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Incontrando Michael D. O’Brien


di Paolo Pegoraro*

ROMA, mercoledì, 27 ottobre 2010, (ZENIT.org).- Si intitola Theophilos (San Paolo, pp. 527, € 19) l’ultimo romanzo di Michael D. O’Brien, canadese, padre di sei figli, pittore, saggista e romanziere ormai ben noto anche nel nostro Paese. Theophilos è infatti il suo quarto romanzo tradotto in italiano dopo Il Nemico, Il Libraio e L’Isola del Mondo. I suoi sono romanzi storici sostenuti da un’invisibile colonna verticale… la manifestazione dell’eterno intessuto nella storia.

Theophilos racconta dell’omonimo medico agnostico che si mette sulle tracce del figlio adottivo, Loukas, scomparso al seguito di un misterioso predicatore ebreo. Con L’Isola del Mondo ci troviamo invece con il piccolo Josif Lasta nella Croazia sotto il regime di Tito. Il Libraio è Pawel Tarnowski, un uomo dall’esistenza rovinata che opporrà alla furia nazista un inspiegabile gesto di eroismo. Il Nemico ci scaglia in un futuro angosciosamente simile al nostro presente, dominato dal consumismo e da nuove organizzazioni mondiali: l’èra dell’anticristo.

Quattro epoche, quattro personaggi, quattro diverse atmosfere culturali che cercano di assorbirli o di schiacciarli. Ma, per ognuno di loro, l’aiuto e il sostegno della fede. Leggendo i grandi affreschi di O’Brien ci si immerge sempre di più nel cuore di un uomo per scoprire, infine, che non è troppo diverso dal nostro e che la storia del suo cambiamento è, in fondo, la storia del possibile mutamento della nostra vita. Pagina dopo pagina si ha la strana sensazione di non leggere un semplice romanzo, ma di entrare in vero e proprio esercizio spirituale. In un percorso che dovrà maturare in una decisione o in una presa di posizione. Attraverso l’immaginazione sembrano aprirsi le porte e i canali misteriosi del nostro labirinto interiore.

«L’immaginazione – ci spiega O’Brien nel corso di un’intervista – è una dimensione della nostra vita nella quale l’immanenza e la trascendenza possono comunicare, o una grazia può prendere come una forma visibile nel pensiero. Per uno scrittore questo richiede naturalmente il cammino del narrare una storia, quindi l’effetto della forma visibile è quello che hanno in comune le storie di tutta l’umanità, in tutte le culture e a tutte le latitudini. L’uomo ama ascoltare storie e ama raccontarle, e viene cambiato quando ascolta una storia che getta luce sull’esperienza umana».

Cambiamenti. Tutti i suoi romanzi hanno al centro una decisione. I suoi personaggi sono chiamati a fare un passo che, se non verrà fatto da loro, non verrà fatto da nessun altro. Se non si decideranno per il bene qualcosa verrà perso, irrimediabilmente e per sempre… e l’intera storia del mondo ne risentirà.

«Sì, questo è il tema centrale nella mia opera, perché è un tema centrale per il mio cuore. Vediamo lo spirito del mondo crescere e divorare il mondo, e vediamo la Chiesa viene purificata e umiliata dai peccati interni. È mio personale giudizio che nei prossimi anni andremo incontro a sempre maggiori persecuzioni: quello di cui parlo in tutte le mie storie – in fondo – è della scelta tra il martirio e l’assimilazione. Essere cattolico nel mondo, oggi, significa essere un martire, cioè un testimone».

Da oltre trent’anni lei dipinge soggetti sacri. Le sue opere – che si possono ammirare su www.studiobrien.com – sono un particolarissimo mix tra i canoni delle icone bizantine e l’illustrazione per l’infanzia. Tradizione e fantasia, nelle forme dell’innocenza. Il suo lavoro di artista e di scrittore è sempre stato rivolto al cristianesimo o ha vissuto un particolare momento di svolta?

