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Il “Principe” devoto della Madonna del Divino Amore

L’ex calciatore Giuseppe Giannini, storico capitano della Roma e perno della Nazionale italiana, parla della sua fede religiosa e della recente esperienza come tecnico del Libano

“E poi c’è chi non crede alle favole: un principe ha preso sotto braccio la sua Roma…”. Con queste parole, il 19 marzo 1996, un telecronista Rai commentò lo spettacolare gol che Giuseppe Giannini, storico capitano della Roma, mise a segno contro lo Slavia Praga in una emozionante, quanto alla fine sconfortante partita per la compagine romanista.

Giuseppe Giannini. Un Principe, appunto. Volto pulito e chioma d’angelo. Centrocampista di raffinata tecnica e di eleganza, perno della Nazionale italiana e bandiera della Roma per 15 anni. Un lungo lasso di tempo, che valse al Principe la cucitura addosso della maglia giallorossa come una seconda pelle e l’affetto imperituro dei suoi tifosi.

Tifosi che, con occhi inebriati di passione, sanno riconoscere al volo i calciatori destinati a lasciare un segno indelebile nei loro cuori da quelli che passano, come tanti, e finiscono nell’oblio. Non conta il numero di trofei alzati, ma la dedizione alla causa e l’identificazione con la maglia che si indossa.

Quella di Principe, in una città che ha avuto nella sua storia sette Re, un vasto e glorioso impero e una ridda di Papi sovrani, è un’investitura che si concede a pochi. Giuseppe Giannini, romano doc, originario del Quartiere Africano, fu investito di questo ruolo sin da giovanissimo. Pur di tener fede alla maglia della “sua” Roma, ha resistito alle lusinghe delle più prestigiose squadre italiane.

Un Principe, del resto, sa che l’onore assegnatogli dal suo ruolo non ha prezzo. E sa anche che ci sono alcuni significativi elementi, nella vita di un uomo, che ne condizionano le scelte. Vivere a due passi da un Santuario a cui si è devoti, per un cristiano, costituisce una grazia a cui non è facile rinunciare.

Il Santuario della Madonna del Divino Amore dista pochi chilometri da Frattocchie, la frazione in cui sin da bambino vive Giuseppe Giannini. Come tanti fedeli romani, anche lui ha un rapporto di particolare affezione con l’icona del XIV secolo che rappresenta la Madonna con Bambino, gli angeli e la colomba dello Spirito Santo.

E come per tanti romani, questo forte legame nasce in tenera età e cresce negli anni. Il Divino Amore per Giannini, confida lui stesso a ZENIT, “è il Santuario in cui andavo a pregare da bambino con i miei genitori, meta di pellegrinaggi a piedi. Rappresenta un luogo importante nella mia formazione umana, infatti è anche la chiesa in cui io e mia moglie abbiamo scelto di sposarci”.

Nella sala di ex voto lasciati alla Madonna dagli sportivi per aver ricevuto una grazia, non manca la maglia azzurra indossata da Giannini nel suo esordio in Nazionale, a 22 anni, in Malta-Italia del 6 dicembre 1986. Ottenuto questo traguardo sognato per tanti anni, forse il primo pensiero del Principe andò alla Vergine Maria e al Santuario del Divino Amore, “che ha sempre rappresentato per me un punto di riferimento”, sottolinea.

Ancora oggi, tra un impegno e l’altro, Giannini appena può si reca presso il Santuario per invocare ma soprattutto per ringraziare la Madonna. Mischiata tra tanti devoti, la sua e quella della sua famiglia è una presenza frequente, nonostante gli impegni come allenatore di calcio lo tengano spesso lontano da casa.

Negli ultimi due anni, ad esempio, ha allenato la Nazionale del Libano. Un’esperienza che definisce “interessante”. Proficua sotto l’aspetto sportivo (il Libano di mister Giannini ha sfiorato la qualificazione ai Mondiali del 2014 e ha ottenuto uno storico pareggio contro il Brasile in un’amichevole in Qatar), gli ha dato modo inoltre di conoscere alcune dinamiche sociali lontane dalla realtà italiana. Nel Paese dei Cedri lo sport, come altri ambiti, è pervaso dalla religione.

L’equa distribuzione delle cariche in base alla confessione, così come nelle Istituzioni, avviene anche nella federazione calcistica. E si avverte nondimeno nello spogliatoio della Nazionale. Giannini sottolinea che si erano creati vari gruppetti: “C’era quello degli sciiti, quello dei sunniti, e poi c’erano 2-3 ragazzi cristiani in squadra”, dice.

Il Principe ricorda un aneddoto avvenuto nello Yemen, durante un ritiro pre-partita. “Ricorreva una celebrazione religiosa islamica, così alcuni calciatori mi hanno chiesto di potersi recare in un tempio a pregare”, spiega. “Gli ho dato il permesso, pensando che la cosa non rappresentasse alcun problema”, continua. Tuttavia il giorno dopo, pubblicate su Facebook le foto dei calciatori libanesi in una moschea dello Yemen, si è scatenata una polemica che ha coinvolto anche i vertici politici dei due Paesi.

Dinamiche incomprensibili per chi, come Giannini, da calciatore ha vissuto la sua fede con discrezione ma senza doverla mai nascondere. “Ai tempi della Roma, frequentavo una struttura adibita a cappella sacra all’interno del centro sportivo di Trigoria”, spiega il Principe. Che ricorda: “Partecipavamo alla Messa quasi tutti insieme, come squadra, magari prima delle partite. Un’usanza cui prendevano parte anche i presidenti, sia Dino Viola sia Franco Sensi”.

La cappella, che prende il nome di Salus Populi Romani, è stata rinnovata in occasione del Giubileo del 2000, quando però la strada di Giannini si era già separata da quella della squadra a cui ha legato la carriera. Chissà se un giorno, il Principe potrà tornare a Messa in quella cappella rinnovata, magari di nuovo da dipendente della “sua” Roma. Sarebbe un’altra bella favola a cui credere.

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