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Il povero e sofferente, luogo privilegiato della presenza di Cristo

La meditazione del cardinale Kurt Koch durante la preghiera serale della Comunità di Sant’Egidio, il 17 luglio, a Santa Maria in Trastevere

“Nella via dei tuoi giudizi, Signore, noi speriamo in te […] Al mattino il mio spirito ti cerca, perché quando pronunzi i tuoi giudizi sulla terra, giustizia imparano gli abitanti del mondo“. Inizia con una citazione del profeta Isaia la meditazione del cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani, pronunciata il 17 luglio nella basilica di Santa Maria in Trastevere, durante la preghiera serale della Comunità di Sant’Egidio.

“Questa forte speranza riposta nel giudizio divino futuro potrebbe al primo ascolto suscitare in noi qualche irritazione”, osserva il porporato, commentando le parole del profeta. “L’immagine biblica del giudizio divino non fa parte oggi dei contenuti preferiti della nostra fede”, e “contrasta con la nostra idea – a volte un po’ scontata – di un Dio buono e misericordioso”.

Al di là della “censura del nostro pensiero”, però, c’è un motivo più profondo per cui Isaia dice che il suo spirito cerca al mattino il giudizio divino, ed è il fatto “che il giudizio di Dio ha a che fare con la giustizia e, pertanto, non abbassa l’uomo, ma lo innalza”, spiega il cardinale.

“Il fatto che Dio nel giudizio universale si rivolgerà di nuovo alla mia vita vissuta, mi promette che non gli sono mai indifferente”; pertanto “tutta la storia del mondo verrà valutata e giudicata da Dio, sarà considerata con massima serietà”. Dunque non è “grave” che vi sia un giudizio divino, rimarca Koch, anzi “sarebbe molto più grave se non vi fosse alcun giudizio divino”. In tal caso, infatti, “la storia del mondo sarebbe il tribunale del mondo”, “i vincitori trionferebbero per l’eternità sulle loro vittime” e “la giustizia non potrebbe mai affermarsi”.

In tal senso l’esistenza di un giudizio divino è “un bene a nostro vantaggio”, ribadisce il Capo Dicastero: “Non può esserci un giudizio più severo ed al tempo stesso più consolante del giudizio divino”. Inoltre, contrariamente a noi uomini, “il Dio buono e misericordioso non lascia facilmente che la grazia abbia la meglio sulla giustizia; piuttosto, egli è, con la sua grazia, nella giustizia”.

Il “segno distintivo inconfondibile” di ciò è il giudizio di Gesù Cristo, in cui “l’uomo povero e sofferente è innalzato a giudice e a giurato e soprattutto a primo e decisivo testimone del Vangelo”, sottolinea Koch. “Gesù – soggiunge – ci lascia intendere  che Egli è presente nel nostro mondo, celato in tutti coloro che soffrono, che sono poveri e abbandonati”. 

Per questo “l’uomo povero e sofferente è il luogo privilegiato della presenza del Cristo glorificato ed è la sua segreta ma molto reale epifania”. Non a caso il teologo cattolico Hans Urs von Balthasar parlava di un “sacramento del fratello”, il quale – diceva – “si somministra nella quotidianità, non dentro gli edifici ecclesiali. Nel colloquio con gli altri, non nell’omelia”.

“Affinché possiamo fare l’esperienza di questo sacramento del fratello e della sorella nella quotidianità – suggerisce allora Koch – è salutare e necessario, nella preghiera, porci sempre davanti al giudizio di Dio, invocare Gesù Cristo, il giudice dei vivi e dei morti, e usare come misura della nostra vita il futuro giudizio divino”.

“Se nella nostra quotidianità – conclude – ci esponiamo al giudizio futuro di Dio, se vediamo nel Giudice che verrà il criterio per misurare la nostra vita ed il nostro agire e se meditiamo ciò con consapevolezza nella nostra preghiera quotidiana, allora capiremo che il giudizio di Dio è un atto di grazia e la prova fondamentale del suo amore e della sua misericordia”.

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