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L’identikit del sacerdote: innanzitutto un autentico uomo di fede

“Il Sigillo Cristo fonte dell’identità del prete”, nuovo volume del Cardinale Mauro Piacenza

ROMA, giovedì, 16 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Contro le tentazioni del modernismo, “un sacerdote non può prescindere dall’essere un autentico uomo di fede”, iche incentra la sua vita sull’intimità con il Cristo. E’ quanto afferma il Cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero, nel suo libro “Il sigillo. Cristo fonte dell’identità del prete” (Edizioni Cantagalli, 2010).

Il Cardinale Piacenza, che come canonista e pastore ha sempre dimostrato un grande impegno e una vera e propria passione missionaria verso la cura delle vocazioni e dei sacerdoti, traccia un profilo chiaro del prete del XXI secolo impegnato nella nuova evangelizzazione.

Nel volume l’autore denuncia le lusinghe del carrierismo, la distanza dei Vescovi dai loro sacerdoti e una certa rilassatezza dottrinale ormai diffusa, che diventa spesso anche culturale e morale, ma indica anche con fiducia la strada di una necessaria riforma del clero.

“Ad ogni sacerdote – scrive nel suo libro il porporato –, qualunque sia il compito specifico che gli sarà affidato, è chiesto innanzitutto di essere una ‘persona di fede’. Una fede autentica, profonda, maturata dall’esperienza, dal crogiuolo della sofferenza; una fede pensata, elaborata, fatta propria intellettualmente, ma soprattutto cordialmente – nel cuore -; una fede che plasmi davvero tutta la persona, che ne determini il pensiero e l’agire”.

“Senza una tale maturità di fede – avverte –, il sacerdote rischia di essere totalmente inadeguato, pur con titoli accademici e percorsi formativi ad hoc”.

“La fede del sacerdote – continua – deve saper trasmettere, a chi è affidato a noi, una visione sintetico-sinfonica, deve saper trasmettere il senso della ‘totalità ed unità’ del messaggio evangelico, da cui deriva ‘l’unità e la totalità’ della dottrina cattolica”.

“Deve essere una fede ‘calda’, non scettica o dubitante, non drammatica ed oscura, ma realmente gioiosa ed entusiasta, capace di vivere, anche il passaggio necessario della Croce, con quella ‘luce di speranza’ che – sola! – è capace di trasfigurare tutto”.

Infatti, spiega, “solo la radicalità della fede può reggere ‘l’urto’ del mondo contemporaneo il quale, continuamente e sistematicamente, insidia, in tutti, anche in noi, il dubbio, l’incertezza, la tentazione che non ci sia nulla di assoluto, nulla di fermo, nulla di oggettivo, la tentazione che ‘tutto sia nulla’”.

Il porporato si rivolge poi ai Vescovi per ricordare loro che l’adesione a Cristo comporta una ancor più grande responsabilità quando un sacerdote viene incaricato della cura di una intera diocesi. Il Vescovo dovrà essere prima di tutto un esempio per gli altri sacerdoti nella preghiera e nella totale fedeltà a Cristo e il suo compito sarà quello di essere “padre”, sul modello della paternità divina, dei suoi sacerdoti, dimostrandosi una presenza attenta e sollecita nelle loro vite, nei momenti di gioia come in quelli di difficoltà.

Un Vescovo, scrive Piacenza, deve conoscere per nome tutti i suoi sacerdoti e vivere in comunione con ognuno di loro in virtù della comune appartenenza a Cristo, cercando il dialogo anche quando questi lo rifiutano, ricordando e festeggiando i loro anniversari, ma anche riuscendo a riprendere amorevolmente chi sbaglia.

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