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Papa Francesco e Marco Impagliazzo - Foto © Vatican Media

Intervista Esclusiva: Marco Impagliazzo spiega: Lo Spirito di Assisi soffia a Madrid

“Pace senza confini”, è l’appello di 300 leader religiosi di tutto il mondo. Presidente della Comunità di Sant’Egidio: “Dobbiamo avere più fiducia nei semi di pace e di dialogo”

“Lo spirito di Assisi è vivo e il fondamentalismo religioso non convince più le masse”. Marco Impagliazzo lo afferma senza esitazione da Madrid, dove è in corso “Pace senza confini”, l’incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio (presieduta da Impagliazzo), facendo memoria della storica giornata di preghiera per la pace convocata ad Assisi da Giovanni Paolo II, nel 1986, coi rappresentanti di tutte le religioni del mondo.

“Mi piacerebbe che i media rilanciassero la realtà come è senza cinismo e scetticismo. Troppo poco i media riescono a dar voce all’’ingenuità del bene’”, dice Impagliazzo. A Madrid ci sono 300 esponenti delle principali religioni mondiali da oltre 60 paesi del mondo. Dal 15 al 17 settembre tra i temi affrontati c’è il fondamentalismo religioso di oggi e i conflitti che muove; “ma non bisogna essere nostalgici”, esorta Impagliazzo: “il mondo del bipolarismo est/ovest con il rischio dell’olocausto nucleare non era più pacifico o meno spaventoso”.

Dal 1987 ogni anno questo incontro fa tappa in una diversa città d’Europa. La cronaca dei 12 mesi trascorsi dopo l’edizione di Bologna 2018 registra la firma di Papa Francesco e il Grande Imam di Al Ahzar Ahmad Al Tayeb, ad Abu Dhabi, sul “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”[Document on Human Fraternity for World Peace and Living Together]; “Direi che con Abu Dhabi lo spirito di Assisi è definitivamente entrato nell’islam e che dobbiamo aspettarci delle belle sorprese, dopo tanta diffidenza”, è il commento di Impagliazzo da Madrid.

ZENIT: Il fondamentalismo religioso e l’intolleranza avanzano in molti paesi. Vengono in mente, tra gli episodi più crudeli degli ultimi 12 mesi, l’attacco a due moschee in Nuova Zelanda, a marzo, e gli attentati di Pasqua alle chiese dello Sri Lanka. La persecuzione delle minoranze religiose, specie cristiane, continua in molti paesi… Come si fa a non cedere al pessimismo?

 

Marco Impagliazzo: Il pessimismo è impotente e segna un declino, anche spirituale: l’idea che non si possa fare niente se non difendersi con la medesima violenza. Da questo al pensare che non si debba fare niente il passo è breve. Ma ciò non significa non essere preoccupati e anche afflitti per i tanti episodi di violenza come quelli citati. Fatti di intolleranza e razzismo ne vediamo anche nei nostri paesi europei; gli atti di terrorismo ci colpiscono sempre e più particolarmente quando attaccano gente inerme, civili, persone che pregano. Occorre certamente reagire. Ma non con il cupo tornare indietro pensando che l’unica via sia quella di rispondere colpo su colpo: è proprio ciò che vogliono i terroristi. Tutte queste guerre fatte in nome della lotta al terrorismo ne hanno solo creato di più e non hanno risolto nulla. Dobbiamo avere l’onestà di ammetterlo. Reagire invece sempre più con un discorso e con concreti atti di pace. Riunire i responsabili religiosi a Madrid fa parte di tale una reazione: i leader delle grandi religioni mondiali assieme si rafforzano l’un l’altro nel condannare ogni violenza e nell’affermare che solo la pace è santa.

 

ZENIT: È ancora possibile credere che le religioni siano la soluzione alla guerra, e non siano invece parte del problema? E come è possibile? Pensiamo all’Ucraina, chiese della medesima famiglia, ortodosse, che soffiano sul fuoco degli opposti nazionalismi…

 

Marco Impagliazzo: Lo sono e lo saranno sempre di più se assieme andranno alla radice profonda delle loro fedi dove è iscritto un comune desiderio di pace. L’incontro tra papa Francesco e il grande imam al Tayyeb ad Abu Dhabi ne è un segno potente: le religioni non fanno la guerra, sono gli uomini a farla. È evidente a tutti che il dramma ucraino è un dramma geopolitico, fatto di frontiere, atti di forza, pressioni politiche, egemonie economiche. Le Chiese non possono diventare uno strumento etnico o nazionalista nelle mani dei politici. Se cedono in questo tradiscono sé stesse. Si tratta di un campanello d’allarme per tutti noi: se la Chiesa diviene un’arma etnica o nazionalista nelle mani di altri, perde la sua missione evangelica. La Chiesa prega per la pace e non per la vittoria.

