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L’avanzata del jihadismo dall’Africa al Vicino Oriente

Milizie islamiste conquistano l’Iraq del Nord e restano forti nella vicina Siria. La Libia ancora nel caos, mentre alla violenza di Boko Haram in Nigeria si aggiungono attentati in Kenya

Lo scenario geopolitico della prima metà del 2014 ha senza dubbio tra i suoi elementi più significativi la preoccupante avanzata del jihadismo islamico. Le notizie di questi giorni sono concentrate sulla situazione irachena: il gruppo terrorista sunnita Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) ha infatti preso il controllo della regione di Tal Afar, nel Nord-Est del Paese. L’omonima città è stata presa d’assalto insieme a Tikrit – luogo natio di Saddam Hussein – anche se il risultato più importante è stato forse la conquista di Mossul, seconda città del Paese.

Con un’apertura diplomatica subito enfatizzata dai mass media, per cercare una mediazione gli Stati Uniti  hanno avuto un colloquio con i rappresentanti della Repubblica Islamica dell’Iran, che professa l’islam sciita così come il premier iracheno al-Maliki, di cui appunto Teheran costituisce il mentore e garante politico. La Gran Bretagna ha invece annunciato l’intenzione di voler riaprire la propria Ambasciata a Teheran, consapevole che il governo di Baghdad è incapace di reagire all’offensiva dell’ISIL ed è necessario far leva sull’influenza iraniana (1).

L’offensiva jihadista nel Nord dell’Iraq non giunge certo come un fulmine a ciel sereno: già fra dicembre e gennaio scorso, la città di Falluja era caduta in mano ai miliziani islamisti. Secondo tutti gli osservatori, il governo dello sciita Al-Maliki ha avuto un atteggiamento brutale e repressivo verso la componente sunnita che ha favorito il consenso popolare e il reclutamento di forze per la jihad. La novità strategica dell’offensiva delle ultime settimane sta però nel legame con la guerra civile siriana: nei tre anni scorsi l’ISIL era infatti emerso come uno dei protagonisti della ribellione contro Assad, imprudentemente presentata dai Paesi occidentali come la rivolta di un popolo pacifico contro un dittatore sanguinario. Oggi è evidente a chiunque che, al di là delle responsabilità di Damasco nella repressione dell’insurrezione armata, quest’ultima trae linfa proprio dal jihadismo e non certo da ideali democratici. Il rischio di una deflagrazione regionale della guerra civile in Siria, paventato da tempo, è insomma già in atto con lo sconfinamento di milizie jihadiste tra i territori iracheno e siriano.

Guidato da un personaggio enigmatico di nome Abu Bakr Al-Baghdadi (2), l’ISIL fa parte della galassia di gruppi quaidisti sorti dopo l’invasione statunitense ed è riuscito a diventare un attore di primo piano tra l’Iraq e la vicina Siria anche attraverso la capacità di cooptare uomini non provenienti dalle file del radicalismo islamico. Uno dei più stretti collaboratori di Al-Baghdadi è stato ad esempio Hajji Bakr, già colonnello sotto il laico Saddam Hussein e che dopo la caduta del Rais si è messo al servizio della causa jihadista (3).

Proprio l’assassinio di Hajji Bakr, avvenuto a gennaio scorso per mano di altri gruppi che si contendono la leadership della lotta in Siria (pare sia stato ucciso dalla Brigata dei martiri della Siria, unità dell’Esercito Libero Siriano che combatte contro Assad) è una delle concause del ripiegamento dell’ISIL dalla Siria all’Iraq. Secondo alcune fonti d’intelligence, i miliziani ISIL dispongono di ingenti risorse economiche da quando nel 2012 hanno occupato e gestito i siti petroliferi nell’Ovest della Siria; il premier iracheno Al-Maliki ha invece pubblicamente accusato l’Arabia Saudita di finanziare i terroristi (4).

La medesima accusa di Al-Maliki era stata mossa da Vladimir Putin dopo gli attentati del  29 e 30 dicembre 2013 a Volgograd, confermando così, indirettamente, l’indiscrezione secondo cui nell’agosto precedente il capo dei servizi segreti sauditi avrebbe minacciato attentati ceceni sul territorio russo qualora Mosca avesse perseverato nella sua opposizione a rovesciare Assad (5). L’Arabia Saudita, culla di quella dottrina islamica radicale nota come wahabismo, costituisce d’altronde un fattore decisivo per comprendere la ramificazione della jihad. In Libia, un Paese praticamente dimenticato dai grandi organi di informazione, dalla caduta di Gheddafi nessuno ha il controllo del territorio: il gruppo armato Ansar Al-Sharia, che vuole imporre la legge coranica nella Costituzione libica, si è sviluppato nel solco dei movimenti salafiti collegati al wahabismo saudita. In questo quadrante, un Paese da monitorare con estrema attenzione è l’Algeria, che per il momento ha contenuto la recente avanzata jihadista ma ospita una storica presenza di movimenti salafiti ed è un territorio ricchissimo di risorse minerarie ed energetiche.

Se la situazione di Nordafrica e Vicino Oriente è obiettivamente sconfortante, l’Africa subshariana si presenta con tratti ugualmente caotici. Soltanto tra gennaio e marzo, il tristemente noto gruppo Boko Haram ha mietuto almeno 1.500 vittime accertate in Nigeria, attuando una tattica non dissimile da altre organizzazioni jihadiste: mobilità tra Paesi limitrofi, duttilità nel reclutamento forze e nei mutamenti d’alleanze (6). Da ultimo, nell’arco di 48 ore i guerriglieri somali di Al-Shabaab hanno sferrato due violenti attacchi in Kenya e sembrano più che mai intenzionati a intensificare la lotta armata (7). Quali considerazioni si possono avanzare su un quadro d’insieme che sembra peggiorare di settimana in settimana? Occorre dire innanzitutto che il dibattito sul jihadismo nell’ultimo decennio ha oscillato spesso tra due opposti estremismi.

