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La bioetica non è solo un’etica dell’emergenza

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di bioetica riportiamo la risposta alla domanda di un lettore a cura del dott. Carlo Bellieni, dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

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Si parla tanto di riciclare i rifiuti, e talora ci si sente inadeguati perché sembra di combattere una lotta impari. Tuttavia, riciclare i rifiuti è uno dei pochi messaggi morali condivisi universalmente, mentre il principio di non uccidere, ad esempio, è sempre più messo in discussione come valore universale. Non pensa allora che ci sia uno sbilanciamento tra i messaggi politicamente corretti e quelli moralmente corretti? E se c’è questo sbilanciamento, come si può testimoniare un equilibrio, pur non volendo far la guerra a misure come per l’appunto il riciclaggio dei rifiuti che in sé sono buone?

La bioetica affonda le sue radici nella vita di tutti i giorni; chi pensa che la bioetica sia solo un’etica dell’emergenza sbaglia. Primo perché la vita di tutti i giorni è zeppa di scelte etiche (nulla è eticamente neutro); secondo perché, biopoliticamente parlando, se si fa la guerra solo rispondendo alle provocazioni, la guerra si perde in un baleno.

Occorre ritornare a vedere la “vita-vita”; e qui rispondiamo alla domanda su un dettaglio della “vita-vita”, per vederne le implicazioni etiche e il risvolto sulle emergenze bioetiche. Il dettaglio (il riciclaggio dei rifiuti) sembra lontano dai problemi bioetici, ma non lo è. Oggi infatti siamo all’interno di un sistema in cui i rifiuti vanno accumulandosi, resta difficile stoccarli e ancor più eliminarli, dato che non sono spesso selezionati per tipologia, sono commisti a rifiuti tossici e bruciandoli o lasciandoli interrati si rischia un solenne inquinamento rispettivamente dell’aria o dell’acqua. Per questo è un obbligo morale aiutare a risolvere questa emergenza, e per questo siamo oggetto di inviti pressanti a “riciclare e riciclare”… tanto che “riciclare” è diventato realmente uno dei 3-4 “nuovi comandamenti laici” che ci vengono inculcati sin dalla culla. Riciclare è una cosa ottima, ovviamente, ma se diventa un valore assoluto, ci dobbiamo domandare da dove emerga realmente.

Ci viene allora da notare che il termine “riciclare” è un termine modernissimo, che non esisteva nella storia anche recente: solo cinquant’anni fa, non c’era bisogno di “riciclare” proprio perché nessuno si sognava di produrre cose che non si potevano usare. Il termine “rifiuti” è esso stesso un termine moderno: fino agli anni ’50 si parlava solo di “spazzatura”. Poi è arrivato qualcosa che ha imposto che parte della natura venisse considerato come “inutile”, “superfluo”, “da buttare”: un rifiuto.

Notiamo per inciso che oggi all’idea di “superfluo” si legano due sentimenti ambivalenti. Da una parte viene collegato all’idea di “benessere”: la misura del nostro benessere (o di quello di un personaggio noto) si misura in ragione delle cose di cui si può disfare, del superfluo che possiede, in altri termini, dei suoi rifiuti. D’altro canto, all’idea di superfluo si associa l’idea di perfezione di cui il superfluo sarebbe contaminazione (“peli superflui” “grasso superfluo”, batteri superflui – talora invece buoni e utili – nei panni e nei lavandini così tanto avversati in certi spot) e dunque si associa il senso di ripugnanza.

Detto ciò, focalizziamo l’attenzione sul termine “rifiuti” e vedremo che non solo produciamo cose che sappiamo che dovremo buttare (imballaggi) o che non aggiusteremo (costa meno comprare il nuovo), ma che addirittura uccidiamo animali e strappiamo alla terra vegetali che non mangeremo (il 30% del cibo prodotto in occidente viene buttato via).

Un tempo i piatti rotti si riparavano, degli animali si impiegava tutto, financo i peli, ma non perché la società era povera, ma perché si aveva un concetto di “utile” che si è perso, dal momento che allora dire “utile” era avere nello sguardo tutto un mondo: dalla vita di un animale che non si uccideva non tanto perché era “sacra” quanto  perché era stupido uccidere senza motivo; alla vita dei figli cui nessuno avrebbe pensato di sottrarre le fonti di sostentamento strappando piante e uccidendo animali, come oggi avviene in dimensioni mondiali e catastrofiche.

Insomma, si crea un senso di colpa ai bambini o agli anziani che non buttano la cartaccia nell’apposito contenitore, ma si continua a produrre tonnellate di quella stessa cartaccia. Chi fa più danni: l’anziano che non ricicla o la cultura che produce sapendo che poi butterà via il prodotto?

Non si può combattere aborto ed eutanasia se non si affronta la mentalità che sta alla base, e la mentalità è quella della cultura che getta via quello che non sa gestire (fino a gettare via noi stessi, quando non sappiamo gestire la nostra tristezza). Aborto ed eutanasia nascono dalla voglia di far sparire quello che non si può o non si sa gestire. Far sparire quello che non si sa gestire è alla base del concetto di ”rifiuto”. E’ alla base del piatto di carne ottima buttato via, come è alla base del matrimonio buttato via. Alla base sta l’idea, ecco il vero nocciolo, che al mondo “qualcosa non serva”, che qualcosa (qualcuno!) sia inutile; e –ancor più paradossale e più chiaro – diventi inutile quando noi non sappiamo cosa farne. Ma, come faceva dire Federico Fellini al personaggio de “Il Matto”, “Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro e mi son fatto un’idea…e cioè che non c’è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Ecco, anche questo sassolino serve a qualcosa. Io non lo so a che cosa serve… se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore, sarebbe Dio. Io non lo so a che cosa serve questo sasso, ma serve. Perché se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle…” (cfr. Federico Fellini, La Strada). E’ contro la cultura del “significato” che si alza la cultura del “rifiuto”. E non si può venirne fuori, se non si ammette che da qualche parte il tutto ha un Senso.  

L’ecologia moderna in gran parte si basa su un intento buono: nulla deve andare sprecato perché le risorse sono poche; ma raramente dà un  giudizio più ampio: nulla va sprecato perché tutto è utile.  E’ un fraintendimento che sorge dalla mancanza di certezza che “tutto è bene” (cfr. Tito 1,15), anche “i capelli del capo” (Matteo 10,30) E’ stato cacciato dall’orizzonte pubblico la possibilità che esista un Significato del mondo e ci si è ridotti col buttare via tutto quello che “non serve” o “non serve più”; e in questo “tutto” entrano sempre più categorie, fino a lasciarne fuori solo i soggetti umani “adulti, sani, attivi, e capaci di autodeterminazione”, e che tuttavia possono diventare “rifiuti” per un altro popolo durante una guerra o per un’altra categoria durante una crisi sociale.

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