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L’intelligenza emotiva nella prestazione sportiva: il binomio Ferrari-Vettel

Considerazioni sportive e psicologiche sul successo della Ferrari guidata da Vettel al Gran Premio di Singapore

L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. Peter Salovey e John D. Mayer nel 1990 definiscono l’intelligenza emotiva come “la capacità di gestire sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.

Successivamente Daniel Goleman esprime cinque caratteristiche fondamentali dell’intelligenza emotiva, che l’uomo codifica interiormente: la consapevolezza di sé, la capacità di produrre risultati riconoscendo le proprie emozioni; il dominio di sé, la capacità di utilizzare i propri sentimenti per un fine; la motivazione, la capacità di scoprire il vero motivo che spinge all’azione; l’empatia, la capacità di sentire gli altri entrando in un flusso di contatto; l’abilità sociale, la capacità di stare insieme agli altri cercando di capire i movimenti che accadono tra le persone.

Nella gestione del rapporto mente-corpo-ambiente dell’atleta sportivo l’intelligenza emotiva riveste un’importanza fondamentale. Molte discipline sportive richiedono una particolare armonia tra il “sentire” se stessi e gli altri (avversari o compagni) ed il “decidere razionalmente” un gesto tecnico o una strategia tattica, il tutto molto rapidamente.

Tra tutti gli sport quello che richiede una più completa e rapida padronanza della propria emotività ed istintività è l’automobilismo sportivo. Domenica scorsa, nella notte di Singapore, in un circuito cittadino fatto di curve e rettilinei confinanti con specchi d’acqua e sormontati da splendidi grattacieli illuminati, Sebastian Vettel ha riportato la Ferrari al terzo successo stagionale in un Gran Premio di Formula 1, dopo aver conquistato la Pole Position il giorno precedente.

Ad alcuni sembra strano annoverare tra le discipline sportive l’automobilismo, in particolare quello di Formula 1: troppi gli interessi economici, troppa l’influenza della tecnologia, apparentemente impalpabile il fattore umano, tanto quello fisico, quanto quello mentale. Effettivamente vedere il siluro rosso con il Cavallino Rampante sfiorare ad oltre duecento chilometri orari i muretti, i guard rails ed i cordoli di cemento del circuito della penisola malese indurrebbe a pensare che la “macchina” faccia quasi tutto da sola: il cambio al volante privo di frizione, il costante supporto di dati elaborati in tempo reale da computers collegati wifi con l’abitacolo, la mescola chimica delle gomme che tiene la macchina incollata all’asfalto.

Improvvisamente Vettel, pilota semiautomatico del siluro rosso, taglia il traguardo vincente, liberando in un urlo tutta la tensione emotiva di due ore di immensa concentrazione, di sollecitazioni fisiche della velocità paragonabili a quelle di un astronauta, di un’attenzione maniacale  alle traiettorie utili a ridurre i tragitti, a mantenere la tenuta e a risparmiare le gomme. Come di incanto ecco allora il fascino dello sport: l’uomo che sfida i propri limiti fisici e mentali, l’uomo che sembra indossare la macchina per farne il prolungamento della propria intelligenza ed abilità, l’uomo che è travolto dall’emozione della vittoria e la condivide con la sua squadra, fatta di uomini che hanno vissuto empaticamente con lui ogni pensiero ed azione… con il sottofondo del rombo di un motore.

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