 

ZENIT: Qual è lo stato di salute dello Spirito di Assisi oggi? È vero, come si sente dire da più parti, che il mondo di oggi è più chiuso, più impaurito che in passato?

 

Marco Impagliazzo: Il mondo è impaurito perché spaesato davanti a cambiamenti rapidi e inattesi. Paradossalmente l’essere materialmente più vicini tende ad allontanarci psicologicamente. Così ci si rifugia nelle solidarietà primarie: terra e nazione. Ma noi cristiani sappiamo bene che nel corso della storia ciò è già avvenuto ed ha dato pessima prova di sé. Lo spirito di Assisi continua a percorrere il mondo. L’incontro di fratellanza di Abu Dhabi ne è un frutto diretto: da anni a Sant’Egidio coltiviamo l’amicizia con al Azhar e il grande Imam al Tayyeb. Non bisogna dare nulla per scontato né cedere alla cultura del nemico. Ci sono segnali –forse poco notati dalla stampa- di come lo spirito di Assisi sia vivo: le masse algerine che cercano libertà pacificamente manifestando da mesi, rifiutando sia il fondamentalismo violento che la dittatura militare, lo dimostrano. Sant’Egidio ha tanto lavorato per la pace in quel paese. Non abbiamo mai ceduto all’ideologia del clash. Lo stesso si può dire per ciò che accade in Sudan, in Sud Sudan, in RDC, in Centrafrica e altrove. Vi sono certamente guerre antiche e latenti e molti conflitti ancora da risolvere. Ma le religioni sono sempre meno coinvolte attivamente nei furori dello scontro e nei percorsi d’odio. La stessa traiettoria del fondamentalismo –direi meglio dei fondamentalismi- non convince più le masse. E poi non bisogna essere nostalgici: il mondo del bipolarismo est/ovest con il rischio dell’olocausto nucleare non era più pacifico o meno spaventoso.

 

ZENIT: Un tema in evidenza, in molte tavole rotonde, è quello dei mass media. Oggi la comunicazione è forte di strumenti potentissimi, ma spesso finisce per alimentare la conflittualità. Che ruolo ha la comunicazione nel promuovere la pace e la tolleranza tra religioni diverse?

 

Marco Impagliazzo: Può avere un grade ruolo se i media restano attaccati alla verità complessa della realtà e non cedono alle semplificazioni. I media possono essere manipolati e diventare strumento di odio –si pensi al tragico ruolo di Radio Milles Collines nel genocidio ruandese. La rappresentazione dell’altro, del diverso, è una delle questioni su cui i media devono interrogarsi sempre. Non possono sottomettersi all’idea della creazione del nemico ma devono accettare la sfida di spiegare la complessità. Mi preoccupa quando il linguaggio bellico pervade i media stessi anche in altre situazioni. Ad esempio, la questione dei migranti trattata con i termini sbarchi, invasione, arma di occupazione di massa ecc.: tutti termini militari. È molto importante saper scegliere le parole e trattenersi dalla tentazione di urlare titoli infiammati. Già questo darebbe un grande contributo alla promozione della pace e della tolleranza. Mi piacerebbe che i media rilanciassero la realtà per ciò che è senza tingerla di cinismo e scetticismo come spesso avviene, come se ciò che è bene ed è buono contasse sempre di meno di ciò che è male o è cattivo. Troppo poco i media riescono a dar voce all’ “ingenuità del bene”.

 

ZENIT: Nei discorsi di papa Francesco tornano spesso i temi dei muri e dei populismi, di cui il Papa si dice molto preoccupato. Secondo lui si sentono in giro discorsi che ricordano addirittura l’ascesa del nazismo. E il primo settembre scorso ricorrevano 80 anni esatti dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Dobbiamo pensare che potrebbe anche scoppiare una nuova guerra come quella?

 

Marco Impagliazzo: Se è per questo la guerra è già scoppiata: secondo il papa ogni guerra è una guerra mondiale dal momento che ha cause ed effetti oltre sé stessa. Una guerra in Europa tra le democrazie non la vedo probabile anche se dobbiamo stare attenti: i discorsi autoritari e sovranisti vogliono dividere l’Europa, come lo fanno in altre parti del mondo. Lo notiamo con l’orbanismo, una specie di autoritarismo illiberale che vuole divenire modello per altri. La buona notizia è che fino ad oggi l’Europa ha saputo resistere, malgrado tutti i suoi limiti. Ha resistito nei suoi parlamenti, come si vede nelle crisi italiana e britannica, che hanno saputo riaffermare le proprie prerogative davanti a chi cercava “pieni poteri”. Ha resistito tra la gente con le elezioni europee che non hanno dato la maggioranza alle forze ostili all’unità e fautrici di populismi e razzismi. Sta resistendo alle forze disgregatrici propugnate da altre potenze autoritarie. Politicamente l’Europa si conferma la miglior difesa della democrazia e della tolleranza nel mondo.

