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Il Papa: mons. Paleari, un “luminoso testimone” dell’amore di Cristo

Il primo sacerdote discepolo del Cottolengo ad essere stato beatificato

ROMA, domenica, 18 settembre 2011 (ZENIT.org).- “Si dedicò ai poveri e ai malati nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, ma anche all’insegnamento, distinguendosi per la sua affabilità e pazienza. Rendiamo lode a Dio per questo luminoso testimone del suo amore!”. Così Benedetto XVI ha voluto ricordare questa domenica, al termine dell’Angelus, la figura di mons. Francesco Paleari (1863-1939), della Società dei Sacerdoti di San Giuseppe Cottolengo, proclamato Beato questo sabato a Torino.

Nel presiedere la celebrazione di beatificazione del presbitero cottolenghino, il Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha detto “si fece debole per i deboli, per guadagnare i deboli si fece tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno”; “fu straordinario nell’ordinario”.

“Passò gran parte della sua vita alla Piccola Casa – ha detto il porporato secondo quanto riportato da ‘L’Osservatore Romano’ — visitando gli ammalati e avvicinando i più ributtanti, che confortava con parole di consolazione. Inoltre, preparava i carcerati a fare la santa Pasqua e aiutava sacerdoti e laici che accorrevano numerosi a lui per consiglio e guida”.

Rivolgendosi a quanti operano nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, il Prefetto ha quindi aggiunto: “Voi siete la carezza materna di Gesù sui poveri di questo mondo, ai quali offrite sostegno, cura e dignità. Essi costituiscono i vostri tesori già qui in terra”.

“Continuate a riconoscere in loro il volto di Cristo – ha detto poi ai sacerdoti, alle suore e ai collaboratori laici del Cottolengo – e a trasfigurare il loro Calvario terreno di malati, di abbandonati, di emarginati in un Tabor di splendore umano e divino, in cui viene riconosciuta e onorata la loro dignità di figli di Dio, oltremodo prediletti, perché creature ferite e quindi grandemente bisognose di attenzione, di affetto, di comprensione, di amore. Voi non li lasciate soli e inermi, ma con l’aiuto dei vostri collaboratori e benefattori li accompagnate con amorevolezza materna a Gesù, che li accoglie a braccia aperte”.

“La vostra – ha proseguito – non è semplice filantropia o benevola compassione, è invece carità che vede nel malato e nel disabile non un ostacolo, ma un’opportunità per superare le barriere dei loro limiti, riaffermando in essi l’immagine stessa di Dio. La loro debolezza accresce la vostra forza, il vostro coraggio e la vostra fede nella Provvidenza divina. Con la vostra assistenza, voi donate ai malati e ai disabili di ogni specie un cuore nuovo, ripieno di gioia di vivere”.

“Voi non siete solo operai del Vangelo – ha quindi concluso –, ma anche benefattori di quella porzione dell’umanità, che sembra non trovar molto spazio nella nostra società attenta più alla forma esteriore del corpo che non alla bellezza interiore dell’anima. Alla disgrazia voi donate a larghe mani la consolazione della grazia”.

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