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In che direzione va Papa Francesco? Le riflessioni di Valentina Alazraki

In occasione dei due anni di pontificato, le riflessioni della storica vaticanista messicana, la prima che intervistò Giovanni Paolo II

Il 13 marzo di due anni fa, il mondo ha conosciuto il cardinale argentino Jorge Maria Bergoglio, più noto come Papa Francesco. Si sapeva che l’Arcivescovo di Buenos Aires era un tipo un po’ particolare pe i modi in cui viveva e come conduceva la pastorale, ma nessuno immaginava cosa avrebbe fatto una volta divenuto Pontefice. Per fare una valutazione su questi primi due anni di Pontificato ZENIT ha intervistato Valentina Alazraki, giornalista e scrittrice. Dal 1974 corrispondente dal Vaticano di Televisa, il più grande network al mondo in lingua spagnola; dal 2005 collabora anche con W Radio. Ha iniziato la sua carriera di vaticanista nel 1974, durante il pontificato di Paolo VI. Con Giovanni Paolo II ha partecipato a 100 viaggi apostolici all’estero. E’ la prima giornalista che ha intervistato Giovanni Paolo II alla vigilia del suo viaggio in Messico, nel gennaio del 1979.

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Conoscendo la sua storia personale, le sue esperienze, il Paese e il continente di provenienza, il fatto che fosse gesuita, lei immaginava che il pontificato del nuovo Papa avrebbe scosso così tanto la Chiesa? 

Quando Francesco si è affacciato sulla Loggia della Basilica ed ha pronunciato le parole “Buona sera” ho avuto la netta sensazione che in quel momento finisse veramente il pontificato di Giovanni Paolo II. Ma per dire la verità la prima apparizione di Francesco mi ha ricordato quella di Papa Wojtyła: a Giovanni Paolo II il cerimoniere aveva detto che non doveva dire niente e doveva limitarsi alla benedizione. Invece lui, rompendo il cerimoniale, ha salutato i fedeli e ha pronunciato il discorso dove è apparsa la famosa frase: “Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano…”. Francesco ha fatto lo stesso, parlando dei cardinali che sono andati a prendere il nuovo Vescovo di Roma “quasi alla fine del mondo…”.  Questa spontaneità e la facilità di creare il contatto con la folla di Francesco mi ha ricordato Giovanni Paolo II. Ma subito dopo è successa una cosa nuova: Papa Bergoglio si è inchinato chiedendo ai fedeli la benedizione. Questo gesto – il primo di una lunga serie – doveva farci capire che avevamo a che fare con un Papa diverso.          

Siamo stati abituati a valutare i pontificati passati analizzando l’importanza del Magistero e dei viaggi apostolici con il loro impatto sulla Chiesa e sul mondo. Dopo due anni del pontificato di Papa Francesco i documenti sono pochi: una Enciclica Lumen fidei sulla fede, scritta a quattro mani con il Papa emerito, e l’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium sull’ annuncio del Vangelo nel mondo attuale, che si ritiene il documento programmatico del pontificato. I  viaggi all’estero sono stati 7 con 9 Paesi visitati (Brasile, Terra Santa, Corea, Albania, Strasburgo, Turchia, Sri Lanka e Filippine).  Guardando così sarebbe un pontificato normale. Come mai del pontificato di Francesco si parla già come di un evento “rivoluzionario”?

Ogni qualvolta qualcuno gli chiede se é un Papa rivoluzionario Francesco risponde che lui non si sente rivoluzionario ma che sta solo mettendo in atto quello che avevano chiesto i cardinali prima del Conclave e che in fondo sta tornando all’origine della Chiesa cattolica e al messaggio del Vangelo. Credo che c’è sicuramente una rivoluzione in atto sia per lo stile del pontificato che nel tentativo di cambiare la mentalità della gente e sopratutto degli uomini e delle donne della Chiesa. I suoi gesti – come abitare a Santa Marta, usare una macchina ordinaria, portare i pantaloni neri sotto la sottana bianca – fanno sì che il Papa venga percepito come un Papa rivoluzionario. Questa immagine viene avvallata anche dal fatto che Francesco parla sempre dei poveri.

