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Il valore di comunicazione della poesia

Le radici nuove ed antiche della parola-rivelazione che si materializzano nel verso

La poesia è un lievito nascosto nella realtà di ogni giorno, che non sempre siamo in grado di cogliere. A volte esplode inaspettatamente, e a volte si nasconde nei luoghi, nei paesaggi, o in certi momenti; molto spesso è negli atti o nelle parole di chi ci sta parlando.

È il sentimento che traspare, che chiede di essere espresso e ricordato. È il palpito stesso della vita, il mistero della bellezza che continua ad affascinarci se non ci lasciamo sopraffare dalla banalità del quotidiano.

Astuta trasformista della parola, la poesia ci suggerisce, tra il tormento e la lacerazione provocati dallo scontro spirituale con il materiale, che niente va mai perduto: né traccia né impronta né segno alcuno.

La poesia congiunge l’individuale all’universale e, forse, è un grido d’amore generalizzato per la vita. La poesia conosce già a priori la propria eternità.

C’è un fuoco dentro di noi che ci consuma e brucia, mentre la nostra anima attende ansiosa l’unico istante da strappare con prontezza alla mente: “l’istante prezioso dell’entusiasmo – lo definiva Paul Valéry – che bisogna subito fissare prima che la mente lo riprenda, lo dissolva e lo rifonda in combinazioni infinite”.

Credo che la prima condizione della poesia sia la libertà: la poesia si alimenta della libertà per inventare un suo sovrano ordine “innaturale”, per descrivere immagini distaccate dal consueto reale, per eccitare la fantasia come di fronte a un oggetto rappresentato per la prima volta.

Spesso la poesia viene giudicata inutile, sembra che non serva a nulla, non ha compiti né funzioni, è la più aerea fra le arti, la più inconsistente… Eppure essa ci aiuta a dire la verità sulle cose, a dettarci frammenti di verità del nostro vivere, ci insegna a contemplare, a ricordare, a rispettare il proprio e l’altrui destino; attraverso la parola-rivelazione che si materializza nel verso, prende la consistenza di un valore tutt’altro che effimero e sostiene l’artista nella sua avventura.

Nel ritmo, nella configurazione grafica della scrittura, nell’intermittenza di visioni folgoranti che alterano il comune fluire del discorso, la poesia descrive in sé la più affascinante fisionomia dell’arte letteraria; si serve di suoni e fonemi rendendoli inevitabili e irresistibili, sbaragliando significato e significante…

La poesia non invecchia, e sfida il linguaggio che si modifica da una generazione all’altra. Né la lontananza dall’attuale frappone opacità al contatto con la poesia di ogni epoca, che ci sorprende sempre traboccando di emozioni sospese tra i due poli della maestria e del sentimento, zampillante dai più eterogenei registri espressivi.

Il Novecento, in Italia, affonda le radici nel Verismo (che ebbe in Luigi Capuana e Giovanni Verga i due maggiori esponenti) e nella Scapigliatura, che estenuò il Romanticismo e si ribellò a qualsiasi freno. Tragicamente perirono i suoi esponenti: Giovanni Camerana e Giulio Pinchetti si suicidarono; Emilio Praga fu consumato dalla dissolutezza; il pittore Tranquillo Cremona morì intossicato dai colori.

È del 1909 il primo manifesto del Futurismo, che apparve su “Le Figaro”. Il Futurismo fu una corrente rivoluzionaria che, di fronte alla decadenza della morale e degli ideali alla quale inevitabilmente si accompagna quella della letteratura, diede vita ad una poesia svuotata di contenuto, staccata dalla vita, bizzarra ed astratta.

Proclamata la morte della sintassi, i nuovi ideali del Futurismo, furono il caos, l’irrazionalità, la lotta, secondo la formula “elettrica” della velocità e della macchina. Si ebbe pertanto l’esasperazione delle parole in libertà (o “paroliberismo”) che divenne fine a se stessa, e i segni grafici pretesero di essere poesia. Si instaurò, così, un conformismo dell’anticonformismo.

Nel 1913 Lionello Fiumi fondò l’Avanguardismo che intendeva porsi come una possibile terza via fra la tradizione ottocentesca e il Futurismo. Questi tentativi sfociarono nel più importante movimento letterario fra le due guerre: l’Ermetismo. A questo termine il grande critico Francesco Flora diede il suo autorevole sigillo. Nel 1914 l’uscita della raccolta poetica di Camillo Sbarbaro intitolata Pianissimo rese mirabilmente il dramma psicologico dell’uomo alienato, dello sgomento senso di solitudine.

