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“Inutile fare digiuni se poi sfrutti i tuoi dipendenti…”

A Santa Marta, nella Messa del primo venerdì di Quaresima, Papa Francesco ci mette in guardia dal “peccato gravissimo” di “usare Dio per coprire l’ingiustizia”

Siamo cristiani solo nella forma o anche nei contenuti? È questa la riflessione che suggerisce l’omelia pronunciata stamattina da papa Francesco a Casa Santa Marta. Il Santo Padre ha introdotto la sua meditazione partendo dal tema del digiuno, inerente al tempo di Quaresima. Nel brano di Isaia nella prima Lettura, il Signore – sottolinea il Papa – osserva che “non è digiuno non mangiare la carne” e poi “litigare e sfruttare gli operai”. Di qui la condanna nei confronti dei farisei, colpevoli di compiere “tante osservanze esteriori, ma senza la verità nel cuore”.

Piuttosto, come si legge in Isaia (58, 6), il digiuno indicato da Dio è quello non formale ma dei contenuti: che scioglie le catene inique, toglie i legami dal gioco e rimanda liberi gli oppressi. Un digiuno che il Papa ha definito “vero” poiché “viene dal cuore”.

Del resto, ha precisato il Pontefice, esiste “la legge verso Dio” così come esiste “la legge verso il prossimo”. E “tutte e due vanno insieme”. Francesco ha quindi sottolineato che non possiamo compiere soltanto alcuni comandamenti e rifiutarne degli altri. “Sono uniti – ha detto -: l’amore a Dio e l’amore al prossimo sono una unità e se tu vuoi fare penitenza, reale non formale, devi farla davanti a Dio e anche con il tuo fratello, con il prossimo”.

Il Vescovo di Roma è passato allora a fare esempi concreti di fede (l’andare a Messa tutte le domeniche e fare la Comunione) che però è priva di opere se chi la possiede, ad esempio, non ha un buon rapporto con i propri dipendenti, li paga in nero, non gli dà il giusto salario, non gli versa i contributi per la pensione e l’assicurazione per la salute.

“Quanti – ha sospirato – quanti uomini e donne di fede, hanno fede ma dividono le tavole della legge: ‘Sì, sì io faccio questo’ – ‘Ma tu fai elemosina?’ – ‘Sì, sì, sempre io invio un assegno alla Chiesa’ – ‘Ah, beh, va bene. Ma alla tua Chiesa, a casa tua, con quelli che dipendono da te – siano i figli, siano i nonni, siano i dipendenti – sei generoso, sei giusto?’. Tu non puoi fare offerte alla Chiesa sulle spalle della ingiustizia che fai con i tuoi dipendenti. Questo è un peccato gravissimo: è usare Dio per coprire l’ingiustizia”.

Sta tutto in questo concetto il messaggio che il profeta Isaia ci rivolge oggi, ossia che “non è un buon cristiano quello che non fa giustizia con le persone che dipendono da lui”. E non è un buon cristiano, ha soggiunto il Pontefice, “quello che non si spoglia di qualcosa necessaria a lui per dare a un altro che abbia bisogno”.

Quest’ultimo è il senso della Quaresima, che è un cammino “doppio, a Dio e al prossimo”. È un cammino – ha proseguito Francesco – “reale, non meramente formale”. Non è Quaresima “non mangiare carne solamente il venerdì, fare qual cosina, e poi far crescere l’egoismo, lo sfruttamento del prossimo, l’ignoranza dei poveri”. La riflessione ha suggerito al Papa il racconto di un aneddoto, quello di chi va in ospedale e siccome è socio di una mutua viene visitato con solerzia. “È una cosa buona – il suo commento – ringrazia il Signore. Ma, dimmi, hai pensato a quelli che non hanno questo rapporto sociale con l’ospedale e quando arrivano devono aspettare 6, 7, 8 ore” anche “per una cosa urgente?”.

La Quaresima è proprio il tempo adatto per pensare a queste persone meno privilegiate. Tra loro, il Pontefice parla dei carcerati suggerendo di porci una domanda: “Ma in questa Quaresima, nel tuo cuore c’è posto per quelli che non hanno compiuto i comandamenti? Che hanno sbagliato e sono in carcere?”. E ancora: “Nel tuo cuore i carcerati hanno un posto? Tu preghi per loro, perché il Signore li aiuti a cambiare vita?”. Di qui la supplica finale del Papa al Signore, che accompagni questo cammino quaresimale “perché l’osservanza esteriore corrisponda a un profondo rinnovamento dello Spirito”.

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