Nel primo incontro con noi giornalisti, ci disse che avrebbe voluta una Chiesa povera per i poveri. Ovviamente la Chiesa e i Papi hanno sempre parlato e sí sono sempre occupati dei poveri – vedi l’opzione preferenziale per i poveri, l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI e tutta la dottrina sociale della Chiesa – ma Francesco accentua moltissimo questo tema, sia con le parole che con i gesti.Per quanto che riguarda la mia esperienza personale, io vedevo in Giovanni Paolo II il Papa, nel senso che Lui si sentiva Papa e rappresentante di un’istituzione millenaria amata e rispettata. Wojtyła ha aggiunto a questo ruolo ufficiale la sua umanità. Con Francesco si è accentuato l’aspetto umano ed è diminuito, credo, il ruolo istituzionale del Papa, come lo intendevamo fino ad oggi.

Il Papa del “chi sono io per giudicare?”, apertissimo ai lontani, nelle sue omelie mattutine a Santa Marta prende di mira, spesso con parole molto dure, i fedeli cattolici, ma anche sacerdoti e vescovi, senza parlare delle sue critiche alla sua Curia espresse il 22 dicembre scorso. Ci si chiede: perché questa critica continua di tutti gli ambienti della Chiesa? Questa critica ha che fare con la sua lotta contro la “mondanità” nella Chiesa?

Ho sentito molti sacerdoti e suore che si lamentano dicendo: “Perché il Papa ce l’ha con noi? Ci bastona sempre. E non lo fa con la gente che è lontana dalla Chiesa”. Probabilmente il Papa vuole cambiare radicalmente la mentalità dei fedeli. Io, da genitore, penso che il padre sia più severo con i figli, pretende di più da loro che dalla persone estranee: per questo Francesco pretende di più dagli uomini della Chiesa. Ma c’è dell’altro: il Papa vuole aprire a quelli che non credono, siano essi indifferenti o ostili. E questa gente viene in qualche modo attratta da Francesco, a loro Francesco piace.

Penso che la sua critica alla Curia e alla mondanità nella Chiesa venga dal mandato che ha ricevuto dalle Congregazioni dei cardinali prima del Conclave. Molti cardinali criticavano la Curia Romana che in qualche modo ha “tradito” Benedetto XVI. E il nuovo Papa doveva fare delle “pulizie”. Francesco fa le riforme strutturali ma ha sentito anche il dovere di “ri-evangelizzare” la Curia: questo spiega le sue omelie a Santa Marta e alla Curia. Ma non si limita a questo: il Papa lancia a tutti i cattolici la sfida di vivere la fede in modo radicale. A lui non piacciono i cattolici tiepidi.          

Il nostro collega de Le Figaro, Jean-Marie Guénois, chiama Francesco “il missionario d’urto”, interessato soltanto a convertire la gente a Cristo. Per questo il Papa ripete che il cristianesimo non è la religione dei dogmi e divieti, ne la religione per gli iniziati, ma è la religione della “misericordia di Dio”, senza “barriere doganali”. Concordate con questa affermazione?

Sono rimasta molto colpita quando di ritorno dal Brasile, parlando con i giornalisti, Papa Francesco ha risposto a tutte le domande ma quando una collega gli ha chiesto perché non parlava molto dell’aborto e della difesa della vita lui è sembrato irritato. Ha spiegato molto brevemente che lui è il figlio della Chiesa, che quindi la sua posizione è ovvia e non deve parlare ogni giorno di questi argomenti. Mi ha anche colpito che durante lo stesso incontro con i giornalisti il Papa ha ringraziato un’altra giornalista per la domanda riguardante la lobby gay in Vaticano. È evidente che ci sono dei temi che ama più di altri, sui quale si sente più a suo agio.

Il momento più drammatico del pontificato è sembrato il Sinodo sulla famiglia dove si sono ripetute in certo modo le divisioni avvenute durante il Concilio Vaticano II. La posta in gioco è molto alta perché bisogna decidere se la Chiesa deve tentare di cambiare il mondo in chiave evangelica o se deve seguirlo. Cosa potrà succedere nella seconda sessione del Sinodo ad ottobre di quest’anno?

Credo che lo scontro continuerà. Credo che il Papa ad un certo punto abbia detto: mettiamo tutte le carte sul tavolo, in piena libertà, possiamo farlo perché qui ci sono io che sono garante della dottrina.

Dopo due anni di pontificato, possiamo dire dove vuole portare la Chiesa Papa Francesco?   

Francesco dice sempre che è arrivato a Roma con la sua valigetta e che pensava di tornare in Argentina subito dopo il conclave, che non ha nessun progetto personale e che si fa guidare dallo Spirito Santo.

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L’intervista a Valentina Alazraki, è stata pubblicata anche nel n. 10 del settimanale polacco “Niedziela”

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