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Foto: Riccardo Brunetti

Il teatro è più di uno spettacolo

Il prof. Riccardo Brunetti dell’Università Europea di Roma racconta la sua attività teatrale nei diversi contesti sociali: dal carcere ai centri per disabili

Il teatro non è solo evasione e spettacolo. Può essere strumento di rinascita, di riabilitazione e veicolo di dialogo in vari contesti sociali: dalle carceri alle scuole ai centri socio-sanitari. ZENIT ne ha parlato con il prof. Riccardo Brunetti dell’Università Europea di Roma.

Prof. Brunetti, lei insegna Psicologia all’Università Europea di Roma ed è anche un grande appassionato di teatro. Quali possono essere i punti in comune tra la Psicologia e l’attività teatrale?

La Psicologia e il Teatro si sono incrociati e reciprocamente molto influenzati nella storia recente. Gli psicologi si sono ispirati al teatro per teorie e tecniche terapeutiche, mentre il teatro ha spesso fatto leva sulle riflessioni psicologiche per lo sviluppo di specifici approcci alla creazione teatrale e alla recitazione. Anche all’Università Europea di Roma, i due mondi si sono toccati più volte. Oltre ad alcuni laboratori rivolti agli studenti, nell’ultimo periodo offriamo dei corsi post-laurea che affrontano il campo del Teatro Sociale. L’applicazione del teatro nei diversi contesti sociali richiede una doppia competenza: artistica da una parte ma anche sociale e psicologica dall’altra. Gli interventi in situazioni di disagio sociale o psichico richiedono competenze che vanno al di là delle singole appartenenze. Portare il teatro in un centro per disabili o nel carcere non è semplicemente un’operazione ricreativa.

Può parlarci del valore dell’esperienza del teatro sociale in carcere? Quali sono i suoi obiettivi e quali risultati ha dato finora?

Anche in Italia l’esperienza del teatro in carcere ha ormai dimostrato ampiamente la sua efficacia. Alcune delle esperienze nelle carceri (penso a Punzo, Cavalli, Czertok ad esempio) hanno mostrato che è possibile usare il teatro per raggiungere risultati prima inaspettati nella delicata condizione della reclusione. Gli scopi delle attività teatrali in questi casi si articolano ovviamente con gli scopi del reinserimento sociale, ma spesso hanno un effetto non solo sui detenuti ma sulla cittadinanza, sull’opinione pubblica cambiando la visione stereotipata che spesso la società ha del detenuto, così come del disabile o del folle. Inoltre, il teatro qui produce benefici evidenti per i detenuti e per l’intera società, per citare alcuni tra i dati più rilevanti: i casi di recidiva diminuiscono notevolmente quando i detenuti partecipano a laboratori di teatro in carcere; oppure nei casi in cui il teatro prepara e accompagna il reinserimento del detenuto nella società e nel lavoro una volta fuori (i laboratori teatrali esterni con ex-detenuti, sono sempre più numerosi).

Ma il teatro non trova la sua applicazione sociale solamente in carcere. All’interno della scuola, sempre di più i laboratori teatrali si affiancano alle attività curriculari, con effetti sull’intelligenza emotiva e relazionale; certo, non sempre l’educazione artistica è condotta da esperti, ed è per questo che stiamo promuovendo occasioni formative che coniugano il sapere teatrale con gli altri saperi (pedagogico, psicologico). Nel centri dedicati all’assistenza alla persona, in casi di disabilità fisica o psichica, lo strumento teatrale porta potenzialità terapeutiche, riabilitative. Infine le numerosissime esperienze nel campo dell’intercultura, sia in Italia che all’estero, mostrano come lo strumento teatrale sia un veicolo di scambio, di reciproca conoscenza e di adattamento tra culture diverse. Nel caso dell’immigrazione, ad esempio, il teatro può accompagnare e lenire lo shock culturale che spesso deve affrontare chi si trova costretto all’adattamento ad un nuovo ambiente culturale.

Quindi, secondo lei, il teatro è molto più di uno spettacolo?

Gli ultimi cento anni hanno sviluppato le esperienze teatrali nella direzione di un laboratorio per la persona e per i gruppi. Il teatro è ormai uno spazio di sviluppo non necessariamente orientato allo spettacolo, ma strumento prezioso per la conoscenza di sé e degli altri.

Qual è il futuro del teatro sociale? In quali altri spazi potrà inserirsi, in futuro, per portare avanti la sua missione?

Il Teatro Sociale si sta muovendo ora sempre di più nel lavoro con la terza età o con pazienti cronici. Già le rare esperienze teatrali con persone anziane affette da malattie neurologiche (Parkinson o Alzheimer) mostrano risultati eccezionali. Così come con i bambini autistici. La speranza è che il valore di queste esperienze venga riconosciuto sempre di più nella sua complessità e quindi applicato ovunque possa dar voce a chi non ce l’ha. Di pari passo, il compito di noi accademici è assicurarci che la formazione in questo campo riesca a stare al passo con gli sviluppi di questo campo così articolato e complesso.

 

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