«Sì, c’è stato un momento molto specifico trentacinque anni fa di totale offerta a Cristo. Prima di allora avevo scritto dei romanzi già prima e li avevo proposti a editori non cattolici, collezionando una splendida raccolta di rifiuti. “Amiamo la sua scrittura – mi dicevano – ma deve capire che i lettori non sono più interessati a questa visione del mondo. Saremmo lieti di pubblicare le sue storie se fossero un poco diverse… prive del cattolicesimo”. Io e mia moglie eravamo convinti che fosse un compito assolutamente impossibile e destinato al fallimento, ma ci siamo detto: “Per lo meno proviamo. Diamo un pezzettino di pane al Signore e vediamo cosa ne fa”. Trentacinque anni sono un periodo lungo, ci sono stati tanti anni duri e di sacrifici. Ma le strade si sono aperte. La stessa cosa è successa anche per la mia pittura».

Come si svolge una sua giornata tipo?

« La mattina andiamo alla Messa con la mia famiglia, poi mi ritiro nel piccolo cottage dietro casa dove scrivo. Prego, chiedo l’ispirazione per la giornata di lavoro e comincio. Dopo trentacinque anni ho una disciplina di lavoro molto forte, “disciplina” è diventata una parola fondamentale per me. Lavoro tutto il giorno e passo la sera con la mia famiglia. Una vita semplice: porto la legna per il camino, butto la spazzatura e… sparo agli orsi!».

Veniamo alla sua narrativa. Nell’introduzione a Il Nemico lei definisce il suo romanzo un «racconto di idee». Qual è il rapporto tra idee e storia?

«La storia è l’incarnazione di un’idea. Il pericolo è che lo scrittore, invece che scrivere del vero, si metta a parlare del vero. Certo, in alcune storie, come in Theopilos – dove il personaggio è un filosofo agnostico – si può dare uno spazio anche molto ampio alla discussione delle idee».

Il suo ultimo saggio è centrato sulla “paganizzazione della cultura”. Lei dedica, tra l’altro, molte più pagine all’analisi del fenomeno Harry Potter piuttosto che a un Dan Brown…

«Perché Harry Potter è il simbolo più vasto di questa dinamica. La sua popolarità dimostra due cose al tempo stesso: la disconnessione dell’uomo contemporaneo dalla tradizione simbolica occidentale e la perdita del sacro. L’uomo percepisce un vuoto dentro di sé e va alla ricerca di una nuova metafisica, che possiamo chiamare “metafisica orizzontale”, priva di una reale trascendenza. Questo fenomeno ha un aspetto positivo e uno negativo: ci rivela la profonda fame dell’uomo contemporaneo e la difficoltà di trovare degli eroi autentici. La Rowling ha preso alcuni elementi dell’eroe tradizionale e li ha mescolati con altri dell’antieroe moderno, fornendo al suo personaggio anche una sorte di subvocazione religiosa. Ci sono molto elementi della vita di Harry che sono simili a quelli di Cristo, per esempio egli muore e decide di tornare in vita, e in questo modo salva il mondo, fino a essere chiamato alla fine “il Salvatore”. In questo senso è una mini-figura di Cristo, dentro il quale tutti i simboli si confondono. I suoi difensori – soprattutto cattolici ed evangelici – sono estremamente selettivi nel dire cosa vogliono difendere del romanzo, per esempio alcuni valori positivi, ma si trovano costretti a ignorare completamente gli antivalori che gli sono contemporanei».

Un assaggio… dell’autore

Riportiamo qui l’intervento tenuto da Michael D. O’Brien presso il Teatro Manzoni di Roma all’incontro organizzato dall’Associazione Paola Bernabei (www.paolabernabei.org)

«Perché gli esseri umani raccontano delle storie? Fin dalla nostra prima parola cerchiamo di raccontarci l’un l’altro una storia: il bambino racconta alla madre la storia della sua fame e del suo pianto, e man mano che cresciamo le storie si fanno più complesse. Le storie che prendono corpo nei popoli si trasmettono di generazione in generazione. Perché lo facciamo? È un semplice trasferimento di dati biomeccanico per la sopravvivenza della specie? Non siamo altro che complicate bestie che parlano? O forse le storie suscitano in noi la sensazione che siamo ben più che semplici animali?

