Dona Adesso

La Chiesa in Namibia: una Chiesa mai “zitta” e vicina agli oppressi

Alla vigilia della visita ad limina dei presuli namibiani con il Papa, il presidente mons. Nashenda racconta le sfide che la Chiesa nel paese africano si trova oggi ad affrontare

Domani mattina Papa Francesco riceverà in visita “ad limina” i vescovi della Conferenza Episcopale di Namibia e Lesotho. Sono questi due paesi dell’Africa australe entrambi a maggioranza cristiana: in Namibia prevalentemente evangelici, in Lesotho cattolici. Ma sono questi due paesi caratterizzati anche da numerosi problemi economici e sociali, e da tante sfide sul piano religioso, come spiega alla Radio Vaticana mons. Liborius Nashenda, arcivescovo di Windhoek e presidente della Conferenza Episcopale del paese.

“La nostra principale priorità – racconta ai microfoni dell’emittente – è di rendere la Chiesa autosufficiente, di fare sì che i fedeli che si sentano protagonisti della loro Chiesa e questo è un punto su cui insistiamo”.

Poi, aggiunge, c’è la sfida delle vocazioni “in calo”: “La nostra Chiesa è stata fondata dai missionari e adesso questi stanno diminuendo. Ne deriva che la Chiesa deve mobilitare i nostri fedeli e pregare per avere più vocazioni locali così da potere raggiungere un giorno l’autosufficienza”.

Tra le sfide da annoverare c’è anche quella di una corretta preparazione di coloro che decidono di intraprendere il sacerdozio o la vita consacrata, “così che possano diventare efficaci agenti evangelizzatori”. Come pure la formazione permanente del clero, compresi i diaconi, i religiosi e i laici. “La presenza dei laici sta crescendo e cresce la consapevolezza che la Chiesa appartiene anche a loro”, sottolinea mons. Liborius.  

A proposito di Chiesa, l’arcivescovo rammenta l’importante ruolo da essa svolto prima dell’indipendenza. “Abbiamo vissuto un momento difficile durante la guerra di liberazione, durata 25 anni – racconta -. In quel periodo la Chiesa si era mobilitata, non per fare politica, ma per incoraggiare la popolazione a lottare per la giustizia, in difesa degli oppressi, degli emarginati e contro la violazione dei diritti umani perpetrata dal regime in vigore fino al 1989, quando è iniziato il processo di democratizzazione che ha portato all’indipendenza nel 1990”.

Ma la Chiesa si è mobilitata anche in seguito, “partecipando alla risistemazione dei rimpatriati che erano stati esiliati in Angola, Zambia e Zimbabwe e in altri Paesi nel mondo”. Secondo il presidente dei vescovi della Namibia, “la Chiesa può essere orgogliosa di questo e di quello che ha fatto dopo l’indipendenza per aiutare lo sviluppo del popolo namibiano, contro la povertà e contro tutti i mali che affliggono il nostro paese”.

Ciò nonostante – soggiunge – rimane difficile instaurare un dialogo con i leader politici locali. In ogni caso, afferma Nashenda, “anche se non ci ascoltassero, diremmo quello che pensiamo lo stesso, senza paura. Il fatto di essere una minoranza non è importante. Diciamo la nostra sui temi che riguardano il nostro Paese in diversi modi: attraverso i vari media, le nostre lettere pastorali e anche attraverso organismi ecumenici nonostante le differenze dottrinali che esistono tra le Chiese cristiane”.

About Redazione

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione