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“Il Risorto è reale, appartiene alla storia”

Anche il patriarca di Venezia, monsignor Moraglia, ricorda le vittime della strage in Kenya

Riportiamo di seguito il testo integrale dell’omelia tenuta da monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, in occasione della messa di Pasqua, nella basilica di San Marco.

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Carissimi fedeli, a tutti auguro una santa Pasqua.

Abbiamo appena ascoltato il racconto della risurrezione di Gesù secondo l’evangelista Marco (16, 1-7); lo stile della narrazione è essenziale e circostanziato.

Questa narrazione, infatti, non appartiene allo stile apologetico, ossia non mira alla difesa pregiudiziale di qualcosa. Qui l’evangelista delinea, piuttosto, una situazione che corrisponde a un fatto accaduto in modo imprevisto; Marco si limita a registrarlo e a trasmetterlo alla Chiesa.

Le donne al sepolcro sono, dapprima, sorprese, poi, spaventate; alla fine, fuggono.

Il testo non appare precostituito per rispondere a obiezioni. Non si tratta di testimonianze concordate o di fatti circa i quali ci si è accordati per difendere la testimonianza “principe” del cristianesimo, ossia la risurrezione di Gesù; niente di tutto ciò. Il racconto di Marco non è frutto di un’intesa previa.

Le donne si recano al sepolcro di loro iniziativa, vanno per onorare il corpo di Gesù e portare a temine la sepoltura sospesa la sera del giorno di Parasceve perché incominciavano a luccicare le prime stelle del sabato.

Le donne, come detto, appaiono sorprese e impreparate di fronte a ciò che vedono. E la conclusione del racconto – nel versetto successivo al Vangelo appena proclamato – esprime bene la loro confusione: “Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (Mc 16,8).

Non solo scappano quindi ma, inizialmente e per lo spavento, tacciono su quello che hanno visto al sepolcro.

Secondo la testimonianza di Marco è improponibile la tesi dell’allucinazione che sottintende una lettura pregiudiziale del testo e che ha in Ernest Renan – filosofo, filologo, storico delle religioni ma, soprattutto, noto esponente del positivismo ottocentesco – il suo grande sostenitore.

Il pensiero di Renan oggi non è più rilevante, rappresenta, infatti, un paradigma scientifico oramai superato; tale modo di pensare, tuttavia, continua a vivere in una mentalità che si autoproclama “scientifica”. Così, per certi versi, la mentalità positivista sopravvive anche se ormai siamo entrati nel post-moderno.

Era stato rapito il suo corpo? – s’interroga Renan –. Mancandoci documenti attendibili – risponde –, lo ignoreremo per sempre. Notiamo tuttavia che la forte immaginazione di Maria Maddalena ebbe in questa circostanza una parte capitale…. La passione di un’allucinata risuscita un Dio al mondo!” (E. Renan, Vita di Gesù, Feltrinelli, Milano 1972).

Dato che la risurrezione non può neanche entrare tra le ipotesi del metodo sperimentale/positivista, allora la risurrezione non potrà esser oggetto di riflessioni condividibili a livello ragionevole e umanamente sensato, per questo, si dovrà scartare a priori anche la sola ipotesi di interrogarsi sul sepolcro vuoto in modo libero, a 360 gradi, anche se tale domanda è fondamentale per la fede cristiana in modo in modo pregiudiziale, si dovrà cercare una risposta differente da quella della fede: «Davvero il Signore è risorto» (Lc 24,34).

Tale metodo, però, riporta indietro le lancette dell’orologio della storia. Il pensiero positivista, infatti, ha fatto il suo tempo e, insieme, ha causato non pochi danni allo stesso sapere scientifico e alla cultura in genere; oltre che velleitario, è stato dannoso voler “ridurre” la realtà ad una impossibile oggettività materiale.

Tale pretesa si è tradotta in affermazioni insieme ingenue e arroganti; siamo di fronte a un sapere scientifico falsato che oggi è ampiamente superato, come riconoscono gli stessi scienziati. Da tempo, la vera scienza ha preso le distanze dal positivismo.

