afferma una verità, una regola o una massima di vita pratica”. Mentre il Grande Dizionario di Salvatore Battaglia afferma che l’aforisma è una “proposizione che esprime con concisa esattezza il frutto di una lunga esperienza: di vita, di osservazione e di analisi”.

Al di là delle definizioni tratte dai dizionari (comunque significative per il loro potere di sintesi), siamo soliti riconoscere un aforisma dalla sua capacità di comunicare un pensiero o un concetto con sottile arguzia e in modo inaspettato; dalla sua capacità di colpirci con una rivelazione improvvisa, e di mostrarci aspetti ignorati del mondo o della nostra vita. Un veicolo di saggezza, dunque, talora paradossale, e tuttavia dotato d’una forza intuitiva che oltrepassa il paradosso stesso. Ma vediamo che cosa ne pensano i grandi autori, sempre molto attenti alla dimensione retorica del linguaggio.

“Aforismi, un particolare genere letterario pungente, brillante, perfido e profondo, nato duemila anni fa, che negli ultimi due secoli e oggi ha trovato la sua grande fioritura”. Era intitolato così un seminario a cura di Maria Luisa Spaziani, svoltosi a Roma nel 2007 nell’ambito della rassegna Inediti in Biblioteca, tenuta dalla grande poetessa presso la Biblioteca della Camera dei Deputati. “Pungente, brillante, perfido e profondo”: i quattro aggettivi elencati dalla Spaziani puntualizzano in modo straordinariamente efficace le finalità e la natura dell’aforisma. Da notare, tra l’altro, che la Spaziani era lei stessa un’abile autrice di aforismi: eccone uno, fulminante, dedicato alla illusorietà della fama: Diventata immortale, ebbe appena il tempo di compiacersene.

A volte può essere difficile distinguere tra una massima, un aforisma o un proverbio, nella misura in cui appaiono tutti come detti brevi ed estremamente condensati. Umberto Eco, per esempio, sostiene che, per gli aforismi, sarebbe utile “fare una classifica per le virtù metriche, allitterative, o addirittura per la presenza della rima, che rendono certamente il detto proverbiale più memorabile e persuasivo, riverberando sul piano del contenuto una necessità che si attua sul piano dell’espressione”. Un’altra distinzione – secondo il celebre scrittore e semiologo – è quella tra “detto assertorio con finalità didattiche; massima prescrittiva (ama il tuo prossimo come te stesso); aforisma esortativo (non aspettatevi troppo dalla fine del mondo); oppure detto semplicemente arguto o superficialmente spiritoso, che non pretende di essere assolutamente vero”.

Ma il concetto che più ci ha colpito nelle riflessioni di Eco è l’interpretazione dell’aforisma come genere poetico: “Quando l’aforisma per la sua forza inattesa e insospettabile scatena una sorta di curiosità interpretativa, esso assume allora funzione poetica. In base alla sua forma persuasiva ci fa balenare una verità possibile, ma per amore della sua forma, ars gratia artis, non gli chiediamo se questa verità sia stabile, assoluta e valida per tutte le circostanze. Essa, come il discorso poetico per Jakobson (noto studioso della comunicazione linguistica, NdR), è ambigua e autoriflessiva”.

A tale proposito, Umberto Eco cita alcuni celebri versi, come La morte / si sconta / vivendo (Ungaretti) e Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera (Quasimodo). E aggiunge: “Di fronte a questi enunciati poetici non ci chiediamo mai se siano veri, o condivisibili in toto, e possiamo essere folgorati da una rivelazione e dal suo contrario. Li vediamo lievitare nel loro contesto, staffilarci con la loro verità, che rimane tale anche se non condividiamo l’etica o la politica del poeta, e in certi momenti chiediamo a loro chi siamo e cosa vogliamo, in altri disconosciamo il messaggio che ci recano ma rimaniamo soggiogati dalla sua forza o dalla sua grazia, come accade con le epifanie”. Si apre allora – conclude Eco – “un altro modo di vedere l’aforisma non come veicolo di saggezza, ma come genere poetico”.

Per quanto ci riguarda, ci sentiamo di sottoscrivere appieno queste parole. Perché è indubbio che gli aforismi sono spesso interessanti anche per l’andamento sonoro e le virtù metriche, che li rendono ancora più memorabili e persuasivi, coniugando l’incisività del contenuto con la qualità dell’espressione letteraria. Moltissimi aforismi, del resto, sono stati scritti da poeti, pensatori ed artisti animati da intenti autobiografici: spesso sconfinano in riflessioni o meditazioni esistenziali che rinviano al senso universale della vita approdando alla poesia (come afferma Eco). Non mancano talora un intento didascalico ed una satira pungente ed acuta, quasi sempre temperati da una superiore comprensione per il destino dell’uomo e la sua contrastata esperienza.

Vogliamo concludere citando un’ultima definizione di “aforisma”, che può interpretarsi essa stessa come un aforisma. Appartiene al premio Nobel Herman Hesse, lo scrittore di lingua tedesca del ‘900 più letto nel mondo, noto per la sua ispirazione mistica e la sua attenzione per la religiosità orientale: L’aforisma è una specie di gemma, preziosa in quanto rara, e godibile solo in dosi minime

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