 

ZENIT: Altro tema in evidenza a Madrid saranno le migrazioni. Da una parte la Chiesa predica accoglienza, dall’altra riconosce ai paesi ospitanti un diritto a porre limiti a questo fenomeno. Il dibattito politico attorno a questo tema è infuocato…  Dove è giusto cercare il punto di equilibrio, secondo lei?

 

 

Marco Impagliazzo: Sulle migrazioni dobbiamo renderci contro che l’incontro può essere fonte di futuro e di grandi sorprese: i protagonisti di questa vicenda migratoria non sono chi accoglie e chi è accolto, ma ciò che ne sorge in più, direi che l’abbraccio è il vero protagonista. L’equilibrio sta nel governare i processi coscienti che essi sono strutturali. C’è un calo demografico forte in Occidente e allo stesso tempo una necessità di braccia e menti. Se il processo che ne consegue non è governato, avviene un brusco rifiuto, una reazione violenta, come sappiamo. Se è governato accade al contrario un incontro felice, anche in casi di crisi. Faccio l’esempio dei corridoi umanitari ideati da Sant’Egidio e realizzati con le Chiese evangeliche e la CEI: migliaia di persone provenienti dalla Siria, Iraq, e dal Corno d’Africa che hanno incontrato in Europa solidarietà e opportunità. Questo è il risultato di un’azione svolta con amore e intelligenza da Sant’Egidio e dalle chiese cattolica e protestanti in collegamento con la società civile. Quando i fenomeni si governano cala la paura e sparisce il razzismo. Concretamente: se i corridoi fossero adottati dall’UE non avremmo più nessuna emergenza migranti in Europa. Basta moltiplicarli per cento, per mille. È ciò che stiamo proponendo: una politica vera dell’accoglienza e dell’integrazione che veda protagonista la società europea dove ci sono molte più risorse di umanità di quanto si pensi.

 

ZENIT: Negli ultimi dodici mesi, un fondamentale passo in avanti del dialogo interreligioso è stato il documento di Abu Dhabi, firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al Ahzar Al Tayeb. Come giudica l’impatto che questo documento ha avuto? Se ne parlerà a Madrid?

 

Marco Impagliazzo: Certamente. Come dicevo prima si tratta di un grande passo nelle relazioni tra cristiani e musulmani. Direi che con Abu Dhabi lo spirito di Assisi è definitivamente entrato nell’islam e che dobbiamo aspettarci delle belle sorprese, dopo tanta diffidenza. Quel documento è storico: evoca l’unità del genere umano e indica un unico vero problema: la guerra. Quando recita: “vero nemico della fratellanza umana è l’individualismo che significa affermare se stessi e il proprio gruppo al di sopra degli altri” si tratta di un avanzamento spettacolare! Dobbiamo avere più fiducia nei semi di pace e dialogo seminati in questi decenni nello spirito di Assisi. È anche questa la grandezza della Chiesa di Roma che dalla seconda metà del secolo scorso ha preso su di sé la responsabilità del dialogo mondiale tra le religioni, pur essendo la denominazione religiosa più grande. Per questo il papa quando viaggia è accolto con gioia spontanea da tutti, anche dai non cattolici: rappresenta la figura religiosa più grande. E noi di Sant’Egidio siamo contenti e riconoscenti di aver lavorato su questa strada e di aver portato lo spirito di Assisi ovunque.

 

ZENIT: In altre occasioni, durante questi incontri, si è affacciata l’idea di creare una sorta di Onu delle religioni, un organismo permanente di dialogo e confronto tra le religioni, che vada oltre l’occasionalità di un incontro pur bello come questo di Madrid. È solo un’idea o può diventare qualcosa di più?

 

Marco Impagliazzo: Gli incontri “Uomini e Religioni” che organizziamo ogni anno rappresentano già tale spazio di dialogo permanente. Da ogni edizione nascono sempre nuovi fili che danno vita ad iniziative locali importanti. La giornata mondiale di preghiera per la pace che quest’anno si svolge a Madrid, su nostra iniziativa viene anche celebrata all’unisono in tante altre parti del mondo. Quindi non si tratta di un incontro occasionale ma di una vera e propria architettura di pace. Non credo che sia necessaria una struttura organizzativa per questo: istituzionalizzare spesso soffoca. Qui è in gioco qualcosa di più che un’organizzazione: saper far vivere lo spirito attraverso l’umano, attraverso il vissuto dei popoli. E anche attraverso la presenza di una Comunità. Non è un convegno come tanti se ne fanno, c’è una Comunità che accoglie e che dà il tono umano e fraterno all’evento. L’umano sono le persone con le proprie storie, difficoltà e successi. Tutto questo la preghiera di Madrid raccoglie in uno spirito fraterno, rilanciandolo al di là di noi, verso un oltre che non consociamo già ma che preghiamo e speriamo sia ancor più pacifico e bello. In termini italiani potrei dire: è questa “la grande bellezza”!

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