Le “poesie di guerra” di Giuseppe Ungaretti sintetizzano la teoria della parola magica, pura, “senza peso di storia”, depurata dalle origini, fuori di ogni compromesso sociale, isolata dalle possibili complicazioni della vita. La constatazione che l’uomo aveva perso la sicurezza che gli derivava dalla fede nel primato dell’intelligenza e dalla certezza d’essere il centro dell’universo.

La parola, quindi, diventa metafora lirica, oscurità espressiva che raggiunge il vertice in Eugenio Montale, il lirico della desolazione, il più diretto discendente di Sbarbaro, Onofri e Pascoli. Con Montale, l’Ermetismo tocca una barriera semantico-lessicale, condensando al limite la dualità suono-concetto in quel particolare, e a tratti poderoso, libro che è Ossi di seppia.

Un breve accenno ad altri poeti che furono definiti “ermetici” e cioè, Saba, Sinisgalli, Vigolo e Sereni, ci conduce a Salvatore Quasimodo, il grande esule con la sua pena.

Si giunge così, procedendo nel tempo, ad Alfonso Gatto, alla sua esasperazione della sensibilità, e si giunge anche al desiderio ossessivo di perfezione di Mario Luzi: il grande poeta cattolico fiorentino che sente la vita in tutta la sua precarietà, che patisce la distanza tra l’umano e il divino. Una poesia che lascia nell’animo del lettore un barlume di speranza, che lo sollecita a vivere e a misurarsi nella ricerca dell’assoluto.

Un grosso problema attanaglia i critici che si occupano di Cesare Pavese. Le sue opere, da Lavorare stanca a Il mestiere di vivere, mostrano una stridente sfasatura tra il poeta e l’intellettuale di sinistra. Il mancato aggancio tra sé e il mondo fu la causa scatenante del suo suicidio.

Rimane indimenticabile la polemica di Elio Vittorini sul Politecnico, del quale lasciò la direzione nel 1947 in contrasto con Togliatti, rivendicando l’autonomia della cultura dall’ideologia di partito. Non da meno è Ignazio Silone, che incarna la crisi dell’intellettuale comunista, fino ad arrivare al distacco dalla politica.

Sulla scena letteraria post bellica avremo: Francesco Jovine con la sua partecipazione cosciente ai problemi del proletariato; Carlo Levi che presenta il Meridione come un’isola metafisica; Primo Levi con la sua difesa della dignità umana; Dino Buzzati e l’assurdo come realtà; Carlo Emilio Gadda e la deformazione linguistica del reale; il caso letterario de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa… e poi Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bassani, Italo Calvino, Goffredo Parise, Giovanni Arpino, Gianni Rodari, Giorgio Caproni, Maria Luisa Spaziani, Alda Merini e numerosi altri.

Questi brevissimi cenni letterari ripercorrono l’evoluzione del pensiero e l’avvicendarsi delle poetiche novecentesche. I cromosomi, le radici dalle quali si è sviluppato il germoglio della poesia dei nostri giorni.

Prima di concludere, desidero fare ameno un accenno alla letteratura al femminile. Le donne insignite del massimo riconoscimento mondiale per le lettere sono poche, e premiate sempre in momenti particolari.

Nel 1909 il Nobel fu attribuito a Selma Lagerloff, narratrice svedese; nel 1926 il Premio fu assegnato a Grazia Deledda in un momento in cui l’Europa “si preparava alla recrudescenza del totalitarismo di destra”; nel 1928 fu premiata la norvegese Sigrid Undeset e nel 1938 la cinese Pearl S. Buck.

Nel 1945 il Nobel andò alla cilena Gabriela Mistral per il suo canto d’amore e di pace. Si giunge al 1960, anno in cui viene premiata Nelly Sachs, sfuggita alle persecuzioni razziali. Il 1990 è l’anno di Nadine Gordimer per i suoi romanzi contro l’apartheid del Sud Africa, e tre anni dopo, nel 1993, viene premiata una voce nera: quella di Toni Morrison.

La scelta della donna scrittrice è sempre arrivata in momenti difficili della convivenza civile e con motivazioni sovente distanti da quelle squisitamente letterarie (azioni in favore del popolo, dei bambini, contro il razzismo o contro la dignità umana).

È mia convinzione che la poesia non può essere solo emozione, istinto, commozione, sensazione, sentimento, ma che debba anche esprimere un pensiero. Per questo è importante continuare a scrivere poesia in un mondo dominato dall’egoismo e dove il cinismo impera. Perché ciò che non possiamo vivere possiamo almeno sognarlo…

A chi sostiene che i poeti scrivono sempre le stesse cose, vorrei rispondere che il poeta è colui che dice in modo nuovo sentimenti antichi. Inoltre, essendo una credente, mi viene in soccorso il detto evangelico “Non di solo pane vive l’uomo”, e quello laico di Baudelaire: “Un giorno senza pane, ma non un giorno senza poesia”.

 

 

About Bianca Maria Simeoni

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