Ho conosciuto molte persone che sono sopravvissute ai regimi totalitaristi, sia al comunismo che al nazismo. Alcune sono venute a vivere in Occidente e siamo amici stretti. Ci hanno raccontato di come venivano cresciuti nelle scuole fino a bandire completamente l’idea di Dio, eppure tutti hanno vissuto una stessa esperienza che riguardava l’arte. Per i miei amici russi poteva essere ascoltare Rachmaninov, per un polacco poteva essere la terza sinfonia di Gorlewski. L’elemento comune era che avevano trovato nella cultura una sorta di deposito dell’autentico valore della persona umana. Una persona si siede nel teatro di Mosca e ascolta della musica. All’improvviso comincia a piangere. Non è infelice e neppure depressa, eppure all’improvviso le lacrime cominciano a sgorgargli dall’intimo. Cos’è questo profondo struggimento che l’arte ha aiutato a emergere? La persona si chiede: “Ma perché provo queste cose? Cosa sono? Cosa mi dicono e da dove vengono? Sono semplici emozioni? Sono un messaggio intellettuale?”. L’arte suscita le questioni fondamentali dell’anima. Non sempre da le risposte, ma ha la capacità di suscitare le domande più profonde. Solo in un secondo momento queste domande emergono fino al livello più razionale e cominciamo ad esaminarle.

L’altra esperienza interessante che mi raccontano i miei amici sfuggiti dai regimi totalitari e giunti in Occidente è che, anche se sono arrivati in un cosmo psicologicamente libero, continuano a provare lo stesso disturbo che provavano davanti alla negazione della persona umana. Come mai anche ora che sono liberi provano questo senso di inutilità, questo vuoto che può essere colmato solo con piaceri e distrazioni sempre maggiori? Ecco la domanda che dobbiamo farci tutti: perché la società contemporanea è così frenetica? Non abbiamo bisogno di nulla, non ci manca niente. Siamo coloro che ricevono i vantaggi di duemila anni di civiltà cristiana, siamo i beneficiari dei sacrifici di generazioni e generazioni… ma allora perché siamo così intimamente infelici e disperati?

L’arte può suscitare in una persona le autentiche questioni, quelle che possono portare all’autentica risposta. Lo scrittore di romanzi cristiano si trova, quindi, davanti a una grossa difficoltà. Oltre a una società non più interessata alle risposte cristiane, lo scrittore si trova a fronteggiare una sfida interiore: come posso spiegare la verità che ho incontrato attraverso parole vive, musica o suoni capaci di dare vita ad altri? Nella profondità della sua anima l’artista deve apprendere una profonda umiltà di fronte all’autorità di Dio: è solo Dio che salva, e salva ciascuno di noi uno ad uno, ognuno in un modo diverso.

Eppure nella natura umana sono all’opera dei principi universali. Prendiamo l’Iliade, l’Eneide, Beowulf, Il Signore degli Anelli o una delle infinite altre grandi opere della letteratura: ci raccontano l’uomo nel mare dell’essere, ben consapevole che l’esistenza è pericolosa eppure indicibilmente bella, piena di dramma e di storie misteriose nelle quali ciascuno di noi gioca un ruolo. Perfino gli autori classici avevano consapevolezza di partecipare a un dramma cosmico, pur non leggendolo sempre secondo categorie teologiche, eppure distinguevano come attraverso una nebbia – secondo la legge naturale – quello che stava giungendo con la Rivelazione. L’uomo ha bisogno della Storia Autentica, in modo da poter percepire la grande storia che è l’universo nel quale si trova a vivere.

Ma quali sono le storie che dominano la coscienza occidentale nel nostro periodo storico? Innanzi tutto c’è una fondamentale distorsione nella percezione della persona umana. Non c’è più nemmeno bisogno del totalitarismo, perché un nuovo materialismo regna in modo pressoché totale, rendendo sempre più omogenea la cultura mondiale. Una cultura vasta decine di migliaia di chilometri e profonda neanche un centimetro. Veniamo schiacciati dentro un cosmo piatto, sottilissimo, riempito fino all’inverosimile di stimoli e divertimenti, in modo che si possa essere in pace con la Negazione invece che con la Storia Autentica. Ci ricompensano con grandi piaceri, instillandoci un senso di falsa pace e di falsa sicurezza, ma alla fine un senso sempre più crescente di alienazione, solitudine e soprattutto di fame e incompiutezza peggiorano e si fanno sempre più grandi. Invece la grande arte dice sempre, magari in modo sottointeso o inconscio: “Tu sei d’infinito valore. Ogni persona è un unico e amatissimo figlio di Dio che non è mai stato visto prima e non potrà mai essere ripetuto poi. Ogni vita è un mistero distinto e una distinta missione”. Mi sia concesso dire che in tutta la mia vita non ho incontrato una sola persona che fosse veramente noiosa e da quando sono diventato cristiano, circa quarant’anni fa, non ho avuto un solo secondo di noia. Se dai alle persone tempo e autentica attenzione, emerge come ognuno abbia una storia straordinaria da raccontare. A ogni persona è successo qualcosa di profondamente misterioso, bello, interessante o anche tragico. Non esiste una persona ordinaria o banale. Credo sia questa la consapevolezza che può essere data dalla narrativa cristiana al lettore.

