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L’Ebola, il virus che spazza il mito del super uomo

Nel suo editoriale su “La Gazzetta del Sud” di oggi, il vescovo di Catanzaro-Squillace affronta la paura provocata dalla diffusione della patologia

«De’ corpi fa la peste orrido scempio; dell’alme il fa maggiore, il mal esempio».

Cristoforo Poggiali, bibliotecario vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, parlava della peste con parole che oggi potrebbero essere riutilizzate per descrivere il terrore che si prova di fronte all’Ebola, il virus che non conosce barriere e confini, assurgendo a incubo materiale e spirituale.

Da qualche settimana la malattia ha sorvolato i mari giungendo in Europa ed in America, riaccendendo nell’immaginario i catastrofici scenari delle epidemie di peste bubbonica che nei secoli scorsi hanno sconvolto il Vecchio Continente, decimandone la popolazione. L’Africa, sfruttata e abbandonata, ha fatto solo da incubatore al nuovo male, favorito nella sua diffusione dalle scelte di Stati – in più d’un caso, regimi – che pur disponendo d’ingenti risorse naturali e finanziarie, prediligono la politica degli armamenti e le guerre all’incentivazione dei servizi sociali ed allo sviluppo della democrazia, che potrebbero mettere a repentaglio leadership per nulla illuminate.

È il segno di una grave, pesante sconfitta per l’uomo che, forte del progresso della tecnologia, credeva di poter sottomettere anche la natura e di proclamarsi padrone del mondo: sino all’inizio del Novecento le infezioni rappresentavano le principali cause di morte. Le vaccinazioni e la produzione su larga scala di antimicrobici efficaci sul piano terapeutico avevano portato a una loro drastica riduzione. Ci si era così convinti di essere riusciti finalmente a debellare una volta per tutte le malattie infettive. Ma si trattava solo di un’illusione: la comparsa di nuove patologie infettive quali l’Aids, il morbo della mucca pazza, la Sars, l’influenza aviaria, hanno infranto questo sogno. Ecco perchè l’Ebola terrorizza: non solo incute il timore della morte fisica, ma costringe l’uomo a riprendere coscienza dei propri limiti e dell’impossibilità di riuscire a dominare sempre tutto e tutti.

«Umiltà è la virtù che frena il desiderio innato dell’uomo di innalzarsi sopra il proprio merito», scriveva san Tommaso d’Aquino. E forse di tornare a riscoprire l’umiltà c’è bisogno in questi giorni tragici, in cui il mondo, per come l’avevamo conosciuto, sembra decomporsi davanti ai nostri occhi.

Per fortuna, c’è chi non si arrende. E resta in prima fila, per offrire testimonianze a volte incredibili tanto sono autentiche. Tra essi suore, religiosi, sacerdoti. Molti hanno già pagato con la vita il loro altruismo, altri la rischiano ogni istante. Non per eroismo, ma per la fede in Dio, per quella vissuta e per quella da consegnare al prossimo. Perché, per dirla con lo scrittore Arturo Pèrez-Reverte, «sono state tentate tutte le rivoluzioni e sono rimaste solo le sconfitte. Le barricate sono deserte, e i paladini delle solidarietà si sono trasformati in solitari che si aggrappano a ciò che possono per sopravvivere. In questo secolo che agonizza così dolorosamente, è molto importante la fede». L’unico antidoto per tornare ad essere umani, figli di un Dio d’amore.

+ Vincenzo Bertolone

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