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La cognizione del tempo. Una prospettiva estetica

Una lettura filosofica legata al concetto del tempo per ‘investigare’ su alcuni aspetti della “via pulchritudinis”

La “costrizione del tempo” –  in una società frenetica, estremamente digitalizzata e condannata ad una infruttuosa ed alienante distrazione –  sembra aver distolto lo sguardo dell’umanità dalla condivisione di un progetto comune, allontanandosi radicalmente dalla necessità fondamentale dell’introspezione personale, dell’incontro con l’altro e di un “dialogo costruttivo” a cui sono imprescindibili maggiore attenzione, buon senso, comprensione, silenzio e ascolto paziente:

Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri [1].

Tale “elogio della lentezza” è un ritorno all’essenza della natura umana in cui il tempo è misurato non solo attraverso gli strumenti scientifici ma anche dal valore della memoria, dal passaggio naturale delle stagioni, dalla condivisione provvidenziale della storia e dalla contemplazione liturgica delle ore. Un certo senso di sradicamento è chiaramente evidente nella vita quotidiana, fin troppo oberata da ritmi imposti e stordita dalla ripetitività di inutili rituali che non riesce più a controllare o a gestire correttamente in un susseguirsi “indifferente” di eventi [2]:

Di fronte al delirio del fare, dell’agitarsi, del parlare è necessario aprire, invece, l”oasi della quiete, della lentezza, della pacatezza. La smania che ci rode l´anima crea persone colpite da stress, insoddisfatte, incapaci di ascoltare la propria coscienza e gli altri. Pascal diceva che tutte le nostre disgrazie vengono dal non essere capaci di stare un po’ da soli in camera ogni giorno. [3]

La necessità della quiete e della calma è fonte primaria di saggezza e di prudenza, le quali sono compagne fedeli nelle avversità e nei pericoli come nelle piccole prove quotidiane poiché, come insegna il Siracide:

“La tua attività non abbracci troppe cose;

se esageri, non sarai esente da colpa;

anche se corri, non arriverai e non riuscirai a scampare con la fuga.

C’è chi lavora, fatica e si affanna:

eppure resta tanto più indietro”. [4]

Nella Sacra Scrittura tali richiami sono molteplici e frequenti ma l’uomo contemporaneo sembra averli dimenticati, distratto in una incessante corsa – molto spesso – senza scopo. La rivalutazione nella letteratura teologica della via pulchritudinis [5]</a> ha avuto il pregio di riproporre un approccio filosofico originale al fine di mettere di nuovo al centro, attraverso un percorso non soltanto estetico, le domande fondamentali dell’esistenza in una prospettiva reale.

Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto. [6]

La storia dell’arte offre molte analogie come dimostra chiaramente questo passaggio di Benedetto XVI e ci sono personalità artistiche che, attraverso le loro opere, sono riuscite a presentare in modo discreto quella “sete di infinito”, principale caratteristica di ogni essere umano.

Alla fine del XIX secolo, il pittore francese Jean-Charles Cazin divenne famoso per aver dipinto una serie di paesaggi al tramonto nelle campagne o nei villaggi rurali, con colori molto delicati e deliziose sfumature, cercando di cogliere il senso profondo dell’ assoluto e la bellezza dell’ infinito nel passaggio inesorabile del tempo. Quell’istante, pieno di riferimenti e proiezioni metafisiche, è ancora chiamato l’ora di Cazin (l’heure Cazin) [7].

Nel suo stile pittorico vi è il pregevole tentativo di andare oltre la semplice “narrazione dello spazio”: si tratta di un approccio pedagogico volto a generare nello spettatore, in modo garbato, uno stupore originario e la domanda esistenziale sul senso ultimo dell’esistenza:

Nella modo di pitturare di Cazin non si nota mai un impasto grezzo, la violenza della spatola, o i capricci di un pennello indisciplinato. L´aspetto delle sua pitture è sempre attraente, e il loro tono soave e distinto è spesso assolutamente affascinante; i dettagli sono subordinati all’ unità generale; l´immagine è unica e armoniosa. Il “sogno della vita’ di Cazin è dolce, tenero, pieno di compassione. [8]

In un momento di silenzio e nella contemplazione dei segni della bellezza nella semplicità o nella durezza della vita quotidiana, Cazin sembra invitarci a non perdere di vista i valori reali dando vita ad  un circolo virtuoso di comprensione reciproca, solidarietà disinteressata e rispetto reciproco:

Cazin può essere descritto come un pittore che pensa. Dall’altro lato, potrebbe essere definito un realista. Molto colto e familiare con le legende e i poemi delle epoche, la sua facoltà di concezione pittorica sembra essere ispirata soltanto quando viene in contatto con la realtà. Vede un scena attuale nella natura, e in quel momento la sua immaginazione la interpreta e la adorna con alcuni simboli eterni di compassione, di carità, di rassegnazione, o di semplice sentimento umano. Costantemente interrogando la natura, prendendo incessantemente spunti sulla realtà, facendo disegni dopo disegni e studio dopo studio, infaticabile nell´attenzione che offre alla sua maestra natura, Cazin – il pittore e il disegnatore – è l’ assistente – progigiosamente abile – del Cazin poeta, uomo di vasta cultura, il grande artista dall’anima forte, paziente e delicata.[9]

***

NOTE

[1] Francesco, Messagio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 1 Giugno 2014, www.vatican.va

[2] “Paradójicamente, cuanta mayor conciencia tenga el hombre de la vida como confinamiento, más capacidado estará para experimentar el brote de la esperanza y “ver el brillo de esta luz, velada y misteriosa”, porqué la esperanza es misterio, no problema, y a través de ella, se alcanza la certeza que brota de la partecipación en el Ser con la totalidad de “mi ser”.”, F. Blazquez Carmona, La Filosofia de G. Marcel: de la Dialectica a la Invocación, Ed. Encuentro, Madrid 1988, p. 223.

[3] G. Ravasi, “Elogio della Lentezza”, Avvenire, 15 Maggio 2004

[4] Siracide 11: 10-11

[5] Cfr. Pontificio Consiglio della Cultura,  La « Via Pulchritudinis», cammino di evangelizzazione e di formazione umana. Atti della Nona Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie (Vaticano, 9 novembre 2004). Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2005

[6] Benedetto XVI, Udienza Genereale a Castel Gandolfo, 31 Agosto 2011 www.vatican.va

[7] Cfr. S. Lemoine (ed.), De Puvis de Chavanne à Matisse et Picasso : vers l’art moderne, Flammarion, Paris 2002.

[8] T. Child, “Some Modern French Painters”, Harper’s New Monthly Magazine, vol. 80- Issue 480, May 1890, Harper and Bros, New York 1890, p. 128. (Traduzione nostra)

[9] Ibid., p. 131.

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