Ma un autore non può produrre queste storie fuori da sé. Vive nella comunità della famiglia umana, si muove con loro verso la comunione eterna nel paradiso, attraverso così tante prove, lotte, profondi e gravi sbagli… eppure, se siamo rivolti a Cristo, anche ci spinge ancora più avanti: possiamo apprendere dai nostri sbagli e nel nostro inciampare, apprendiamo come bambini di non essere noi a essere Dio. E alcune grandi storie di grandi autori ci hanno mostrato quant’è bello non essere Dio, quant’è liberante che non dobbiamo inventarci noi stessi ogni giorno della settimana o che non dobbiamo essere signori e creatori del mondo, perché abbiamo un Padre che ci ama. Egli c’è comunque, se gli diamo tempo e attenzione, se guardiamo alla vita con profondità e permettiamo al mistero di Dio di svelarsi. Questo richiede del tempo e ha bisogno dell’eredità della cultura cristiana, simile a tanti segnali stradali che indicano la strada in mezzo al deserto.

Vorrei aprire una parentesi citando papa Ratzinger. Circa un anno e mezzo fa ha detto una cosa che mi ha colpito moltissimo: “Stiamo perdendo le memorie basilari dell’umanità”. Le memorie fondamentali dell’umanità vengono perse. Non voglio fornire un’esegesi di queste parole, ma invito a rifletterci: cos’è andato perduto in cambio dei piaceri e dei benefici del mondo contemporaneo? Quali memorie abbiamo perduto? Riusciamo anche solo a ricordarci che abbiamo perduto qualcosa? Nel 1981 un italiano mi disse un’altra frase che mi colpì moltissimo. Lavoravo nelle Montagne Rocciose e quest’uomo – non colto, ma profondo – mi ha detto: “Il silenzio è la lingua dell’amore”. Come il silenzio di due giovani innamorati che sono totalmente presenti l’uno all’altro o il silenzio di una persona in preghiera davanti al Santissimo Sacramento. Quando il silenzio diventa un’abitudine, il rumore che c’è nella nostra vita si azzittisce, il nostro continuo chiacchiericcio si affievolisce e sorge in noi un profondo struggimento per la comunione. Se non sfuggiamo a questo silenzio, ci rendiamo conto che non stiamo davanti a un vuoto, ma che ci avviciniamo alla Presenza di Dio. Questo è l’amore: totale presenza all’altro.

Tutto questo però ci è molto difficile da cogliere se siamo presi dal rumore e dalle menzogne dell’epoca moderna, se siamo intossicati e dipendenti dalle compensazioni dell’era moderna. Invito per questo a fare un “esperimento di umanità” per riscoprire le vostre memorie perdute. Provate per un mese a non accendere il vostro cellulare o facebook o l’email o il dvd o l’iPod, ecc. Sia chiaro, non sono un critico di questi mezzi… o forse sì! Ma lasciateli stare per un mese e provate a prendere un libro antico – come l’Eneide o la Divina Commedia – leggendolo con calma e attenzione nel silenzio. Guardate quello che succede e non fuggite, non smettete. Scoprirete le storie che ci sono tramandate dai nostri antenati, verità che ci raggiungono fino a oggi perché l’autore le ha ottenute con grande sacrificio e vuole consegnarle a coloro che non sono ancora nati. È una saggezza conquistata a caro prezzo e data a noi: questo amore. La vera arte è un atto di amore».

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*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L’Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.

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