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Il Medioevo e lo sviluppo del mercato

Al Meeting di Rimini si discute di etica e profitto

di Antonio Gaspari

RIMINI, giovedì, 25 agosto 2011 (ZENIT.org).- “In un periodo di crisi come l’attuale è naturale chiedere agli storici quali scelte hanno effettuato i nostri antenati in situazioni simili. Capire cosa è accaduto nel Medioevo ci aiuta a trovare nuove idee e soluzioni”. Così Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione Sussidiarietà, ha presentato l’incontro “Il medioevo e la nascita del mercato” avvenuto al Meeting di Rimini, martedì 23 agosto.

Secondo il Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà è nel Medioevo delle cattedrali che si assiste ad un grande sviluppo del mercato.

“E’ cristiano – ha aggiunto Cittadini – uno che è laico, che è del mondo, bisticcia con gli amici, ma tutto questo lo fa nell’esperienza della fede totalmente cattolica”.

Nel corso dell’incontro è stato presentato il libro “Ragionare tra mercanti” (edizioni Pacini) scritto da Paolo Nanni, in cui sono state raccolte le lettere Francesco di Marco Datini, un grande mercante di Prato, nel Medioevo.

Il professor Paolo Nanni, direttore responsabile della Rivista di storia dell’Agricoltura, ricercatore presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze, ha spiegato che il mercato non fu solo un invenzione del Medioevo. Nel mondo romano infatti c’erano i ‘mercatores’ che commerciavano anche con luoghi lontani.

Esistevano mercati, fiere e mercanti anche nell’alto Medioevo, ma dal XIII secolo questa attività divenne importante soprattutto nelle città marinare e dell’Italia settentrionale. Per esercitare la mercatura si inventavano regole, monete, cambi, ragioneria, tecniche contabili e tutta una concezione giuridico-politica.

Una tale operosità produceva ricchezza e metteva in circolazione beni finanziari che sostenevano anche Pontefici e Re.

Nanni ha ricordato, per fare un esempio, che “le compagnie dei Barbi e Peruzzi vantavano crediti dal re d’Inghilterra per un milione e 365mila fiorini, una cifra gigantesca se commisurata alle entrate del comune di Firenze che era di 300mila Fiorini”.

C’erano trattati sulla mercatura come quello del fiorentino Francesco Calducci Pegolotti che tutti possedevano.

Gabriella Piccinni, professore ordinario di storia Medievale all’Università di Siena, ha spiegato che

erano intense le discussioni circa le cifre guadagnate. Si discuteva sul confine tra lecito e illecito, tra usura e prestito, e furono molti i mercanti medievali che destinarono parte delle loro ricchezze in elemosina, nei testamenti e in donazione agli ospedali.

Per la Piccinni si tratta di “un fantasioso meccanismo di redistribuzione sociale che li portava a farsi carico di malati, vedove sole e organi abbandonati”.

“La loro ricchezza – ha concluso la docente di Storia Medievale – ricadeva sulla città, e così superavano le contraddizioni che l’avvento dell’economia di mercato portava con sé”.

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