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Il viaggio del Papa in America Latina può rivalutare la radice indigena del Continente

Il primo viaggio di Francesco nel Sudamerica ispanico è anche un’occasione per rivalutare le identità indigene e riconciliare con la storia le passate tensioni tra autoctoni e conquistadores

Nel prossimo viaggio del Papa nell’America Latina, suo luogo di origine, Francesco è atteso dalle grandi folle festanti dei suoi concittadini della “Patria grande”.

In Ecuador e soprattutto in Bolivia predomina nella popolazione la radice indigena, mentre in Paraguay, tappa finale del suo nono viaggio apostolico, è più presente – come nella sua confinante Argentina – l’origine europea.

Questo particolare rivela una attenta considerazione della vicenda storica dell’America Latina e riflette anche l’esistenza di un problema che negli anni scorsi si è posto all’attenzione della Chiesa.

Al culmine di quel grande processo storico che gli abitanti del Continente chiamano della “Seconda Indipendenza”, c’è stato il superamento delle dittature che in alcuni Paesi ha visto giungere al potere dei Presidenti della sinistra radicale.

Il Venezuela di Chavez, l’Ecuador di Correa, il Perù di Ollanta Humala, la Bolivia di Morales, il Paraguay di Lugo sono tutte nazioni – con la parziale eccezione del Venezuela – dove la maggioranza della popolazione è di origine indoamericana.

Coincidendo le differenze di classe con le divisioni etniche, questa radicalizzazione dell’orientamento di alcuni Governi trova certamente una spiegazione.

Altro fenomeno, che non è soltanto frutto dell’esasperazione della dialettica politica, è la rivalutazione delle religioni native che sono sopravvissute alla cristianizzazione portata dalla conquista spagnola.

In questa dinamica ha purtroppo influito un atteggiamento polemico verso la Chiesa Cattolica, che forse indebitamente, viene accusata di essere stata  “instrumentum regni” del dominio coloniale e, più tardi, sostegno di regimi dittatoriali.

Papa Francesco, che come religioso prima e come Vescovo poi ha protetto i perseguitati dalla repressione militare, ha le carte in regola per non essere coinvolto personalmente in questa critica.

Bergoglio è però ben conscio che il problema va oltre la propria figura, e che non basta per risolverlo il prestigio e l’influenza che con la sua elezione al Soglio di Pietro egli ha fatto improvvisamente guadagnare al Continente di cui è originario.

Il vero problema, di enorme complessità, riguarda la stessa definizione dell’identità latinoamericana.

Visitare Paesi in prevalenza “criollos”, cioè abitati da discendenti di Europei, ed altri in prevalenza “indios”, cioè di radice indigena, rivela già di per sé un’idea, quella di unità del Continente, che deriva dall’insegnamento di Simon Bolivar.

Se però si vuole fare uscire questa idea da una dimensione meramente retorica, è necessario rendere giustizia agli “Indios” per un duplice debito morale.

Il primo consiste nel modo violento con cui l’identità latinoamericana si è formata.

Parlando dell’incontro tra gli uomini provenienti dall’Europa e le donne indigene, il poeta dice “y entre blancas paredes juntaron las sangres”: questa conoscenza carnale si consumò però quasi sempre come uno stupro.

Il secondo debito si origina dal fatto che gli indoamericani adottarono immediatamente la lingua dei conquistatori, pur facendo di essa il mezzo per esprimere sia la loro identità originaria, sia quella nuova propria del Continente: la cui cultura si definisce non a caso “mestiza”, cioè frutto di un meticciato, di una commistione.

Il primo scrittore che descrisse la conquista nella lingua di chi l’aveva compiuta, ma dal punto di vista di chi l’aveva subita, fu Garcilaso de la Vega, detto “El Inca” perché componente della casa regnante dell’Impero Andino.

Si può dire che senza l’apporto dell’elemento indigeno la cultura latinoamericana sarebbe una estensione, una propaggine della cultura europea, e la stessa identità nazionale e spirituale del Continente non esisterebbe.

