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Il popolo cattolico che fece l’Italia

Convegno a Roma su“Il contributo dei cattolici all’Unità d’Italia”

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 30 maggio 2011 (ZENIT.org).- “C’è un rapporto inscindibile tra l’Unità d’Italia e storia del cattolicesimo” lo ha affermato monsignor Rino Fisichella, intervenendo a Roma il 26 maggio al convegno sul tema “Il contributo dei cattolici all’Unità d’Italia” organizzato dalla Fondazione Italia Protagonista e dall’Associazione Cuore Azzurro.

Ribaltando i luoghi comuni che indicano l’Unità d’Italia come una guerra contro il Vaticano, il Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione ha spiegato che “ne è passata di acqua sotto i ponti da quando un frate francescano fra Giacomo da Poirino venne sospeso a divinis con la colpa di essere andato al capezzale di Cavour e di averlo confessato in punto di morte”.

“C’è una complementarietà tra i cattolici e l’Unità d’Italia”, ha sottolineato il presule ed ha poi aggiunto: “È vero, il non expedit è un fatto storico, ma nella Chiesa c’erano anche gruppi che lavoravano per la riconciliazione, i cosiddetti ‘cattolici transigenti’”.

“D’altra parte – ha continuato monsignor Fisichella – sebbene dal punto di vista culturale prevalesse una tendenza anticattolica questa non si identificava con tutto l’agire politico del momento, come dimostra il carteggio tra Pio IX e Vittorio Emanuele II”.

Secondo il Presidente del Dicastero vaticano “la politica voleva trovare una soluzione perché c’era soprattutto la dimensione del popolo naturalmente cattolico che soffriva molto del contrasto tra Chiesa e Stato”. E “in questo contesto i cattolici andarono a trovare quegli ambiti, come l’educazione, per costruire un tessuto unitario”.

“Noi possiamo celebrare i centocinquant’anni – ha concluso monsignor Fisichella – perché c’è stato un processo dinamico alimentato dai cattolici, che l’ha posto in essere, molto prima del 1861”.

Facendo riferimento al libro da lei curato e pubblicato da Lindau, “I cattolici che hanno fatto l’Italia”, la professoressa Lucetta Scaraffia ha spiegato che “le indubbie violenze e prevaricazioni nei confronti dei cattolici anziché indebolire la Chiesa l’hanno purificata e anche fortemente modernizzata”.

La docente di Storia contemporanea de La Sapienza di Roma ha rivelato che “le banche cattoliche, gli ospedali, le scuole gestite dagli istituti religiosi, le società per Azioni, sono nate per far fronte alla legge Siccardi che aveva espropriato tutto quanto era in possesso delle congregazioni religiose”.

Con spirito di conciliazione il popolo cattolico insieme a molte congregazioni di vita attiva – soprattutto quelle di origine piemontese come i salesiani e le figlie di Maria Ausiliatrice, o le suore carcerarie della marchesa di Barolo – hanno realizzato una collaborazione fattiva con i governi che si sono susseguiti al potere nei primi decenni dell`Italia unita.

Secondo la Scaraffia “queste iniziative hanno avuto il merito di anticipare, la conquista dei diritti fondamentali della donna e dell’uomo in un periodo in cui la preoccupazione della società civile era quella di formare una coscienza ai propri cittadini”.

Così che “i religiosi si sono rivelati preziosi collaboratori di chi voleva fare gli italiani dopo che l’Unità della Penisola era stata raggiunta”.

Nel dibattito è intervenuto anche il senatore Maurizio Gasparri il quale ha detto che “senza la religione cattolica, l’Italia non sarebbe quello che oggi è”. Il presidente dei senatori della maggioranza ha spiegato che “la storia d’Italia non si limita ai 150 anni di Unità ma comprende anche i secoli del pensiero cattolico, le cattedrali, l’arte” ed è evidente che “il pensiero cattolico ha costituito una parte essenziale dell’identità italiana”.

Perchè “l’Italia ha avuto nel Risorgimento il suo riconoscimento di Stato nazionale, ma prima ancora si è espressa attraverso il cristianesimo”. A conferma dei profondi legami che esistono tra la Nazione, il popolo cattolico ed i Pontefici, Gasparri ha citato diverse parti della lettera che Papa Benedetto XVI ha inviato al Presidente della Repubblica in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Il senatore Stefano De Lillo ha ricordato le figure leggendarie di due eroi del Risorgimento: Antonio Rosmini e Silvio Pellico. Due personaggi tra i più famosi nell’Ottocento e che oggi invece sembrano un po’ dimenticati.

Di Pellico il senatore De Lillo ha ricordato la grandezza umana e culturale. I suoi libri più famosi “Le mie prigioni” e “I doveri degli italiani” sono stati tradotti in più di 269 lingue, e sono ancora le opere italiane più diffuse al mondo. Per il senatore De Lillo “l’eroismo e i valori espressi nella battaglia per la libertà e per il rispetto dei diritti umani di Pellico è paragonabile a quelli del Mahatma Ghandi per l’India e di Nelson Mandela per il Sudafrica”.

In termini concreti il senatore De Lillo ha proposto di far cantare la terza strofa dell’Inno D’Italia in ogni manifestazione sportiva e pubblica, perchè nelle parole “Uniamoci, amiamoci l’unione e l’amore, Rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natio. Uniti, per Dio, chi vincer ci può?” c’è racchiusa la vera identità e il destino degli italiani.

Inoltre, dopo aver letto la Preghiera all’Italia del beato Antonio Rosmini, il senatore De Lillo ha chiesto che le opere di Pellico e quelle di Rosmini vengano riprese dalle antologie in uso in tutte le classi scolastiche.

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