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La dignità umana è un dato oggettivo e riconosciuto, o no?

di Carlo Casini*

ROMA, lunedì, 17 novembre 2008 (ZENIT.org).- In merito alla valutazione della richiesta di Peppino Englaro di far morire sua figlia, la Cassazione ha detto che dobbiamo tener conto di ciò che uno pensa della propria dignità. Nel caso di Eluana bisognerebbe “tener conto della sua personalità e del suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, dell’idea stessa di dignità della persona, alla luce dei suoi valori di riferimento e dei convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici” (punto n. 9 delle motivazioni).

Ma allora il contenuto della dignità umana è variabile? Dipende dalle opinioni soggettive? È una qualità che si aggiunge all’esistenza nel senso che può esserci o non esserci? Non è più il fondamento dell’eguaglianza nel senso che è talmente al massimo livello da non consentire comparazione? Non è più “inerente” alla semplice esistenza umana come recitano le Carte internazionali dei diritti umani?

Parlando della condizione in cui vive Eluana un giornalista de ‘La Repubblica’ l’ha raccontata in un articolo intitolato: «Un giorno nella stanza di Eluana. Fisioterapia, sondini e un’ora nel parco, una giornata nel non-mondo di Eluana». (“La Repubblica” del 10 settembre 2008).

Leggiamo:

«Oggi questa donna di 36 anni sta al secondo piano della clinica, in una stanza da sola, dove siamo entrati anche noi. Non raramente è in penombra, con suor Rosangela quasi sempre accanto a lei. Lo fa dal 7 aprile del 1994. […] La sua bellezza ancora traspare, una bellezza di porcellana, dove qualcuno scorge il soffio della vita, e qualcuno no: ne intravede solo il diafano ricordo, un fantasma traslucido. Ma d’altra parte, gli stessi medici, al papà che chiedeva lumi, non avevano risposto: «Non abbiamo risposte, non abbiamo soluzioni»? Sua figlia, gli avevano detto, è una «non-morta, con gravi handicap». […] Ogni pomeriggio alle 17 una sacca beige, con dentro un “pappone”, un composto di nutrimenti e medicine, viene pompato, attraverso il sondino nasogastrico, direttamente nello stomaco di Eluana, che ha perso la capacità di deglutire, non potrebbe cioè essere imboccata. Questo pasto dura dodici ore. Poi viene sostituito dalla sacca dell’acqua, per l’idratazione. Per evitare le piaghe – e non se n’ è mai formata una, tanto è efficiente l’ amore di suor Rosangela – Eluana viene spostata dal letto. E qua non c è il paranco, come nell’ ospedale, e non ci sono infermieri che protestano per la fatica: questa religiosa con spalle da artigliere l’abbranca, circonda con le sue forme e la sua forza quel fragile essere dalla testa ciondolante, mette Eluana a sedere sulla carrozzella, per un paio d’ore circa. Quando non ci sono giornalisti e fotografi (sarebbe vietato fotografare e pubblicare chi è incapace di intendere e volere, ma non si sa mai), la trasporta nel piccolo giardino, con panchine di pietra e fiori profumati. Comunque, Eluana va sorvegliata a vista, perché se non è imbracata, può cadere in avanti. Poi c’è la fisioterapia passiva, cioè «le mani altrui», un concetto che per Eluana equivaleva a una violenza, la toccano, la muovono, danno tono per quel che si può ai muscoli inerti come gomma. Succede anche tre volte al giorno, il tempo deve passare, le cure si devono eseguire».

Mettiamoci in atteggiamento di meditazione.

Chi abbiamo di fronte? Anzi: abbiamo sbagliato a chiederci “chi”? Dovevamo dire “cosa”? Suor Rosangela che dal 1994 lava, abbraccia, incoraggia, mette in poltrona e porta in giardino Eluana, forse le taglia le unghie, la profuma e la pettina, è affetta da necrofilia? Dal punto di vista sostanziale la “non-vita” di Eluana, il suo “non-mondo” rendono i gesti del padre, della madre, delle suore “Misericordine” simili nella sostanza, nonostante le diverse apparenze, al comportamento – ogni tanto si legge sui giornali – di congiunti che non denunciano la morte della moglie o del figlio o del genitore, che ne evitano la sepoltura, che continuano a tenerne il corpo in casa con sé rifiutando la fine della persona cara?

Vengono in mente le mille e mille madri e i fratelli e i familiari che da anni continuano ad assistere una persona cara che si trova nelle stesse condizioni di Eluana. Molte famiglie hanno cambiato vita per questo, cambiato lavoro, vacanze, abitazione. Molte sono divenute povere pur di assistere il figlio, la moglie, il marito che non parla, non cammina, che sembra soltanto, talvolta, stranamente sorridere. Ringrazia? Conosciamo alcuni di questi casi. Che pensano queste migliaia di mamme guardando la televisione e sentendo che Eluana deve morire? Che è giusto così? Sono loro che sbagliano tutto? Il loro è un sacrificio inutile? Hanno fatto del male a se stesse, ai figli, alla loro famiglia? Se la storia di Eluana termina con la morte decisa dalla società, cambieranno anche esse pensieri, riconosceranno nel pianto il loro errore? Volevano fare il bene del figlio e lo hanno fatto soffrire di più? Hanno consacrato tempo, sonno, denaro a un cadavere?

