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Immigrati: aspetti economici, sociali e religiosi

RECOARO TERME, sabato, 12 settembre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo dell’intervento sul tema “Immigrati: aspetti economici, sociali e religiosi” pronunciato dall’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenendo questo sabato al Convegno Rezzara di Recoaro Terme (Vi).

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Nel 2006, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite organizzò un Dialogo ad Alto Livello su Migrazione Internazionale e Sviluppo, a cui parteciparono i rappresentanti di 132 Stati Membri. In quell’occasione fu sottolineato il contributo positivo delle migrazioni internazionali allo sviluppo sia del Paese di origine del migrante che di quello di arrivo, purché esse siano sostenute da politiche giuste. Si osservò inoltre che sebbene le migrazioni internazionali contribuiscano allo sviluppo non sono un sostituto degli aiuti internazionali in tal senso.

Difatti, le cause che spesso costringono i migranti a lasciare il proprio Paese, e a cercare migliori opportunità altrove, sono la povertà, l’impossibilità di trovare un impiego adeguato e dignitoso, più o meno stabile, nel Paese di origine, oppure la fuga da catastrofi naturali, conflitti, guerre e persecuzioni di carattere politico o religioso, o da violazioni dei diritti umani. Se fossero invece vigenti, nel Paese di origine, situazioni di pace e sicurezza, di buona ‘governance’, di accessibilità al lavoro decoroso, rispettoso della legge, allora le migrazioni internazionali potrebbero essere realizzate per scelta, e non per forza, facilitate anche dalla globalizzazione dei mercati del lavoro, della tecnologia e del capitale. La globalizzazione, infatti, influenza gli orientamenti dei flussi migratori. Comunque “il processo di globalizzazione – disse Giovanni Paolo II nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni del 1999 – può costituire un’opportunità, se … la ripartizione disuguale delle risorse mondiali provoca una nuova coscienza della necessaria solidarietà che deve unire la famiglia umana”. Perciò il grande squilibrio economico e sociale che oggi esiste e spinge il flusso migratorio, “non va visto come una fatalità, ma come una sfida al senso di responsabilità del genere umano” (Messaggio per la Giornata Mondale delle Migrazioni 1996).

Le migrazioni internazionali, in ogni caso, devono essere considerate anche nella prospettiva dei programmi pure internazionali per lo sviluppo e delle relative strategie nazionali. Infatti, le rimesse dei lavoratori migranti hanno dato un grande contributo all’economia in generale, ma particolarmente a quella dei Paesi in via di sviluppo, da cui molti provengono, ed ha permesso il miglioramento della vita di molte famiglie e comunità.

Certo la partenza di lavoratori altamente qualificati e di professionisti da tali Paesi ha avuto effetti negativi su di essi, soprattutto se piccoli e di basso reddito, in cui sono danneggiati anzitutto i settori della sanità e della scuola. Così ci si rende conto che la cooperazione internazionale deve tenere in considerazione non soltanto i vantaggi che un Paese può trarre dal rapporto con un altro, ma di pari passo anche le necessità di quest’ultimo. E’ perciò importante che i Paesi di destino effettuino un “reclutamento etico” e cooperino nella formazione dei professionisti che sono necessari nei Paesi di provenienza degli immigrati di grande competenza.

E’ dunque importante che i Governi dei Paesi di origine rafforzino altresì i legami con i propri cittadini che si trovano all’estero. Essi, infatti, danno contributi significativi allo sviluppo della loro terra natale non soltanto con le rimesse ma anche con l'”importazione” in patria del loro “know-how” e delle nuove tecnologie conosciute, qualora vi ritornino.

Purtroppo il fenomeno migratorio conosce altri lati negativi, anche se non ci dobbiamo fermare solo ad essi. L’emigrazione non è solo un problema, disse una volta Papa Benedetto XVI. Spesso, per esempio, porta come conseguenza la separazione delle famiglie; inoltre può essere occasione di contrabbando e di sfruttamento dei migranti, di tratta, in diversi casi, soprattutto di donne e bambini, da parte di persone senza scrupoli, creandosi così nuove forme di schiavitù. Le migrazioni possono anche causare tensioni sociali collegate all’integrazione o meno degli immigrati e il sorgere di discriminazione, razzismo e xenofobia – realtà diverse ma con gli stessi effetti -, soprattutto quando la presenza dei migranti senza documenti è forte. Vale la pena dunque di esaminare un po’ la situazione dei migranti nei Paesi di arrivo.

