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Donald J. Trump (Pagina Facebook)

Il programma economico di Trump

La ripresa e lo sviluppo dell’econonia nazionale sono il primo obiettivo della nuova Amministrazione statunitense

Ora che il nuovo Presidente americano si prepara a sostituire il vecchio establishment, verifichiamo il suo programma  economico e cerchiamo di capire se (e quanto), ad un primo sguardo, esso sia concretamente realizzabile.  In premessa, sottolineiamo che con Trump i Repubblicani hanno la maggioranza in entrambi i rami del Congresso (Senato e House of Representatives), sicché il nuovo Presidente avrà più poteri di Obama.

In estrema sintesi, il nuovo Presidente propone investimenti nelle forze armate statunitensi che consentano di portare l’esercito ad una grandezza di almeno 540 mila soldati, di dotare la marina di almeno 350 navi, e l’aeronautica di 1.200 caccia. Alle spese sulla sicurezza si accompagnano ambizioni programmi d’investimento infrastrutturale per l’ammodernamento ed il potenziamento nei settori dei trasporti, dell’acqua potabile, della rete elettrica, delle telecomunicazioni e sull’utilizzo di acciaio americano.

E’ previsto, contemporaneamente, un pesante intervento sul sistema fiscale, con l’abbassamento delle aliquote e l’abolizione della tassa di successione, la riduzione delle tasse federali sulle imprese (dal 35 al 15%) ed un condono per un rientro dei capitali dall’estero. Il programma prevede, inoltre, la  diminuzione del debito pubblico e del deficit statale cresciuti a dismisura negli ultimi anni.

Come far quadrare i conti?  Nel programma si prevede l’abrogazione e la sostituzione dell’Obamacare con l’Health Savings Accounts e rispetto alla Clinton, nessuna pressione per la riduzione dei costi dei farmaci. Obamacare si è dimostrata oltremodo costosa e capace di effetti drammatici sul bilancio federale. Il suo superamento costituirebbe un toccasana per le casse pubbliche.

C’è poi la convinzione che la riduzione del carico fiscale, determinando un incremento del Pil,  sia capace di portare ad un maggiore beneficio per le casse pubbliche. Tra i provvedimenti anti-immigrazione c’è la contestata costruzione di un muro (a carico del Messico) per segnare il confine meridionale e l’espulsione di tutti e 11 milioni di immigrati irregolari, con l’eliminazione del diritto di cittadinanza per nascita.

Ciò dovrebbe, nei propositi degli estensori del programma, stimolare l’impiego di cittadini americani in luogo del lavoro degli emigranti.

In politica estera si prevede rinegoziazione dell’Accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), il ritiro dal Tpp, l’apertura di un contenzioso con la Cina alla World Trade Organization, con una politica di dazi capaci di dare forza all’industria domestica ora schiacciata, in particolare, dalla concorrenza cinese.

Nel programma presidenziale si prevede un maggior contributo a carico degli alleati della Nato per la difesa ed una decisa riduzione della politica d’intervento delle truppe americane all’estero  con l’eccezione, tuttavia, della guerra all’Isis.

Sul clima si prevede il potenziamento dello sfruttamento dei fonti fossili, quindi al petrolio, con l’obiettivo dell’indipendenza energetica del Paese, lo smantellamento dell’Epa (Environmental Protection Agency), che si occupa della tutela dell’ambiente e dello sviluppo delle energie rinnovabili.

Il programma prevede, conseguentemente, la creazione di 25 milioni di posti di lavoro in dieci anni attraverso una crescita annuale del Pil del 3,5-4%. Ciò significa una crescita occupazione dell’ 1,5 % per anno – che conti alla mano, ipotizzano uno  0,90% realizzabile dalla popolazione sopra i 16 anni, un 0,40% dalla maggiore partecipazione della forza lavoro e 0,20% dalla riduzione del tasso disoccupazione –  ed un incremento della produttività per addetto del 2%.

L’ipotesi di crescita del Pil ipotizzate dallo staff di Trump implica una sorprendente (quanto improbabile) inversione di tendenza di quanto sperimentato negli ultimi 15 anni.

I pochi punti fermi che possono a tutt’oggi essere confermati sono, almeno per il 2017, un miglioramento dell’economia, che verrebbe ulteriormente alimentata dal programma di Trump, indubbiamente pro-ciclico per l’economia domestica.

Parallelamente, una più moderata politica di rialzo dei tassi della FED ( Fed behind the curve) dovrebbe favorire l’ipotesi di un aumento dell’inflazione. Le politiche presidenziali a favore dei i principali settori in sofferenza (farmaceutici, l’energia, le infrastrutture e l’industria della difesa) e, la contemporanea politica di alleggerimento fiscale, dovrebbero spingere i listini americani, poco dipendenti dall’export, verso il rialzo.

Insomma, un quadro che, nonostante le evidenti criticità potrebbe stare in piedi e dare vigore sostanziale ad un Paese oggi destinato al declino.

I mercati, subito dopo l’elezione a sorpresa, si sono già mossi manifestando disagio per l’imminente incertezza con una forte flessione iniziale delle Borse asiatiche ed europee, dei Futures azionari ed obbligazionari a Wall Street, il calo del prezzo del petrolio, il deprezzamento del dollaro USA rispetto allo yen e all’euro, il crollo del peso messicano.

Per altro verso, si sono allargati anche gli spread delle obbligazioni dei Paesi Periferici dell’eurozona rispetto alle obbligazioni ritenute più sicure, come il Bund (lo spread BTP-Bund resta comunque basso, pari a 161 punti base).

L’oro, che la statistica dei mercati indica come il bene rifugio per eccellenza, si è invece apprezzato. Tuttavia, tali segnali possono essere solo il segno di un riposizionamento, atteso  che,  il principio cardine dei mercati è sempre, chiunque sia al comando,  …  “Business is business”!

Bene, a poche ore dall’elezione del nuovo Presidente americano, gli economisti europei dovranno essere in grado di cogliere in anticipo le mosse della nuova amministrazione, se non vorranno trovarsi impreparati e far ai cittadini europei i costi di un Paese che sembra deciso ad abbandonare il ruolo presenzialista giocato dalla fine dalla caduta del muro di Berlino ad oggi.

 

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