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L’esempio dei nuovi Beati spalanca le porte della Corea a Cristo

Papa Francesco rende omaggio ai martiri corani, ma rende soprattutto grazie a Dio per la celebrazione di questa mattina

Alle 9 di stamane, ora della Corea, il Papa si è recato al santuario dei martiri coreani a Seo So-Mun. Si tratta del luogo delle esecuzioni capitali dove trovarono la morte per Cristo i centotre cattolici locali canonizzati da Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984.

E’ da lì che Papa Francesco, deposto un omaggio floreale al memoriale, si è spostato in pick up scoperto alla Porta di Gwanghwamun, luogo simbolo di Seoul che unisce la Porta imperiale a Piazza Municipio.

Il percorso, chiamato un tempo “strada della morte”, diventa  oggi un “strada della gloria”, nel tripudio di almeno cinquecentomila fedeli che manifestano al vescovo di Roma simpatia, e consenso in constante crescita dal suo arrivo.

“Ho un grande rispetto per il Papa”, afferma Savio, un autista di pullman che dall’estremo Sud del Paese ha portato a  Seoul una cinquantina di religiose, donne consacrate a Dio e al servizio dell’evangelizzazione e dell’educazione dei giovani che si uniscono al rendimento di grazie odierno.

Centoventiquattro figli di questa terra, i primi che scoprirono e aderirono al Vangelo, sono stati infatti beatificati. Il color porpora dei paramenti dei numerosi concelebranti ricorda la fecondità del sangue dei martiri che ha intriso da due secoli questo suolo.

Il germoglio del seme sepolto nella zolla coreana è presente nel crescente numero di battesimo e di vocazioni religiose e sacerdotali che interessa questa regione del mondo.

Paolo Yun Ji-chung che alla luce della fede cristiana appena scoperta rifiutò la pratica dei riti ancestrali confuciani, venne decapitato non lontano da dove ora viene elevato agli onori degli altari.

Percorse in catene la stessa strada che oggi nel loro ricordo percorre il Vicario di Cristo: per crucem ad lucem.

“Sembrava felice come uno che sta andando a un banchetto e continuava, anche lungo la strada del supplizio a catechizzare aguzzini e passanti”, scrive un testimone del tempo sul novello beato Paolo Yun .

E’ per questo che nella sua omelia il Papa ha potuto dire: “Se seguiamo l’esempio dei martiri e crediamo nella parola del Signore, allora comprenderemo la sublime libertà e la gioia con la quale essi andarono incontro alla morte”.

La grande copertura mediatica dell’evento rende la Corea centro del “villaggio globale” e Papa Francesco vorrebbe tanto che il Paese diventasse spiritualmente un unico “Gyouchon” e cioè uno di quei villaggi che si formarono spontaneamente sulle montagne grazie ai cristiani che ivi si rifugiavano per trovare scampo dalla feroce persecuzione dell’inizio XIX secolo, la “Shyniu”.

Quest’esperienza del passato fu tanto dolorosa quanto esaltante, poiché i primi seguaci di Cristo, misero in pratica uno stile di vita fondato sulla comunità apostolica delle origini.

In un mondo e in una Corea di oggi dove in moltissimi modi viene chiesto di scendere a compromessi sulla fede, il Papa ricorda che “i martiri ci richiamano a mettere Cristo al di sopra di tutto e a vedere tutto il resto in questo mondo in relazione a Lui e al suo Regno eterno”. Essi “ci provocano a domandarci se vi sia qualcosa per cui saremmo disposti a morire”.

A questa domanda ha risposto il cardinale arcivescovo della città, Andrew Yeom Soo-jung, che nel suo pensiero finale di ringraziamento al Pontefice ha detto: “Ritengo che la beatificazione di oggi sarà un’occasione di sollecito per realizzare la concordia e l’unità non solo dei cattolici coreani ma anche del popolo coreano e di tutti gli altri popoli asiatici, attraverso lo scambio della fraternità universale”.

“La Chiesa coreana – ha soggiunto il porporato – cercherà sempre di essere la luce e il sale per l’evangelizzazione del mondo, e di essere inoltre una chiesa che serve i poveri, gli oppressi e gli emarginati facendo sentire loro la gioia del Vangelo”.

Tra lo scrosciare fragoroso degli applausi delle centinaia di migliaia di fedeli e l’abbraccio commosso del vescovo di Roma al Vescovo di Seoul, dalla Porta di Gwanghwamun la Corea apre la porta della sua mente e del suo cuore a Cristo.

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