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L’agenda sociale della speranza

ROMA, sabato, 27 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’editoriale di Claudio Gentili dedicato all’agenda sociale della speranza, che appare sul n. 1 del 2010 de La Società, la rivista scientifica di studi e ricerche sulla dottrina sociale della Chiesa (www.fondazionetoniolo.it).

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Si svolgerà dal 14 al 17 ottobre 2010, a Reggio Calabria, la 46° edizione delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, sul tema “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro”. Lo ha annunciato il vescovo di Ivrea, Arrigo Miglio, presidente del Comitato scientifico e organizzatore dei tradizionali incontri di riflessione, il primo dei quali avvenne a Pistoia nel 1907.

Monsignor Miglio, il quale è anche presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, ha spiegato che sulla scia di quanto discusso nell’ultima edizione, svoltasi a Pistoia-Pisa nel 2007, “si è voluto declinare il tema su alcuni punti concreti e urgenti per il nostro Paese, traducendoli in un’agenda di speranza”.

“Un’agenda – ha precisato Mons. Miglio – non ancora scritta ma da scrivere, con due attenzioni particolari: scegliere pochi punti ma prioritari e sceglierli non da soli, ma coinvolgendo tutto il mondo dell’associazionismo cattolico, le Chiese locali, le diocesi e tutte quelle persone che vorranno collaborare, in un’azione di discernimento comunitario la più allargata possibile”.

Dunque l’invito ai cattolici, impegnati ora nel cammino di preparazione dell’evento, è quello di lavorare alla redazione dell’agenda, basata su pochi e fondamentali punti, scelti grazie al contributo di tutti.

Per parte nostra “La Società” dedicherà i prossimi numeri all’approfondimento dei temi dell’agenda sociale per il futuro. “Speranza, responsabilità, agenda”. Sono queste le tre parole-chiave insomma del “biglietto di invito” lanciato a tutto il mondo cattolico, e non solo, in vista della prossima Settimana sociale.

La prima parola-chiave è speranza, non ottimismo: la nostra speranza relativa alla città si fonda sull’esistenza di soggetti capaci di concorrere al futuro, con cui noi entriamo in dialogo.

La seconda parola chiave è responsabilità, partendo dalla consapevolezza espressa da Benedetto XVI a Cagliari:”serve una nuova generazione di cattolici capaci di assumersi responsabilità pubbliche”.

La terza parola-chiave è agenda, che però non è un programma politico di parte, ma nasce dall’idea di costruire una alleanza ampia, sulla condivisione di alcune priorità che non sono né di destra né di sinistra, ma sono indispensabili per l’evoluzione civile del nostro Paese. Dire agenda sociale vuol dire uscire dal clima di rissa e di contrapposizione ideologica e provare a ragionare in modo pacato sul nostro futuro.

Tornare a crescere in tutti i sensi, tenendo accesi i riflettori in difesa della vita e della famiglia, ridando autorità agli insegnanti e ai genitori, riconoscendo la dignità umana di ogni migrante, con diritti e doveri conseguenti, che sono alla base della loro integrazione, riorientando i nostri stili di vita e la crescita economica per assicurare un pianeta abitabile alle future generazioni, adattando l’economia sociale di mercato europea alle nuove sfide, accrescendo la giustizia sociale e le pari opportunità, assumendo misure più efficaci per ridurre la povertà e l’esclusione sociale. Sono questi alcuni dei punti fondamentali su cui si è avviata una corale riflessione in vista della 46ª Settimana sociale dei cattolici italiani di Reggio Calabria.

Il discernimento che dà sostanza al cammino di preparazione si svolge in un periodo difficile della vita del nostro Paese e dell’intera comunità internazionale. Questo rende ancora più concreto l’obiettivo di declinare la nozione di bene comune in una agenda di speranza. Quest’opera di discernimento ha trovato forte impulso dalla pubblicazione della terza Enciclica di Benedetto XVI e dal risveglio di riflessione sulla dottrina sociale della Chiesa che ha suscitato.

“L’amore è una forza straordinaria che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità – leggiamo al numero 1 della Caritas in veritate – nel campo della giustizia e della pace”. La forza di questo amore e la luce della sua verità alimentano la speranza nella ricerca del bene comune particolarmente in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo.

