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Quatuor pour la fin du temps

ZENIT - SC

Il tempo e l’eternità: musica da un campo di concentramento

Nel 1941 il compositore francese Olivier Maessian, prigioniero nel lager di Görlitz, scrive il “Quatuor pour la fin du temps”, una musica visionaria ispirata dal Libro dell’Apocalisse

Se è vera l’affermazione di Jean–Jacques van Vlasselaer secondo cui «l’importanza di un’opera d’arte sta nella sua potenza di rigenerare la memoria, matrice dell’avvenire e del passato», associare una musica alla Giornata della Memoria può diventare un’esperienza che porta in sé una traccia dell’Infinito. Soprattutto se quella musica è il Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen, una delle pagine musicali del ‘900 legate in modo più intenso, visionario e mistico alla tragedia della Shoah.

Olivier Messiaen: un compositore francese, nato a Avignone nel 1908 e morto a Clichy nel 1992, docente di armonia e composizione al Conservatorio di Parigi, ma anche organista nella chiesa della Sainte-Trinité; e ornitologo, profondamente convinto che i più grandi musicisti della terra siano gli uccelli.

Quatuor pour la fin du temps: un quartetto per violino, clarinetto, violoncello e pianoforte scritto nel 1941, durante la seconda Guerra mondiale quando, arruolato nell’esercito francese, Messiaen venne catturato dai tedeschi e deportato nel campo di concentramento VIII-A a Görlitz, in Polonia.

«Era il 15 gennaio 1941, faceva un freddo atroce, il campo era sepolto dalla neve. Eravamo trentamila prigionieri di guerra, per la maggior parte francesi, con dei polacchi, dei belgi, e dei serbi. Poi arriveranno gli inglesi, i russi, gli italiani. Tutti lì rinchiusi, prigionieri, umiliati ogni giorno», raccontava Messiaen, che, partendo dall’immagine di «una figura amata (quella dell’Angelo che annuncia la fine del tempo)», compose un quartetto per i musicisti e gli strumenti che aveva «sottomano».

Musicisti non professionisti – gli sconosciuti Henri Akoka, Jean Le Boulaire, Étienne Pasquier – e strumenti sgangherati, come il violoncello con solo tre corde procurato dai nazisti o il vecchio pianoforte verticale che suonò lui stesso, i cui tasti, una volta abbassati, non si rialzavano.

Nell’atroce, disumana condizione del campo di concentramento, il sentimento religioso del compositore rimane incrollabile, così come incrollabile rimane la sua convinzione che la musica non cessa mai di «sfiorare Dio», permettendo alla speranza di vincere sull’afflizione. «Avevo bisogno di pensare alla musica, di farla, per sentirmi vivo» – scrive Messiaen – raccomandando a chi avrebbe eseguito, in futuro, il suo Quatuor di non temere «tutto ciò che rende un’interpretazione viva, sensibile».

La partitura è preceduta da un brano del Libro dell’Apocalisse, leggermente modificata dal compositore: «Poi vidi un Angelo potente che scendeva dal cielo avvolto da una nube; sopra il capo aveva l’iride, il suo volto era come il sole e le gambe come colonne di fuoco … pose il suo piede destro sul mare e il sinistro sulla terra … poi, l’Angelo che avevo visto in piedi sul mare e sulla terra alzò la mano destra verso il cielo e giurò per il Vivente nei secoli dei secoli … che non vi sarà più dilazione di tempo; ma nel giorno in cui si farà sentire la voce del settimo Angelo e quando egli suonerà la tromba, il Mistero di Dio sarà compiuto».

Ma l’intento di Messiaen non era quello di commentare l’Apocalisse, piuttosto di motivare il suo desiderio della «cessazione dei tempi», il cui equivalente musicale consiste nel distacco dalle regole ritmiche e metriche della musica occidentale tradizionale.
Liturgie de cristal, Vocalise, pour l’Ange qui annonce la fin du Temps, Abîme des Oiseaux, Intermède, Louange à l’Éternité de Jésus, Danse de la fureur, pour les sept trompettes, Fouillis d’arcs-en-ciel, pour l’Ange qui annonce la fin du Temps, Louange à l’Immortalité de Jésus sono gli otto movimenti del Quatuor, che alludono ai sei giorni della creazione, più il settimo di riposo e l’ultimo dell’eternità.

Ognuno di essi è introdotto da una breve dedica o da una ambientazione, in cui Messiaen osserva, come in una visione, il tempo e l’eternità, il viaggio dell’anima nel tempo – la vita – , l’Abisso degli uccelli, dove «l’Abisso è il tempo, con le sue tristezze, i suoi scoramenti. L’uccello è il contrario del Tempo; è il nostro desiderio di luce, di altezze, di arcobaleni, di canti gioiosi!».

Ma a tutta la partitura è sottesa la contemplazione di Gesù, Dio e Uomo, della sua eternità e della sua immortalità: perché Gesù è eternamente presente nell’anima di chi ha fede in lui; perché Gesù «resuscita immortale per comunicarci la sua via. Ed è tutto amore».

Il finale della musica di Messiaen riconduce, dunque, al Principio. A quel Verbo fatto carne che, per amore, ha cambiato la storia dell’umanità. Una storia troppo spesso insozzata da crimini orrendi. Una storia che, tra consonanze e dissonanze, tende a quel sole che non conosce tramonto.

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