Anzitutto desidero citare un articolo a questo riguardo basato su un discorso del sig. Kofi Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite al tempo del Dialogo ad Alto Livello già menzionato. Ecco il testo: “Tutti i Paesi hanno il diritto di decidere se ammettere o meno gli immigrati volontari (contrapposti ai rifugiati bona fide, che in base alla legge internazionale hanno diritto di protezione). Ma chiudere le porte sarebbe insensato … Spingerebbe anche sempre più gente a tentare di entrare dalla porta di servizio … L’immigrazione illegale è un problema reale, e gli Stati hanno bisogno di collaborare nei rispettivi sforzi per fermarla… Combattere l’immigrazione illegale dovrebbe però essere parte di una strategia più ampia. I Paesi dovrebbero fornire veri e propri canali per l’immigrazione legale, e cercare di coglierne i benefici nella salvaguardia dei diritti umani fondamentali dei migranti … Gestire la migrazione non è soltanto una questione di porte aperte e di unione di forze a livello internazionale. Richiede anche che ciascun Paese faccia di più per integrare i nuovi arrivati. Gli immigrati devono adattarsi alle nuove società e le società devono adattarsi a loro volta. Soltanto una strategia creativa di integrazione garantirà ai vari Paesi che gli immigrati arricchiscano la società ospite più di quanto la disorientino… Gli immigrati sono parte della soluzione, non parte del problema” (da “Why Europe needs an immigration strategy”, articolo basato sul Discorso del Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan al Parlamento Europeo il 29 gennaio 2004, ripreso il 18 giugno 2009 in http://www.un.org/News/ossg/sg/ stories/sg-29jan2004. htm).

L’immigrazione irregolare è sempre esistita, ma debbo aggiungere che spesso è stata tollerata perché forniva quella riserva di forza-lavoro da cui poter attingere man mano che i migranti regolari miglioravano la loro posizione e si inserivano in modo stabile nel mondo del lavoro. Oggi il fenomeno ha assunto però la fase di emergenza sociale poiché, in seguito all’aumento nel loro numero, c’è nel mercato un’offerta di manodopera che supera di gran lungo le esigenze dell’economia, che in molti casi non riesce più ad assorbire nemmeno l’offerta locale. Nasce così il sospetto che lo straniero sottragga posti di lavoro agli autoctoni, quando spesso sono essi stessi a non volersi impegnare in determinati tipi di attività, di lavoro, che considerano “sporco” o umiliante.

Il fenomeno va dunque prevenuto, da una parte, con contrapposizione a chi sfrutta l’espatrio degli irregolari e, dall’altra, con cooperazione internazionale, mirata a promuovere la stabilità politica e a rimuovere le cause endemiche del sottosviluppo. La condizione di irregolarità comunque “non consente [di fare] sconti sulla dignità del migrante, anche quando irregolare. Egli è dotato di diritti inalienabili che non possono essere violati né ignorati” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni 1996), da quelli più elementari nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ai diritti enunciati nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, a quelli lavorativi contenuti nella Convenzione Internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, entrata in vigore nel luglio 2003. E’ questa una pietra miliare nella difesa dei diritti dei migranti, poiché associa i migranti in situazione regolare e irregolare nella protezione dei diritti. Riconosce inoltre le dimensioni sociali della persona del migrante, come la sua famiglia, e chiama gli Stati a facilitare la sua riunificazione, riconoscendo alle donne lo status di migrante e non soltanto in dipendenza dei migranti maschi, cioè del marito o del padre.

Certo l’immigrato non può solo avere pretese nella società di arrivo, bensì offrirvi anche il suo contributo. Difatti per lui è doveroso rispettare l’identità e le leggi del Paese di destino, impegnarsi per una giusta integrazione (non assimilazione) in esso e impararne la lingua. Occorre avere stima e rispetto per il Paese ospitante, fino a giungere ad amarlo e difenderlo (cfr. l’Istruzione Erga migrantes caritas ChristiEMCC– , 77, documento fondamentale per la pastorale dei migranti). La società, infatti, è anche frutto delle mutue relazioni esistenti tra i suoi componenti, e dunque anche tra immigranti e autoctoni, dipendenti della loro capacità di dialogare per giungere al reciproco arricchimento creando così una società “nuova” per tutti. Va comunque detto che “l’apertura alle diverse identità culturali però non significa accettarle tutte indiscriminatamente, ma rispettarle   perché inerenti alle persone   ed eventualmente apprezzarle nella loro diversità … La pluralità è ricchezza e il dialogo è già realizzazione, anche se imperfetta e in continua evoluzione, di quell’unità definitiva a cui l’umanità aspira ed è chiamata” (EMCC, 30).Certamente la parola dialogo è diventata una delle accezioni maggiormente soggette a usura, a inflazione: qualcuno la confonde addirittura con una semplice conversazione. Dialogo è invece, soprattutto, confronto, interazione, capacità di ascoltare e di entrare nella visione dell’altro, disponibilità ad accoglierlo, senza semplicismi e superficialità e senza perdere la propria identità (cfr. Agostino Marchetto, “Religion, Migration and National Identity” in People on the Move, 109, pp. 29-35). Il dialogo poi non si riduce a cosa intellettuale, ma soprattutto deve coinvolgere la vita vissuta, e va espresso magari con un semplice gesto di rispetto, di saluto, di solidarietà, di fraternità. Il vero incontro, infatti, non avviene tra culture astrattamente considerate, ma tra persone concrete, che pure hanno la loro cultura e la loro religione: parte cioè dal vissuto delle persone stesse, dalla loro esperienza quotidiana in famiglia, sul lavoro, nella scuola. In questo modo è possibile colmare quel deficit di cittadinanza e di coscienza mondiale, di “responsabilità collettiva”, che è alla base, oggi, di alcuni movimenti di violenza considerata come unica soluzione di inveterati problemi.

