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L’intervento di Benedetto XVI ha salvato migliaia di vite dalla carestia in Africa

Il vescovo di Kitui, in Kenya, mons. Anthony Muheira lamenta lapproccio ideologico di alcuni enti internazionali

ROMA, lunedì, 24 ottobre 2011 (ZENIT.org) – L’intervento di Benedetto XVI in favore dei popoli africani colpiti dalla carestia e dalla siccità ha salvato migliaia di persone, in prevalenza non cattoliche. Tuttavia, al di là del superamento dell’emergenza, il problema rimane, anche per via delle ideologie di alcuni enti internazionali che concentrano la loro attenzione su problematiche poco sentite in Africa.

Servono tecnologie per irrigare, per costruire strade e infrastrutture, ma è necessaria anche la formazione di una leadership che si occupi della popolazione, visto che i politici si dimenticano dei bisogni degli africani. Lo ha detto a Zenit il vescovo della diocesi di Kitui, in Kenya, mons. Anthony Muheria, appartenente all’Opus Dei.

Eccellenza, quale è la situazione attuale in Kenya e nel Corno dell’Africa, e quale è stata l’importanza dell’appello di Benedetto XVI?

Mons. Muheria: Il nostro paese si trova in un periodo di carestia. Noi ringraziamo molto il Papa per le sue parole, che sono venute prima degli interventi internazionali. Abbiamo sentito molto la sua vicinanza anche se nelle grandi diocesi la maggioranza della popolazione non è cattolica. Non voglio dire che l’aiuto sia stato conseguenza automatica delle parole del Papa, anche se dopo il suo intervento l’aiuto è arrivato. Forse i problemi burocratici sono stati superati grazie al intervento del Papa che ha dimostrato una preoccupazione paterna.

Come si spiega che ancora oggi capitino carestie e disgrazie simili?

Mons. Muheria: In parte perché in Kenya non abbiamo strutture adeguate ma lo stesso avviene in gran parte dell’Africa. Manca una mentalità lungimirante. I problemi riguardano sia il governo che le strutture sociale: la politica è dominata dall’individualismo e quindi non risponde direttamente ai bisogni generali della popolazione. Persiste inoltre una mancanza di una leadership e di formazione. Molti vanno in Europa a studiare ma poi non tornano per trasmettere quello che hanno imparato.

Ma l’aiuto internazionale fin qui ricevuto è stato sufficiente?

Mons. Muheria: La Caritas internazionale e nazionali e gli enti internazionali ci hanno aiutato a sufficienza se pensiamo che hanno salvato molta gente da morte sicura. Non hanno potuto incidere, però, sulla qualità della vita. L’intervento è stato sufficiente per tamponare l’emergenza ma la situazione non è ancora risolta. Basta una siccità e tutto ricomincia. Abbiamo bisogno di partner che, nell’arco di diversi anni, creino strutture, come l’irrigazione a goccia: serve questo tipo di tecnologia nelle zone dove si dipende dalla pioggia. Inoltre servono le strutture e le vie di comunicazione, visto che in alcune zone esistono raccolte abbondanti, ma non si possono trasferire in quelle dove c’è la carestia. Al di là delle reti commerciali che se ne approfittano della situazione per fare guadagni facili, c’è qualcosa che non funziona: quando c’è carestia si importa mais, ma in altre circostanze e in altri luoghi, si eliminano raccolti per controllare i prezzi.

E nel Corno di Africa?

Mons. Muheria: Qui le cose si complicano ulteriormente a causa della guerra. La presenza del gruppo Shabab, collegato ad Al-Qaida, sta determinando un esodo. Ogni giorno mille rifugiati arrivano ai campi profughi del Kenya, dove già ci sono 400mila persone.

Mons. Tomasi ha parlato di un genocidio. Ma ci sono responsabili? 

Mons. Muheria: Ci sono responsabilità se pensiamo alla dignità della persona umana. Ci sono ideologie che non hanno alcun collegamento con i problemi reali della gente. Mi dispiace dirlo, ma ci sono enti che minacciano di sospendere l’invio di alimenti, se non ci si impegna a lottare contro la discriminazione verso gli omosessuali. Ma qua stiamo morendo di fame, ci serve l’acqua, questi sono i problemi urgenti… Ad esempio, poco tempo fa, è morta l’ambientalista e Premio Nobel, Wangari Maathai che si è prodigata in favore dell’ambiente. Lei promuoveva una riforestazione destinata a cambiare il clima e favorire l’agricoltura per combattere la fame. Aveva delle organizzazioni alle spalle ma c’è stato forse qualcuno dei grandi che le ha dato appoggio? Si preoccupano per delle cose che non hanno a che vedere con i nostri reali problemi qui in Africa. Non pongono al centro la dignità umana. E non voglio entrare nel tema dell’aborto che è un’altra problematica. Le persone hanno diritto di mangiare e di vestirsi, non possono tagliarci i viveri in nome del diritto all’omosessualità. Stanno giocando sporco e lo dico in quanto vescovo. Non parlo di valori cristiani, ma almeno rispettiamo quelli umani.

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