Nella lotta per l’Indipendenza, che in Messico assunse le caratteristiche di una rivolta sociale dell’elemento indigeno, vide uniti i “criollos” e gli “indios” in una fraternità ed in una condivisione di intenti e di ideali che avrebbe dovuto costituire la base della loro successiva convivenza nelle nuove repubbliche.

I loro governanti non si rivelarono però all’altezza di quella esperienza storica e non favorirono l’emancipazione delle popolazioni indigene, né riconobbero dignità accademica alla cultura autoctona, in particolare alla sua espressione linguistica a causa di un certo senso di inferiorità verso il Vecchio Continente dal quale discendevano.

Pochi Presidenti, nella storia delle repubbliche indipendenti, furono di origine indigena, ma quei pochi risultarono tra i più grandi: valga per tutti l’esempio di Benito Juarez che difese la sovranità del Messico contro Massimiliano d’Asburgo.

L’eredità storica della matrice indigena sopravvisse soltanto nel richiamo retorico, quali antesignani dell’Indipendenza, a coloro che avevano resistito al dominio spagnolo: Cuahutemoc in Messico, Lempira in Honduras, Nicarao in Nicaragua, Tupac Amaru in Perù e in Ecuador, Lautaro in Cile.

Oggi, data la partecipazione degli indigeni alle lotte che hanno portato alla instaurazione della democrazia rappresentativa, la loro condizione sta finalmente progredendo: le lingue indigene sono equiparate allo spagnolo nell’uso ufficiale e sono introdotte nell’insegnamento.

Si rivaluta l’istituto dello “ejido”, essendo percepita dalle popolazioni autoctone la proprietà collettiva della terra come condizione propizia non soltanto alla solidarietà, ma anche all’incremento della produzione.

Lo “ejido”, che fu restaurato dal Vice Re spagnolo Monterrey nel 1598,  quando si rese conto che solo così sarebbe migliorata la condizione degli indigeni, facendo aumentare anche le entrate fiscali per la madrepatria, non sempre trovò – dopo l’Indipendenza – estimatori altrettanto illuminati tra i nuovi governanti.

Rimane però, per il Papa, il problema costituito dalla rivalutazione dei culti precristiani.

Qui la presenza e l’insegnamento di un Papa radicato nella cosiddetta “Teologia del Popolo” si rivela provvidenziale.

Questa corrente di pensiero è frutto dell’elaborazione compiuta da un gruppo di studiosi accomunati da due caratteristiche: sono specialisti in antropologia ed appartengono – come Bergoglio – sia all’America Latina, sia alla Compagnia di Gesù.

Secondo questi teologi, è il popolo a custodire, nella sua eredità culturale e nella sua spiritualità, il “Depositum Fidei”.

Qualcuno ha sollevato una accusa di sincretismo, ma è proprio la presenza di elementi derivati dai culti ancestrali nella religiosità degli indigeni latinoamericani ad offrire un punto di incontro tra la Chiesa Cattolica e chi vuole rivalutare le religioni precristiane.

La loro eredità si manifesta in particolare – come il Papa ha ricordato nella sua ultima Enciclica – nella venerazione e nel rispetto per la natura, considerata sacra in quanto creazione divina, mentre la cultura occidentale – come rileva Francesco – tende invece a considerarla come ostile, come un ostacolo allo sviluppo.

Sviluppo non è però equivalente di progresso.

Troppo a lungo l’eurocentrismo ha fatto credere che la nostra religione dovesse venire “inculturata” negli altri popoli, trascurando la loro capacità di comprendere e di accettare la Rivelazione senza per questo ritenere inferiore per l’appunto la loro cultura alla nostra.

Ora il Papa, un “criollo” puro, senza una goccia di sangue indoamericano, ma partecipe in quanto uomo di cultura e di religione della spiritualità meticcia del Continente, visita i suoi concittadini indigeni, rendendo loro giustizia: tutti noi possiamo imparare molto da loro.

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