Eppure, eppure… Non c’è nessuno che non ammiri, che non lodi queste madri, questi padri, questo coniuge; che non si commuova ascoltando il loro racconto. Un racconto raro, perché di regola queste persone tengono la sofferenza nel segreto del loro cuore, non vanno dai giornalisti o dinanzi alle cineprese televisive. Il loro dolore, il loro coraggio lo consumano nel silenzio. Riflettiamo: nessuno dice che la loro è follia, che devono andare dallo psichiatra per farsi curare. Questo generale riconoscimento di valore dimostra che in Eluana c’è qualcosa di misterioso. Stando qui, idealmente in questa stanza, nella penombra, ci avvolge quasi un sentimento di venerazione.

Certo: quello che chiamano “fredda ragione” ci dice che potremmo impegnare meglio le nostre energie morali, intellettuali, materiali. È stato detto e scritto: ci sono bambini che muoiono di fame nel terzo mondo, ci sono dolori coscienti che potremmo alleviare, ci sono progressi tecnologici e scientifici più alti che potremmo ottenere se avessimo più denaro. Ma noi, irragionevolmente, sperperiamo inutilmente danari in cure futili, in assistenze costose. Potremmo utilizzare meglio in altri modi le nostre non inesauribili risorse economiche. Perché non chiudere gli istituti che accolgono “mostri”, malati di mente, disabili gravi che mai saranno utili alla società? C’è un tempo per nascere, uno per vivere, uno per morire. Anche questo è stato già detto. Vecchi senza memoria, senza capacità di relazione, un peso per gli altri. Risorse sprecate per le loro pensioni.

Come rispondere? La “fredda ragione” balbetta argomenti poco convincenti. Ma il cuore impetuosamente dice che è lodevole, ammirevole, che è bene continuare ad assistere i malati incurabili, i disabili, gli “inutili”, di cui Eluana è divenuta il simbolo estremo. E il cuore – si sa – spesso scopre ragioni che la mente non riesce subito a vedere.

È così diverso da noi quel corpo che “non vale più niente”? Eluana non è solitaria. Molti altri si trovano nelle stesse condizioni. Noi stessi, o prima o poi, potremmo trovarci in una simile condizione. Magari per tempi più brevi. Ma è la quantità che fa la differenza? Perché il limite è coessenziale all’esistenza umana? Perché la tragedia della morte? Perché il non contare di ciascuno di noi in contrasto con l’istintiva pretesa di essere, ciascuno, al centro dell’universo? Per il credente cristiano l’uomo è anima e corpo indissolubilmente uniti.

Dov’è l’anima di Eluana? È ancora in questo corpo oppure se ne è già andata? L’uomo è in alcuni centri corticali del cervello, oppure è qualcosa che va oltre? Il neonato, e prima di lui l’embrione e dopo di lui il bambino, per qualche non breve tempo non ha autocoscienza. Altri devono lavarlo, spostarlo, nutrirlo. Certo: lui è un concentrato di speranza; in Eluana c’è solo dolore e attesa della fine.

Ma, nonostante tutto, Eluana non è una cosa, non è un cadavere. L’anima è ancora in questo corpo violentato dall’incidente stradale, ma vivo. Ma il non credente che cosa può dire? A ben pensare egli ha già parlato e lo ha fatto in modo solenne. Anzi ad una voce con i credenti. Per vincere la paura, per ritrovare speranza, tutti i popoli della terra, credenti e non credenti, hanno stabilito che tutti i membri della famiglia umana, per il solo fatto di esistere, hanno una uguale dignità. È la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo che ha indicato il riconoscimento della dignità inerente all’esistenza come unica garanzia di libertà, di giustizia e di pace.

C’è qualcosa di misterioso in questa dignità sempre presente nella stessa misura in tutti e in ciascuno. Dignità significa valore, bellezza, significato. Sempre uguale, anche laddove i sensi colgono differenze enormi. Davvero il riconoscimento della uguale dignità umana costituisce il nucleo di una universale religione civile, che non contrasta con la visione di fede cristiana. Al contrario. Ciò che l’esperienza tragica delle dottrine di morte che hanno insanguinato la prima metà del secolo scorso ha postulato come antidoto contro la paura è straordinariamente illuminato dalla rivelazione cristiana sull’uomo. Per questo sostiamo idealmente tutti quanti, turbati e inquieti, accanto al letto di Eluana. Perché, ultimamente, su quel letto ci siamo tutti noi. C’è il giudizio sul valore di ciascuno di noi. Qualunque legge verrà adottata, se verrà fatta, non riguarderà soltanto Eluana, ma le molte altre Eluane, le molte madri e padri e sorelle e amici che la assistono. Anzi: in certo modo, tutti noi.

Così le ragioni delle mente si uniscono a quelle del cuore. Non è giusto che Eluana muoia per fame e per sete. Eluana ha diritto all’assistenza che le è sempre stata amorevolmente prestata. Ci sono tante famiglie dove la povertà o, più in generale, le condizioni di età, di salute, etc. non consentono una adeguata assistenza; dove, effettivamente la stanchezza diventa disperazione. È qui che si misura la civiltà di una intera società. La sua capacità di solidarietà dimostra concretamente la verità della sua proclamata fede nella dignità umana. Se una legge si deve fare, che sia una legge di solidarietà e di assistenza. Non una legge che condanna a morte i soggetti “inutili”, magari con il pretesto della “autodeterminazione”. Per Eluana. Per tutti noi.

Per approfondire l’argomento in questione:

— Carlo Casini, Marina Casini, Maria Luisa Di Pietro, “Eluana è tutti noi. Perché una legge e perché no al ‘testamento biologico’” (Società Editrice Fiorentina).

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*Già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, attualmente è il Presidente del Movimento per la Vita italiano.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. I diversi esperti che collaborano con ZENIT provvederanno a rispondere ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]

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