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La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia compie vent’anni

In un convegno al “Seraphicum”, il bilancio sulla condizione dei bambini nel mondo

di Mariaelena Finessi

ROMA, giovedì, 12 novembre 2009 (ZENIT.org).- «Violenze in casa, pedofilia, lavoro minorile» e poi quell’«amore malato» con i delitti in famiglia: «Addirittura un morto ogni due giorni». Padre Gianfranco Grieco, Capo Ufficio del Pontificio Consiglio per la Famiglia, elenca solo alcuni dei mali che condannano i bambini ad un’infanzia difficile, a volte impossibile, e lo fa intervenendo alla tavola rotonda del 10 novembre (“S.O.S. infanzia. Come costruire un mondo a misura di bambino”) aperta a Roma da padre Zdzislaw Jozef Kijas, preside della Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura-Seraphicum” e direttore scientifico dell’Istituto Mulieris Dignitatem.

Un’occasione per fare il punto sullo stato di reale attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia, approvata a New York dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 1989, ratificata da 193 Stati. Un numero addirittura superiore a quello degli Stati membri dell’Onu.

In assoluto lo strumento normativo internazionale più completo, in materia di promozione e tutela dei bambini, la Convenzione sui diritti dell’infanzia – a cui ha aderito anche la Santa Sede, seppure avanzando alcune riserve, la più importante delle quali attiene ai metodi di pianificazione familiare, ammessi solo se naturali – contempla gli stessi diritti e le stesse libertà attribuiti agli adulti .

E questo perché l’infanzia occupa un posto speciale nell’esistenza stessa dell’umanità. Un posto tradito: «Giovanni Paolo II– ricorda il religioso – nella “Lettera ai bambini” del 1997 scriveva che “se è vero che un bambino rappresenta la gioia non solo dei genitori, ma della Chiesa e dell’intera società, è vero pure che ai nostri tempi molti bambini, purtroppo, in varie parti del mondo soffrono e sono minacciati: patiscono la fame e la miseria, muoiono a causa delle malattie e della denutrizione, cadono vittime delle guerre, vengono abbandonati dai genitori e condannati a vivere senza casa, privi del calore di una propria famiglia, subiscono molte forme di violenza e di prepotenza da parte degli adulti”».

Qui allora la questione cruciale: «“Come è possibile – si chiede il compianto Pontefice – rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di tanti bambini, specialmente quando è causata in qualche modo dagli adulti?”».

«La storia della proclamazione dei diritti mediante le carte – spiega nel suo intervento monsignor Velasio De Paolis, docente di diritto – parte generalmente da situazioni di difficoltà alle quali si vuole mettere rimedio». Ciò vale per la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo come pure per le carte che, a partire da essa, sono state redatte per altre categorie di persone ritenute fragili, come i lavoratori, le donne, i migranti e, dunque, i bambini.

Cos’è cambiato però con questo strumento giuridico? Troppo poco. De Paolis punta il dito, ad esempio, contro i trafficanti di bambini in Africa: «Questi fanciulli, rapiti per la strada o comprati come fossero schiavi, finiscono quasi sempre in Sudafrica, il paese più occidentalizzato del continente». Un traffico «destinato drammaticamente ad aumentare in vista dei prossimi Campionati Mondiali di Calcio» che il Paese ospiterà.

«Per la sua organizzazione e svolgimento – chiarisce – sono previsti infatti enormi investimenti che stanno richiamando migliaia di tecnici ed operai da tutto il mondo, tutti tesi a realizzare strutture capaci di ricevere durante la manifestazione milioni di ricchi ospiti stranieri». Mentre altri bambini, «i meno fortunati di tutti, possono incontrare un destino ancora più terribile: essere uccisi e fatti a pezzi dai trafficanti di organi umani e destinati al commercio internazionale».

Ecco il punto: la soluzione non può dunque venire da un documento, seppure questo possa indicare la via. «Occorre ritornare sempre al progetto creativo di Dio», suggerisce padre Grieco che riporta all’attenzione dell’assemblea un messaggio inviato da Giovanni Paolo II al Pontificio Consiglio per la Famiglia il 21 giugno 1991: «I diritti dei bambini sono antecedenti, effettivamente, a qualunque convenzione o accordo politico ed è importante che la società internazionale, facendosi consapevole di ciò, si impegni a formularli adeguatamente, li proclami con decisione e li faccia osservare con il dovuto vigore. Infatti, il grado di civiltà di una società emerge anche e soprattutto, dalla capacità di difendere i diritti dei più deboli».

E deboli, i bambini lo sono come è vera la sacralità della loro vita, racchiusa già nel concepimento: «Marcel notava – spiega monsignor Elio Sgreccia, già presidente dell’Academia pro Vita – che “il carattere sacro dell’essere umano apparirà con maggiore chiarezza quando ci accosteremo all’essere umano nella sua nudità e nella sua debolezza, all’essere umano disarmato così come lo incontriamo nel bambino, nell’anziano, nel povero”. Noi potremo dire nel nascituro neoconcepito».

Chiaro l’impegno da assumere: «Annunciare la verità sul matrimonio e sulla famiglia perché altrimenti la questione dei figli non può trovare una autentica risposta». Inevitabile, a quel punto, l’emergenza educativa innescata anche dai cosiddetti «“genitori liquidi” – denuncia lo psichiatra Tonino Cantelmi, presidente dei psicologi cattolici – che cioè non hanno una forma stabile e che costruiscono le relazioni sulle emozioni dell’immediato, senza progettualità». Ovvero, genitori che non sanno “pensarsi” famiglia.

Sul tavolo – a ricordarlo è Laura Tortorella, direttore didattico Istituto Mulieris Dignitatem – restano le sfide proposte dal Bice (Bureau International Catholique de l’Enfance). Tra queste, la difesa della vita, la lotta alla povertà e alla violenza; il sostegno alle famiglie nel farsi carico dei minori lavoratori; la garanzia dell’accesso alle cure mediche indispensabili; l’integrazione nella società dei bambini diversamente abili e infine, più che mai attuale, l’impegno a mettere le nuove tecnologie a servizio dei più piccoli.

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