Tra i problemi sociali prioritari, vi è senza dubbio quello della situazione demografica del Paese. Dal 1985 al 2010 i giovani italiani (dai 15 ai 24 anni) si sono dimezzati, passando da oltre 9 milioni a 5 milioni e 800 mila. Mentre nel nostro Paese la disoccupazione adulta (8 %) è inferiore alla media europea, abbiamo un gravissimo problema di disoccupazione giovanile (26 %). La nostra società sembra incapace di puntare al futuro e i giovani nel mercato del lavoro soffrono di una vera e propria apartheid. L’età media dei membri dei consigli di amministrazione delle banche è da noi di 15 anni più elevata rispetto alla media OCSE. Gli over 65 hanno ormai superato gli under 15. In Parlamento solo 8 deputati su 100 hanno meno di 40 anni. La nostra classe insegnante è la più vecchia d’Europa. Solo lo 0,2 % degli insegnanti ha meno di 30 anni. L’età media dei ricercatori supera i 40 anni. Per rigenerare la polis bisogna ripartire dai giovani, dall’educazione, dal lavoro e dalla famiglia.

Dopo il ’68 è andato in crisi il concetto di autorità e tra “padri-amiconi” e “insegnanti-socializzatori” in molti casi si smarrisce la trasmissione di quel patrimonio di valori che rendono i giovani capaci di affrontare con sicurezza le sfide della vita.

La società non può abdicare al suo compito educativo. L’educazione infatti è il primo veicolo per salvaguardare il patrimonio distintivo dei valori e dei saperi di una società, ma anche il suo patrimonio di conoscenze tecnologiche e di cultura d’impresa.

Nella ricerca di soggetti sociali vitali capaci di cooperare alla rigenerazione della polis vi è al centro la famiglia, che il Concilio Vaticano II definì “scuola di arricchimento umano”, perché la famiglia concorre alle generazione di ricchezze di ogni genere: dal capitale umano e sociale, alla educazione, ai fattori propriamente economici.

La famiglia è una fonte di risorse che debbono tornare a generarsi e circolare più liberamente.

Affermare la bellezza della famiglia non basta. Occorre con vigore richiedere politiche familiari adeguate a sostenere i diritti della famiglia (a partire da una riforma fiscale che riconosca il quoziente familiare) e contrastare trasformazioni legislative che privano i più deboli, cioè i figli, di un loro fondamentale diritto: una famiglia vera, con un padre e una madre, in cui essere attesi, accolti, amati, educati.

Altro tema fondamentale è quello dell’immigrazione. Si deve arrivare ad un radicale cambiamento della mentalità comune che conduca a vedere nei flussi migratori un’opportunità di sviluppo e non un problema di ordine pubblico. Occorre gestire meglio i flussi migratori in modo compatibile con la nostra capacità di accoglienza. Una proposta concreta sulla quale convergere può essere la messa in campo di un impegno volto a riconoscere i diritti degli immigrati, a rivedere la normativa sulla cittadinanza a partire dai figli minori nati in Italia, a facilitare la partecipazione sociale e politica e l’integrazione.

Occorre tornare a crescere soprattutto nel campo del lavoro, senza paure nei confronti del mercato. C’è l’esigenza di una rinnovata saldatura tra etica ed economia, soprattutto dopo la crisi. Non a caso il padre della moderna economia di mercato, Adam Smith, che molti credono un economista, insegnava filosofia morale a Glasgow e, prima di scrivere La ricchezza delle nazioni, ha scritto La teoria dei sentimenti morali. Dunque senza etica non c’è buona economia, il mercato non è di per se stesso anti-sociale, il profitto è un misuratore di efficienza e non può diventare un idolo, senza valori non c’è intrapresa economica vera. L’occupazione non la porta la cicogna. Essa è frutto dell’intraprendenza umana. L’abitudine a contrapporre sul piano educativo lavoro e impresa, tipica di una certa cultura anti-industriale, che è dura a morire, non ha più ragion d’essere. Ai giovani tra i tanti mestieri è indispensabile proporre anche quello dell’imprenditore.

