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Il sapore dell’acqua

L’editoriale dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace sulla Giornata mondiale dell’acqua, che oggi conclude il Decennio dell’Acqua per la vita, proclamato nel 2005 dalle Nazioni Unite

«Poco avvezzi alla sua privazione, gli uomini non sanno di qual prezzo sia un po’ d’acqua dolce».

Ne è passato di tempo da quando, agli inizi dell’Ottocento, lord Byron affidava ai suoi scritti la riflessione sul valore, non solo economico, del prezioso liquido. Due secoli dopo, poco o nulla sembra essere cambiato in termini di consapevolezza. Tanto che dal 1992 il 22 di marzo, per iniziativa dell’Onu, si celebra in tutto il mondo una giornata dedicata proprio all’acqua, con l’intento di educare al corretto rapporto con le risorse idriche, in una biosfera in cui l’acqua si prevede sempre meno disponibile per tutti gli esseri umani.

Nel mondo, già oggi circa 900 milioni di persone non hanno la sicurezza di un bicchiere di acqua potabile al giorno. Non appare, certo, casuale, allora, che anche il Pontificio Consiglio Iustitia et Pax, nel 2002, abbia visto nella necessità di garantire l’accesso all’acqua una priorità, riprendendo un’istanza di cui già la Gaudium et Spes aveva sottolineato l’importanza, esortando a guardare ad essa non solo come bene destinato a soddisfare un bisogno, per quanto primario. E che sia così lo ricorda quella tetrade aggettivale che san Francesco ha dedicato nel suo Cantico a “sor’acqua”: “Utile et humile et pretiosa et casta”. Si tratta, infatti, di una realtà veramente “utile et pretiosa”, principio della composizione organica e della stessa sopravvivenza dell’uomo, che presenta diversi profili di interesse sociale, politico e bioetico-ambientale (attendiamo un’enciclica di papa Francesco su tutto questo). Nella quotidianità essa viene vista come una benedizione, una fonte di vita, una minaccia o una necessità; niente la può sostituire. Per questo è venerata, usata come un’arma, maledetta quando ce n’è troppa o troppo poca. Anche sotto il profilo spirituale, ha un significato di rilievo: la parola majim, “acqua”, risuona oltre 580 volte nell’Antico Testamento, come l’equivalente greco hydor ritorna un’ottantina di volte nel Nuovo, ad indicare una costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento così prezioso, a partire dal pericoloso jam, il “mare”, o dal più domestico Giordano, il fiume del battesimo di Giovanni il Battezzatore, passando attraverso le piogge, le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, il diluvio, l’oceano. Per non parlare dei verbi legati all’acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere.

Così l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita, segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi, simbolo della sapienza divina effusa in Israele. Annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità, diventando l’emblema di Cristo – soprattutto nel rito battesimale – ed il segno della vita nuova, e per questa via si trasforma nel contenuto di un’etica della giustizia e della responsabilità: l’acqua della vita crea in ciascuno il cuore nuovo, capace di carità piena, di ascolto responsabile delle necessità del fratello, sino a ricondurre al centro focale dell’agire di un Dio che mira a costituire gli abitanti del pianeta come soggetti di co-responsabilità per gli esseri umani e per il creato donatoci, e dunque ad essere solidali, ad esempio, verso coloro i quali di acqua ne hanno ben poca, o a richiedere che l’acqua non diventi un bene suscettibile di commercio, per di più nelle mani di pochi.

Liscio e trasparente. Proprio come l’acqua. Quella di fonte, e quella dello spirito.

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