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La dignità dei diritti rimedio alla povertà

Editoriale dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, pubblicato su “La Gazzetta del Sud” di domenica 23 novembre

«Chi ha fame ci chiede dignità, non elemosina».

Parlando ai partecipanti alla seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione, promossa a Roma dalla Fao, Papa Francesco è stato come al solito chiaro: nel mondo si muore anche per mancanza di cibo, ma il problema non potrà essere risolto fino a quando non ci si prenderà cura della persona che patisce la fame, garantendole i diritti di cui è portatrice. Una tragedia che umilia non solo il corpo, riducendolo ad una larva, ma anche l’anima, che riesce appena ad esprimere la necessità istintuale di sopravvivenza.

Il fenomeno non risparmia neppure l’ex opulenta Italia, anche se molti fingono di non avvedersene. L’Istat a luglio certificava più di sei milioni di cittadini senza cibo né beni primari. Tra essi un milione e mezzo di minori. La differenza, per loro, la fanno un piatto di pasta e un pezzo di pane: non hanno nemmeno quelli. È una generazione che pagherà a lungo il conto della crisi, un tributo doloroso destinato a gravare sul Paese intero in termini di peso economico, sociale e morale. Paradossalmente, l’unica a guardare ai nostri poveri è l’Europa, quella alla quale ci ribelliamo per le sue austere regole, ma che attraverso il Fondo di aiuti agli indigenti garantirà 500 milioni fino al 2020. Una goccia nel mare, sempre meno rispetto al passato, ma è ciò che resta: nella Legge di stabilità presentata nei giorni scorsi alle Camere dal Governo, ad esempio, non v’è più traccia nemmeno del fondo nazionale contro la povertà, quei 10 milioni di euro che lo scorso anno permisero almeno di far arrivare sulle tavole delle mense degli enti caritativi pasta e farina.

«C’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare», ammoniva san Giovanni Paolo II già nel 1992. Da allora, lo spreco, lo scarto, il consumismo – e per molti versi anche il disinteresse della politica – sono cresciuti. Il cliente, anzi, il consumatore, come si usa dire oggi, è coccolato, assediato e circuito perché si convinca, come scriveva Erich Fromm, che «la felicità moderna consiste nel guardare le vetrine e comprare tutto quello che ci si può permettere, in contanti o a rate». D’altro lato, questo consumismo spesso è un bene sottratto a chi ha la pura e semplice necessità di sopravvivere.

Esso propone una sfida da superare, ha ricordato il Papa, assieme a quella rappresentata dalla mancanza di solidarietà, derivante dall’essere caratterizzata la società contemporanea da un crescente individualismo e dal tarlo della divisione. Per questo sarebbe necessario imprimere una svolta immediata e forte, seguendo l’esempio di tantissimi volontari che nei centri Caritas e altrove si prodigano con grande generosità e senso di accoglienza.

La risposta è nel Vangelo. Nuovi stili di vita, sobrietà, misure concrete, la capacità di andare incontro all’altro e istituire rapporti reciproci sul sentimento di fratellanza, il solo che ci fa superare limiti e differenze consentendo l’approdo sulle rive del bene comune: è quel che manca, è quel che serve. È ciò che deve tornare ad essere nel cuore di ognuno, al centro del mondo.

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