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La Congregazione per i Santi compie 40 anni (II)

Commenti del prefetto emerito, il Cardinale José Saraiva Martins

 di Carmen Elena Villa

ROMA, martedì, 30 giugno 2009 (ZENIT.org).- Come proclama la Chiesa beato o santo un battezzato? Il Cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi, ha risposto a questa domanda che molti credenti e non credenti si pongono.

Il porporato, nella seconda parte della conversazione con ZENIT (cfr. La Congregazione per i Santi compie 40 anni (I), ZENIT, 26 giugno 2009), spiega i requisiti e il procedimento delle cause di beatificazione e canonizzazione.

La conversazione ha avuto luogo in occasione dei quarant’anni del dicastero vaticano fondato da Papa Paolo VI, che prima dipendeva dalla Sacra Congregazione per i Riti.

Dalla morte alla canonizzazione

Per dare inizio a un processo di canonizzazione si deve tener conto di un primo elemento fondamentale: la fama di santità.

Questo requisito, ha affermato il Cardinale, è “la convinzione dei membri di quella comunità locale che quella persona era santa. Loro dicono al Vescovo che quella persona era santa”.

“La comunità è quella che decide, i laici fanno il primo passo! – ha esclamato – Il Vescovo non fa altro che verificare se questa fama di santità di cui parlano i laici ha un fondamento reale. Nessuno pensa al fatto che la canonizzazione è la conclusione di un processo iniziato dalla comunità dei laici”.

Inizia così la fase diocesana, in cui si esamina la vita della persona e si cerca di raccogliere documenti, scritti, grazie ricevute e testimoni che provino che il Servo di Dio (come si inizia a chiamare la persona quando inizia questa fase) ha vissuto in grado eroico le virtù cristiane e la sua fama di santità.

Una volta approvata questa fase, inizia la cosiddetta fase romana, in cui si studiano le testimonianze e le documentazioni che hanno a che vedere con la vita, le virtù e il martirio (nel caso in cui la persona sia stata assassinata a causa della sua fede) del Servo di Dio.

In genere questa fase dura vari anni e vi partecipa una commissione di teologi che poi consegna il materiale per una revisione successiva a un gruppo di Cardinali e Vescovi, membri della Congregazione.

Se il loro parere è favorevole, fanno arrivare al Papa la proposta perché si approvino le virtù eroiche del Servo di Dio, che passerà in questo caso ad essere Venerabile.

Terminato questo iter inizia la ricerca su un miracolo, che in genere consiste nella guarigione da una malattia. La guarigione deve essere totale, permanente e senza che esista alcuna spiegazione scientifica.

Per la canonizzazione si deve verificare un secondo miracolo. Si celebra poi un Concistoro che ratifica l’opinione dei Cardinali e dei Vescovi, con l’approvazione del Papa che stabilisce una data.

Un processo che può durare a lungo

Secondo il Cardinale, i consultori e i membri della Congregazione possono archiviare un processo di canonizzazione “se non ci sono vere virtù, se non è chiaro se ci sono virtù eroiche”.

Un’altra causa che può fermare il processo si verifica quando la presunta intercessione del santo non è miracolosa perché la guarigione è spiegabile dal punto di vista scientifico. Una commissione di medici, tra cui credenti e agnostici, esamina il caso e afferma se si tratta o meno di un miracolo. “La fede non c’entra niente, in questo caso alla Chiesa interessa solo la verità”, ha sottolineato.

Si deve anche verificare che la persona guarita abbia pregato in modo vero ed esclusivo la persona in questione. Per questo, deve esserci un nesso causa-effetto con il futuro santo: “Se non appare quel nesso causale allora si ferma il processo”.

La causa potrebbe però essere ripresa “se si chiedono ulteriori documenti che siano in grado di fornire altre prove da cui consta l’eroicità delle virtù”.

Bambini agli altari

Il Cardinale Saraiva Martins ha detto a ZENIT che uno dei successi più significativi di questi 40 anni di lavoro è la riforma compiuta da Giovanni Paolo II nel 1983, pubblicata nella Lettera Apostolica Divinus Perfectionis Magister. Tra i suoi frutti c’è la possibilità di beatificazione dei bambini non martiri.

“Non potevano essere beatificati perché erano ritenuti ancora incapaci di praticare le virtù in grado eroico”, ha riferito il porporato.

Giovanni Paolo II ha nominato una commissione per studiare il caso dei bambini con fama di santità e si è concluso che anch’essi possono praticare le virtù in grado eroico, “non nel modo in cui devono farlo gli adulti, ma in modo appropriato allo stato di bambini. Alla luce di quel risultato, il Papa ha cambiato la prassi”.

Grazie a questo, nel 2000 i pastorelli di Fatima Francisco e Jacinta Marto sono stati beatificati nel loro paese natale.

“Nonostante fosse vietato beatificare bambini, erano arrivate a Roma moltissime lettere da tutto il mondo che chiedevano la beatificazione dei pastorelli. Questo è molto interessante e ha fatto riflettere a Roma e la Santa Sede”, ha rivelato il prefetto emerito del dicastero vaticano.

Maggiore impulso alle Chiese locali

Il Cardinale riferisce che una delle riforme che ha promosso nel dicastero è stata quella di far sì che la cerimonia di beatificazione si svolga nella Diocesi in cui ha vissuto il beato.

“Il Concilio Vaticano II sottolinea l’importanza della Chiesa locale, per cui mi sono domandato: ‘Perché non beatificare nella propria Diocesi?’. E’ un modo di applicare il Concilio”, ha affermato.

Secondo il prefetto emerito, questa misura “dal punto di vista pastorale è stata una cosa molto opportuna. Una beatificazione fatta in loco è un invito molto forte del nuovo beato ai suoi concittadini. E’ come dire ‘Io sono uno di voi’, a volte è anche conosciuto”, ha concluso.

Beatificazione e canonizzazione sono fatti dogmatici in cui è coinvolta l’infallibilità del Papa. Nessuno può vedersi ritirato uno di questi titoli se lo ha ottenuto.

Per questo motivo, dopo un lungo studio, il miracolo è la prova migliore della santità e dell’intercessione divina dei santi. Secondo il Cardinale, è il “desiderio di avere la certezza assoluta. E’ il sigillo che Dio pone per dire che la persona è santa”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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