L’Italia non ha materie prime e la sua ricchezza dipende dalla qualità e dal genio dei suoi cittadini, per questo bisogna smetterla di studiare poco e male. Il triste primato che possediamo tra i paesi dell’OCSE nel numero dei giovani della generazione “né- né” (che non lavorano e non studiano) va al più presto superato.

L’Agenda sociale dei cattolici non può ignorare l’impegno per il miglioramento del sistema scolastico e universitario, ispirato a criteri di equità ed efficienza, la costruzione di un efficace sistema di formazione degli adulti, lo sviluppo della ricerca da parte delle piccole e medie imprese, adeguati programmi di borse di studio capaci di attirare studenti e ricercatori dal mondo intero.

Non si può conservare un sistema di Welfare tagliato su una società che non c’è più, che in nome della protezione sociale contribuisce a conservare aree di assistenzialismo parassitario e a ignorare i problemi dei giovani. Occorre ripensare il sistema di Welfare in profondità, passando dal Welfare State alla Welfare society.

Questo comporta alcune precise conseguenze:

l’attenzione alla famiglia e in particolare ai bambini non tutelati dai ridicoli e insufficienti attuali assegni familiari;

una rete di protezione per i giovani e per le forme non stabili di lavoro, con interventi previdenziali e formativi che garantiscano sicurezza di progettare il futuro (accesso ai mutui, borse formazione, prima casa, sussidi contro la disoccupazione etc);

il finanziamento di servizi sociali e sanitari per i disabili e le persone anziane non autosufficienti.

Occorre aggiornare il “software politico del Paese”, preparando prima di tutto con la formazione alla coscienza sociale, una nuova generazione di cattolici a servizio del bene comune, come ci ha ricordato Benedetto XVI.

Ci vengono incontro in questa opera di discernimento sociale i risultati della 84ª Settimana Sociale dei Cattolici di Francia che si è tenuta a Parigi dal 20 al 22 novembre 2009 alla presenza di circa 4.000 partecipanti, sul tema “Nuove solidarietà, nuova società”. I nostri fratelli d’oltralpe hanno insistito sull’esigenza di andare oltre “l’aspetto meramente economico della solidarietà per valorizzarne le dimensioni morali e politiche”, scoprendo “le risorse mobilitate dalle nuove forme di solidarietà”, in particolare verso i giovani e nel mondo del lavoro.

Un tema che non può essere estraneo al percorso di costruzione dell’agenda sociale è costituito dalle prossime celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Un’occasione come quella del 2011 va colta per una pacata riflessioni su quel che unisce oggi gli italiani (oltre alla squadra di calcio), sull’idea di Stato e di Nazione e sul ruolo dei cattolici (emarginati nella fase iniziale di costruzione del nuovo stato nazionale ma sempre presenti in tutte le fasi di evoluzione dell’idem-sentire tra governanti e governati). Occorre superare la retorica del “risorgimento incompiuto” e sviluppare una memoria comune, una narrazione nazionale condivisa. In questo compito è fondamentale rileggere il contributo che i cattolici hanno dato amando l’Italia e costruendo reti di relazioni solidali in questi 150 anni.

In Italia esiste una élite di intellettuali pretende di indirizzare l’atteggiamento morale del Paese, rispolverando l’antico pregiudizio illuminista per cui il popolo, in sé ignorante, va emancipato liberandolo dall’influenza della Chiesa.

C’è ancora chi vuol mantenere in vigore contrapposizioni tra laici e cattolici che oggi hanno sempre meno fondamento culturale e antropologico. La dignità della persona fin dal concepimento, la famiglia ecologica (cioè fondata, come recita l’art 29 della Costituzione su un dato di natura), la libertà di educazione, la tutela della vita, lungi dall’essere un discrimine, sono divenuti un vero punto di incontro tra laici e cattolici.

Il tempo che viviamo e che ci attende sembra perciò rivelarsi come una straordinaria fase creativa, ben distinta da quella che negli anni settanta ha vissuto una lunga eclissi caratterizzata dalla contaminazione tra la teologia politica e l’evidenza di una debolezza culturale e di proposta del movimento cattolico.

