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Il riconoscimento pubblico di ogni concepito è segno di civiltà

L’iniziativa europea “Uno di noi” come atto di misericordia

La parola “misericordia” richiama immediatamente il perdono, il desiderio di dare affetto, serenità e consolazione, non evoca la condanna, il giudizio, una crescita di sofferenza e di angoscia.

Come, dunque, collocare in una cornice di misericordia l’annuncio della piena umanità del concepito, come chiamarlo figlio e bambino, essere umano e persona senza implicitamente causare un doloroso rimorso, una angoscia inesauribile in tante donne e famiglie? Tacere, annacquare, girare attorno per non ferire o non spargere sale su già esistenti ferite?

Il problema è che se non parliamo di lui, del concepito, come uno di noi crolla tutto l’edificio di una difesa razionale (cioè “laica”) della vita appena comparsa nell’esistenza. Tuttavia penso al gran numero di persone che hanno attraversato il dramma. In altri casi per lenire il dolore di una morte, si consiglia di farsene una ragione, se non – addirittura – di dimenticare, di non pensarci troppo: “il passato è passato. Pensiamo al futuro”.

Eppure a volte il passato viene evocato con il linguaggio più duro proprio perché il futuro sia diverso. Si pensi alle istituzionalizzate “giornate della memoria”. Ma la distruzione di embrioni umani non è un fatto che appartiene al passato: sta in mezzo a noi, è presente ovunque.

Inoltre ha caratteri specifici. Per liberare i prigionieri dai campi di sterminio nazisti e per impedire alla mafia di uccidere è legittimo ed è efficace l’uso della forza, ma per proteggere la vita di un piccolissimo umano nascosto nel seno di una donna ed a lei di fatto totalmente affidato non serve la guerra.

Bisogna invece ottenere la collaborazione della madre, del padre, della famiglia, della società tutta intera, cioè penetrare nella mente e nel cuore. In certa misura questo vale anche per gli embrioni generati in provetta, i quali hanno in comune con quelli nascosti nel seno materno la non visibilità di forme esteriori umane, sicché sono riconoscibili soltanto con gli occhi della mente.

La loro difesa sfugge facilmente alle azioni esterne alla coscienza delle persone nelle cui mani essi si trovano. Come individuare la sintesi tra verità e misericordia?

Non siamo circondati soltanto dal male. Continuamente abbiamo anche esperienza del coraggio delle madri e delle famiglie che, nelle condizioni delle più grandi difficoltà, accolgono i figli anche se imprevisti, anche se non voluti inizialmente, anche se malati, anche se la prospettiva è un cambiamento radicale di vita e di un supplemento di fatica e dolore.

Il coraggio non è follia, né ignoranza. Il coraggio ha bisogno di una motivazione forte ed insuperabile. È un figlio, è un essere umano, è uno di noi: “questa è la motivazione razionale”.

Dunque il riconoscimento del figlio come figlio è paragonabile al fermarsi al guardare e al riconoscere il prossimo del buon samaritano.

Ma perché non lasciare nel silenzio della individuale coscienza privata un tale atto? Perché un pubblico riconoscimento?

La coscienza individuale,le categorie del pensare, i moti del cuore sono collegati agli stimoli che vengono dalla società nel suo complesso. Nei Centri di Aiuto alla Vita viene fatta quotidianamente esperienza di un coraggio che accoglie perché risvegliato da una parola che riconosce e che si dimostra vera e credibile perché accompagnata dalla concreta condivisione delle difficoltà di una donna gestante. La parola salva la vita.

Ma quella pronunciata nel pieno dell’angoscia, sul piano inclinato e scivoloso che prepara l’interruzione della gravidanza,nel mezzo di un ambiente familiare,sociale, di lavoro,dell’informazione che proclama l’aborto come diritto,come libertà, quanto meno come soluzione,non è sempre facile incontrare la mente ed il cuore. Molto più importante è operare affinché le categorie del pensare e del sentire siano da prima orientate al riconoscimento del figlio e siano quindi idonee a sostenere il coraggio dell’accoglienza quando si è fuori e prima del dramma.

Perciò è un gesto di misericordia verso i concepiti e verso le loro madri la testimonianza di una cultura diffusa ed autorevole di esperti che facciano sentire la voce di chi non ha voce proclamando che “è vero”: l’embrione umano è uno di noi; “è giusto” affermarlo; “è doveroso” scriverlo nelle norme. Scienziati, medici, biologi possono salvare, senza saperlo, vite umane attestando che “è vero”.

Giuristi possono ottenere lo stesso effetto ed insieme recuperare la verità del fondamento giuridico (uguaglianza e dignità umana) attestando che “è giusto”. Anche i politici – più di tutti i presenti sui mezzi d’informazione – possono salvare vite umane. Il fine della politica è il bene comune, cioè il bene di tutti, dunque anche dei concepiti.

Questo è il senso profondo della seconda fase dell’iniziativa “uno di noi”, che consente di considerarla non estranea all’anno della misericordia.

La scienza moderna mostra la perfezione del cominciare ad esistere, ci consente di vedere “la meraviglia delle meraviglie”, di assistere al miracolo della creazione in atto. Testimoniarlo è amore per l’uomo. Per il cristiano è carità e misericordia.

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