Di fronte all’evento della risurrezione è impossibile applicare il metodo delle pure scienze fisico-sperimentali, soprattutto nella versione positivista. La risurrezione, infatti, è un evento che appartiene alla storia (pensiamo al sepolcro vuoto e alla comunità dei discepoli che annuncia il Risorto) ma, soprattutto, è evento che eccede la storia.

Il Risorto, quindi, è reale; è anzi il compiersi ultimo della realtà che, proprio nel Risorto, giunge alla sua pienezza. Esattamente per questo, la risurrezione non può esser assimilata agli altri eventi della storia e neppure a quelli della vita terrena di Gesù, compresa la Sua morte.

Dare ancora credito a un tale metodo – ad un tempo ingenuo e arrogante – vuol dire far retrocedere la cultura in genere e quella biblica e teologica in specie. Alla sfida positivista bisogna così rispondere con una “ragione allargata”, ossia capace di aprirsi alla totalità del reale.

Gesù risorto, infatti, non è frutto del comune modo di pensare; è, piuttosto, l’esito della potenza di Dio che supera ogni risorsa umana.

Ma ritorniamo alla domanda che si ponevano le donne all’inizio del Vangelo di oggi: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?» (Mc 16,3). Viene qui in mente la risposta di Gesù ai farisei che volevano zittire i discepoli: «… se questi taceranno, grideranno le pietre». Ecco il passo esatto: “…tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre»” (Lc 19,37-40).

Sì, al sepolcro, innanzitutto parlano le pietre. E, infatti, il primo – seppur parziale – annuncio della risurrezione è la pietra rotolata via. Poi, al sepolcro, parlano i lini e il sudario e il loro “ordine inusuale” che male si accompagna alla fretta di ladri preoccupati di fuggire. Infine, al sepolcro, parleranno le Scritture.

Ecco, in proposito, la testimonianza dell’evangelista Giovanni: “Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Gv 20,1-9).

Il cristiano vive la Pasqua innanzitutto col cuore e la esprime quindi con tutta la vita, una vita capace di condividere le ferite e le lacrime che segnano i corpi e le anime dei nostri fratelli. A Pasqua è proprio Gesù – nel suo vero corpo, martoriato nella passione – a risuscitare.

Ma, allo stesso tempo, la carità non riguarda solamente i corpi; il Vangelo ci chiede anche la carità spirituale. Esistono infatti pure le opere di carità spirituali, tra le quali vi è la carità intellettuale. Certamente l’uomo, per vivere, ha bisogno del pane ma proprio il Vangelo ci ricorda che l’uomo non vive di solo pane «ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).

Per vivere l’uomo ha, quindi, bisogno di trovare il senso della sua vita e Gesù risorto è il senso pieno e vero – oltre la morte – dell’uomo, di ogni uomo, di tutti gli uomini.

Il cristiano è così chiamato a condividere il cibo con l’affamato, il vestito con chi ne è privo, la casa con chi non ha un tetto sotto cui ripararsi ma, a partire dalla Pasqua, per il cristiano è essenziale condividere la gioia della fede e riscoprire il senso pieno della vita, sia nel tempo sia nell’eternità. E questo senso pieno è Gesù, risorto dai morti.

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco – quando parla di nuova evangelizzazione – così si esprime: “…l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto… Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa – conclude Papa Francesco citando il suo predecessore Benedetto XVI – non cresce per proselitismo ma «per attrazione»” (Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n.14)

Lasciamoci afferrare dal Signore risorto e incominciamo a vivere realmente la nostra vita di ogni giorno secondo la logica battesimale ed eucaristica.

Un ricordo di particolarissima stima e gratitudine va a quei cristiani che oggi, con la loro testimonianza, rendono viva la croce di Cristo; solo quest’anno sono circa quattromilacinquecento. Essi hanno testimoniato la loro fede in Gesù risorto, dando la vita. I centocinquanta studenti del collegio universitario Garissa in Kenya sono purtroppo solo cronologicamente gli ultimi; ad essi se ne aggiungeranno altri.

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