“Il bisogno di definizioni e di formulazioni, la urgenza di ‘prendere posizione’ di fronte alle più vive e dibattute questioni sociali ed economiche si fa ogni giorno più sentire nel campo cattolico, a mano a mano che si fa strada la convinzione che la distruttiva crisi di civiltà che andiamo attraversando trova la sua prima ragione nell’abbandono e nella negazione dei principi che il messaggio cristiano pone a fondamento della umana convivenza e dell’ordine sociale, così come del comportamento e della morale personale. Il riconoscimento di questa verità, che costituisce la più eloquente apologia del Cristianesimo, avrebbe tuttavia solo un valore negativo e di pura constatazione storica, se non fosse accompagnato da una immediata istanza e da un positivo impegno di ricerca, di ricostruzione, di affermazione di un ordine sociale che elimini e riformi gli elementi di dissoluzione, di involuzione, di incoerenza rispetto ai fini essenziali dell’uomo e della società.”

Sembrano parole scritte oggi. E invece risalgono a 60 anni fa. Con queste parole, infatti, si apriva nel 1945 l’introduzione di una raccolta di riflessioni di un gruppo di giuristi e studiosi del mondo cattolico riuniti nel 1943 nella Foresteria del Monastero di Camaldoli. Il documento che ne uscì fu chiamato “Codice sociale di Camaldoli” ed ebbe una straordinaria influenza nella formulazione della stessa Costituzione e poi nella legislazione della Repubblica italiana. Esso dimostrò praticamente cosa vuol dire coniugare i valori non già alla declamazione retorica ma all’azione sociale.

Il Manifesto fondativo di Retinopera, “Prendiamo il largo”, del 26 marzo 2002, riprendeva una riflessione non lontana dal Codice di Camaldoli:

“Esiste e diventa più forte la coscienza di una crescente urgenza del tempo in cui viviamo. Particolarmente nelle nostre democrazie affluenti dell’Occidente sono oggi presenti delle sfide travolgenti – che sono anche delle opportunità – nelle quali sono messi a rischio: da un lato il bene della persona umana nella sua integrità, quale conseguenza di prevalenti tendenze individualistiche e relativistiche, ove i valori sono dettati dall’esperienza, il libero arbitrio individuale è ritenuto l’unica fonte di razionalità rispetto al bene dell’uomo e il valore fondante la comunità; ove prevalgono chiusure di fatto al valore della vita; dall’altro la stessa democrazia, che rischia una sostanziale implosione, ridotta a fare i conti con la società emozionale di massa, la società dei consumi che ha sostituito la società dei produttori, i cambiamenti imposti dalla globalizzazione, i localismi e i particolarismi: una miscela che può favorire l’emergere di nuove forme di populismo se non di veri e propri, pur se più sofisticati, totalitarismi”.

E’ profonda la differenza della situazione storica del tempo del Codice di Camaldoli (guerra, ricostruzione, bisogni primari da soddisfare) e i nostri (una società che trascura i bisogni e cavalca i desideri).

Come la Rerum Novarum poneva la questione operaia al centro della questione sociale, e come con la Populorum Progressio era lo sviluppo il nuovo nome della pace, la questione antropologica è oggi al cuore della attualizzazione della Dottrina Sociale della Chiesa, come hanno chiaramente evidenziato il lungo Magistero di Giovanni Paolo II e il Magistero di Benedetto XVI, in particolare nell’ultima Enciclica Sociale Caritas in veritate.

L’Agenda sociale della speranza si presenta come un cantiere aperto, in progressiva costruzione, ma anche con alcune scelte immediate sulle quali far convergere la riflessione comune.

Senza la formazione di una nuova classe dirigente l’agenda resterà un libro dei sogni. Senza un impegno corale dell’associazionismo cattolico nella formazione sociale e politica l’impegno formativo resterà una pia aspirazione. La sfida più importante è quella di un piano di formazione-ricerca pluriennale per sviluppare itinerari condivisi sulla Dottrina Sociale della Chiesa, per rilanciare un condiviso senso del bene comune, dai valori cristiani alle virtù politiche, dalla coscienza del proprio mandato ad essere costruttori di imprese culturali e sociali alla fiducia e all’investimento sulle istituzioni, come forma concreta di tutela dei più deboli e di promozione del bene di tutti.

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