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Human cell-line in laboratory

Human cell-line in laboratory - Wikimedia Commons

Italia. Più “figli della provetta”, più embrioni sacrificati

La Relazione del Ministero della Salute sull’applicazione della legge 40 è, secondo i ginecologi cattolici, “un segno evidente” della poca considerazione che si dà agli embrioni

Mentre il numero complessivo di nati in Italia diminuisce progressivamente, aumenta quello dei bambini concepiti in provetta. Questo è il quadro offerto dalla Relazione sull’attuazione della legge 40 – che disciplina la fecondazione artificiale – consegnata nei giorni scorsi dal Ministero della Salute al Parlamento.

I piccoli nati da fecondazione artificiale sono stati, nel 2014, 12.658 su 15.947 gravidanze ottenute. Si è trattato del 2,5% del totale, in un anno in cui le nascite si sono attestate intorno alla cifra di 509mila (dato che è sceso, nel 2015, a 488 mila).

L’aumento di bambini nati da fecondazione artificiale indica almeno un paio di tendenze a cui il nostro Paese si sta adeguando.

In primo luogo lo spostamento in avanti dell’età del primo concepimento nelle donne. Meno giovane è la donna, minori sono gli ovociti presenti nelle ovaie. Mediamente, tra i 32 e i 37 anni, si registra un significativo calo di ovociti, suscitando anche significativi cambiamenti in negativo nella fertilità.

La difficoltà nel rimanere incinta in età avanzata, ancorché si tratta spesso del primo tentativo, è uno dei motivi che spinge tante donne a ricorrere alla fecondazione artificiale. Ecco allora spiegato l’aumento delle donne con più di 40 anni che si rivolgono alla provetta.

Le possibilità di successo, tuttavia, sono marginali: i dati del Ministero parlano del 16,54% di coppie che, dopo aver intrapreso un percorso con la fecondazione in vitro, riescono ad ottenere un figlio.

Il ricorso diffuso di over-40 alla provetta, indica poi un’altra tendenza, denunciata dall’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (Aigoc), ossia la “significativa impennata” del numero di embrioni sacrificati (149.950 contro i 143.770 del 2013) e crioconservati (congelati in sovrannumero rispetto a quelli effettivamente trasferiti in utero per non dover ripetere la stimolazione ovarica propedeutica alla fecondazione artificiale).

Il 29% in più di embrioni congelati corrisponde a 28.757 (nel 2013 erano stati 22.143). Si tratta di embrioni che affollano i congelatori delle 362 cliniche pubbliche e private che in tutto il territorio nazionale si occupano del settore. Embrioni il cui destino è quanto mai incerto. Molti di loro finiscono per esser lasciati morire.

Si tratta, secondo l’Aigoc, di “un segno evidente della poca considerazione che il Parlamento e il Governo hanno della dignità di questi embrioni e dell’enunciato dell’art. 1 della legge 40/2004”, il quale consente il ricorso alla procreazione assistita, al fine però che vengano assicurati “i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Già nel settembre 2014, l’Aigoc aveva pubblicato un apposito opuscolo per denunciare il fatto che “il 90,68% degli embrioni trasferiti in utero è destinato a morte certa”, un dato che rende “inaccettabile” la fecondazione in vitro. Pertanto l’Aigoc chiedeva due anni fa, e torna a farlo oggi, “un sollecito provvedimento” alle Istituzioni per contrastare questa violazione dell’art. 1 della legge 40.

I ginecologi e gli ostetrici cattolici si augurano allora che il Fertility Day del prossimo 22 settembre, annunciato in questi giorni dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, “non diventi una vetrina delle tecniche e dei centri di riproduzione umana”, ma “sia un momento di riscoperta della bellezza della fertilità umana e del bisogno improcrastinabile di conoscerla, preservarla dai numerosi rischi presenti nel nostro tempo, rispettarne i ritmi in essa presenti mettendo i giovani in condizioni di poter procreare nell’età migliore”.

L’Aigoc vede poi nei metodi naturali di regolazione della fertilità – definiti efficaci, scientificamente provati ed ecologici – un patrimonio da valorizzare e da far conoscere ai giovani.

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