Da un lato, l’estremismo dei sostenitori dello «scontro di civiltà», saliti alla ribalta in seguito all’attentato delle Torri Gemelle del 2001, che hanno predicato la necessità di una guerra totale tra un islam concepito come un monolite compatto e un «Occidente» per tenere unito il quale si è fatto anche ricorso ad un richiamo ideologico alle radici cristiane. L’errore di questa prospettiva è consistito non solo nella sottovalutazione dell’eterogeneità del mondo islamico – che ha impedito di localizzare con chiarezza strategica la struttura e la forza del nemico – ma anche nella costruzione di un paradigma rivelatosi funzionale agli interessi del mondo anglosassone, non dell’Europa continentale che con l’islam si trova sempre a contatto per prossimità geografica. I sostenitori di quest’approccio non hanno compreso neppure che l’ideologia dello scontro di civiltà non avrebbe mai potuto ravvivare l’identità cristiana dell’Europa. La polemica sull’alterità «orientale» dell’islam era mossa infatti da quella stessa prospettiva laicista che combatte ogni religione come tale, considerata, in misura maggiore o minore, un’espressione di arretratezza: un po’ come gli illuministi francesi del XVIII secolo che dispregiavano il «dispotismo orientale» parallelamente al rifiuto dalla tradizione religiosa europea.

Dall’altro lato, però, altrettanto semplicistico è l’approccio degli ideologi del multiculturalismo e del dialogo ad oltranza, che si rifiutano a priori di valutare se fette consistenti dell’islam rappresentino un moltiplicatore di violenza nei contesti a rischio, nonché un pericolo effettivo nel caso di immigrazione massiccia verso l’Europa. Non si può cioè sottostimare il jihadismo come se fosse una goccia sporca in un oceano tranquillo e cristallino: la trasversalità di questo fenomeno, dall’Indonesia al Pakistan, dall’Asia centrale all’Africa e al Vicino Oriente, indica piuttosto il contrario e le prime vittime della «guerra santa» sono spesso gli stessi musulmani moderati. I problemi economico-sociali e l’instabilità politica agiscono senz’altro da propulsore, ma di per sé non sarebbero capaci di coalizzare decine di migliaia di jihadisti che invece sono pronti a combattere sino alla morte perché ideologizzati da un fine assoluto e totalizzante.

Dall’esperienza passata è però possibile ricavare alcuni punti fermi. Primo: il jihadismo è asimmetrico per definizione, non esistendo un’organizzazione centralizzata (neppure nel caso di Al-Qaida), proprio perché nell’islam non esiste una «chiesa», un’autorità visibile universalmente riconosciuta. Per combattere questo tipo di nemico è necessario quindi conoscere a fondo i diversi contesti etno-territoriali e infiltrare elementi in grado di destrutturare le maglie locali d’una rete transnazionale. Secondo: la politica estera deve fondarsi su strategie di medio-lungo periodo; non ha senso lasciare carta bianca agli estremisti in Siria e poi meravigliarsi se tre anni dopo il confinante Iraq è in preda all’islam radicale. Terzo: pur nella strutturale asimmetricità del terrorismo, secondo tutte le fonti di intelligence vi è un Paese, l’Arabia Saudita, da cui provengono i maggiori finanziamenti della jihad e che, al tempo stesso, ospita i luoghi sacri dell’islam visitati ogni anno dai musulmani di tutto il mondo. Proprio su questa miscela esplosiva sarebbe urgente indirizzare severi sforzi congiunti, dalla pressione diplomatico-militare a quella economica, onde recidere almeno le radici più robuste dell’albero jihadista.

Dario Citati è Direttore del Programma di ricerca «Eurasia» dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG)  [www.istituto-geopolitica.eu] e redattore della rivista Geopolitica [www.geopolitica-rivista.org].

*

NOTE:

(1)     Iraq, jihadisti conquistano regione Tallafar, http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/06/16/-iraq-kerry-attacco-con-droni-potrebbe-essere-opzione-_1bff695e-43bf-425d-a415-1e1b02ba79ed.html

(2)     Abu Bakr al-Baghdadi: the ISIS Chief With the Ambition to Overtake Al Quaeda http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/baghdadi-abu-bakr-iraq-isis-mosul-jihad

(3)     Exclusive: TOP ISIS Leaders Revealed, http://english.alarabiya.net/en/News/2014/02/13/Exclusive-Top-ISIS-leaders-revealed.html

(4)     Iraq, Arabia Saudita finanzia terrorismo, http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2014/06/17/iraq-arabia-saudita-finanzia-terrorismo_4c6ca719-0f3b-41f8-bef0-752723ffcf87.html

(5)     Saudovskaja Aravija skryto prigrozila Rossii teraktami na Olimpiade,http://www.km.ru/world/2013/08/28/siriiskii-krizis/719449-saudovskaya-araviya-skryto-prigrozila-rossii-teraktami-na-o

(6)     J. Campbell, Gli attacchi di Boko Haram e il fragile contesto nigeriano, http://www.geopolitica-rivista.org/25450/gli-attacchi-di-boko-haram-e-il-fragile-contesto-nigeriano/

(7)     Kenya, almeno 10 morti in nuovo attacco, http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-1adb516f-ecd2-4647-ac6c-e6ff0c64b95c.html

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