Con il dialogo anche la tolleranza è un’altra parola un po’ erosa dall’uso, ma ancora molto importante. Per esempio si sta diffondendo oggi, di fatto, l’immagine dell’Islam come “monolito intollerante”, religione di conquista, mentre la maggioranza dei musulmani si sente e si proclama tollerante. E’ questa contrapposizione che rischia di compromettere gli sforzi di dialogo e provoca una reazione che può diventare esplosiva. Da una parte si lascia spazio quasi al razzismo, dall’altra si spinge al ripiegamento su se stessi. Entrambe le religioni, quella cristiana e quella musulmana, hanno invece alla loro base una tradizione di ospitalità e di accoglienza, “mutatis mutandis“. Ricordo qui che molti aspetti del rapporto tra cristiani e musulmani sono stati trattati nell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti del 2006, sul tema: “Migrazione e itineranza da e per i Paesi a maggioranza islamica” (cfr. “Atti” in People on the Move, 101 Suppl.).

Giovanni Paolo II invitava i cristiani “a passare dalla mera tolleranza verso gli altri al rispetto autentico delle loro diversità”, aiutati dall'”autentico amore evangelico” (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2003). Anzi, egli sottolineava “la necessità del dialogo fra uomini di culture diverse in un contesto di pluralismo che vada oltre la semplice tolleranza e giunga alla simpatia” (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005). La simpatia! Certo realista, e con gli occhi aperti sul concreto. Giovanni Paolo II metteva in guardia ancora contro “una semplice giustapposizione di gruppi di migranti e di autoctoni” che può tendere ad una “reciproca chiusura delle culture, oppure all’instaurazione tra esse di semplici relazioni di esteriorità o di tolleranza”, quando “si dovrebbe invece promuovere una fecondazione reciproca delle culture” (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005). Qui è sottinteso, capite, tutto il discorso che distingue multiculturalismo e intercultura.

A proposito del dialogo e della tolleranza, Giovanni Paolo II affermò che “Lo stile e la cultura del dialogo sono particolarmente significativi rispetto alla complessa problematica delle migrazioni. L’esodo di grandi masse da una regione all’altra del pianeta, che costituisce sovente una drammatica odissea umana per quanti vi sono coinvolti, ha come conseguenza la mescolanza di tradizioni e di usi differenti, con ripercussioni notevoli nei vari Paesi di origine e in quelli di arrivo. L’accoglienza riservata ai migranti da parte dei Paesi che li ricevono e la loro capacità di integrarsi nel nuovo ambiente umano rappresentano altrettanti metri di valutazione della qualità del dialogo tra le differenti culture” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2001).

Dove lo straniero diventa ospite e viene accolto, si smonta, infatti, gradualmente la possibilità di vedere l’altro come un nemico. L’ospitalità come fratellanza, invece, è concetto purtroppo trascurato dal lessico politico contemporaneo – ma la cosa non è solo di oggi – , che tende a privilegiare piuttosto l’uguaglianza e la libertà, le quali possono anche poggiare su un fondamento individualistico, libertario.

Comunque accogliere lo straniero, per il vero cristiano, significa accogliere Dio stesso. Insistendo con la categoria della ospitalità, i testi biblici, in effetti, dell’Antico e del Nuovo Testamento, pongono le basi per la costruzione di una fratellanza universale. Un’ampia trattazione su tali testi si trova nell’EMCC, 12-18.

Anche il mondo islamico ha una tradizione di ospitalità che si manifesta nel Corano: in particolare nel mondo della medina, la città “illuminata”, che nasce pluralista e porta agli altri. La tradizione all’apertura è quindi alla base pure della religione islamica, che però conosce oggi frange, anche assai consistenti purtroppo, estremiste e violente. Il compito dei musulmani, a nostro parere, è quello di individuare nuovi processi educativi, capaci di arginare questi estremismi, di isolarli e far prevalere il dialogo vero, autentico, rispettoso della reciprocità (v. People on the Move, 101 Suppl., pp. 45-47). 

L’11 Settembre è stato però sicuramente uno spartiacque, una “rivelazione”, che ha evidenziato grandi contraddizioni nel ruolo delle religioni nella costruzione della pace. Questa “rivelazione” comporta la necessità di un salto di qualità nell’incontro interreligioso: siamo tutti invitati ad ascoltare e a metterci in gioco per l’altro (v. EMCC, 34-43; 59-69, dove per la prima volta nei documenti ecclesiali sulla pastorale migratoria troviamo una categorizzazione dei migranti dal punto di vista religioso).

Se è vero che il tema dello scontro passa anche all’interno di ogni singola comunità, è altrettanto vero che vi sono molte persone che questo scontro non vogliono, che praticano la convivenza, che si riconoscono nei valori della persona, della pace, dei diritti umani, della coesistenza, della pluralità. Chi dunque vi si trova è chiamato a lavorare insieme e a testimoniare concretamente la sua opposizione legittima a ogni forma di violenza, fatte le debite distinzioni.

Qualcuno ha chiamato questa disponibilità la “riscoperta della piazza”, piazza intesa non come imposizione all’altro – e penso ad alcune manifestazioni recenti sulle maggiori piazze italiane – ma punto d’incontro, di scambio di idee, luogo di composizione di una vera democrazia, in cui tutti godano piena cittadinanza e in cui tutti possano far sentire la propria voce, con rispetto di quelle altrui. Papa Giovanni parlava poi della fontana della piazza del villaggio, che per noi è la Rivelazione di Dio.

Desidero terminare con la seguente osservazione: la ricerca di un equilibrio soddisfacente tra un codice comune di convivenza e l’istanza della molteplicità culturale pone problemi delicati e di non facile soluzione. Non dobbiamo nasconderci che le domande identitarie incutono sempre paura in coloro ai quali esse vengono rivolte. Talora, queste paure prendono la via dell’annientamento o della negazione dell’identità dell’altro, volendola magari assimilare alla cultura dominante; tal altra, la paura conduce all’adozione di pratiche meramente assistenziali, che umiliano coloro che ne beneficiano perché feriscono la stima che essi hanno di sé. Eppure, come ci ricorda Giovanni Paolo II nel già citato Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2001, “il dialogo tra le culture… emerge come un’esigenza intrinseca alla natura stessa dell’uomo e della cultura” (n. 10). Il compito da assolvere è allora quello di gettare sul tavolo del dibattito la proposta di una via capace di scongiurare Scilla e Cariddi, cioè l’imperialismo culturale, che porta all’assimilazione delle culture diverse rispetto a quella dominante, e il relativismo culturale, che conduce ad una balcanizzazione della società.

Il modello di integrazione interculturale, di cui ho detto brevissimamente, è fondato sul riconoscimento della scintilla di verità presente in ogni visione del mondo (cfr. EMCC, 96), una visione che consente di mettere assieme il principio di eguaglianza culturale (che è declinato sui diritti universali, sulla dignità di ogni persona) con il principio di differenza culturale (che si applica ai modi di sua traduzione nella prassi giuridica di quei diritti). L’approccio del riconoscimento veritativo, non ha altra condizione se non la “ragionevolezza civica” di cui parla W. Galston: tutti coloro che chiedono di partecipare al progetto interculturale devono poter fornire ragioni per le loro richieste politiche; nessuno è autorizzato a limitarsi ad affermare ciò che preferisce o, peggio, a fare minacce. Non solo, ma queste ragioni devono avere carattere pubblico – in ciò sta la “civicità” -, nel senso che devono essere giustificate mediante termini che le persone di differente fede o cultura possono comprendere e accogliere come ragionevoli, e dunque tollerare, anche se non pienamente rispettabili o condivisibili (cfr. Scorza, Jason A., “Facing Up to Civic Pluralism: A Friendly Critique of Galston” in Theory and Research in Education, Vol. 4, N. 3 – 2006 – , pp. 291-311). Solo così – penso – le differenze identitarie possono essere sottratte al conflitto e alla regressione. Del resto il grande impegno, anche in Italia, oltre la sicurezza è, dovrebbe essere, l’accoglienza, l’integrazione. A questo riguardo si veda la mia intervista a Jesus (giugno 2009) in cui affermavo che lo zelo del Governo italiano per la sicurezza è degno di miglior causa. Mi riferivo, appunto, all’impegno per l’integrazione, che non si oppone certo alla sicurezza, ma ne è pure espressione.

Desidero lasciarvi con un’immagine del profeta Isaia, cara a Giovanni Paolo II, quella delle “sentinelle del mattino” (cfr. Is 21,11-12). “Come sentinelle – scriveva il Papa – i cristiani devono anzitutto ascoltare il grido di aiuto proveniente da tanti migranti e rifugiati, ma devono poi promuovere, con attivo impegno, prospettive di speranza, che preludano all’alba di una società più aperta e solidale” (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005).

Grazie!

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