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Il lavoro è un dono per tutti

Le derive dell’arrivismo calpestano la dignità degli esseri umani

“Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre; dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione”.

Queste bellissime parole sono state pronunciate da papa Francesco in occasione della Festa di San Giuseppe Lavoratore, 1 maggio 2013, nell’Udienza Generale in Piazza San Pietro. Ci fanno comprendere il valore della dignità di ogni essere umano, che deve realizzarsi pienamente nella dimensione del lavoro quotidiano.

L’ingresso nel mondo del lavoro rappresenta un passaggio delicato nella vita dei giovani. È il momento in cui ci si sposta dalla dimensione dolce e ovattata della famiglia, della scuola e dell’università a quella più dura e traumatizzante della vita reale.

In questa fase di passaggio, il principale rischio per i ragazzi è quello di lasciarsi influenzare dai falsi miti imposti dai nostri tempi. Il più ingannevole è certamente quello del dio denaro: l’idea che il lavoro non sia altro che uno strumento per fare soldi a palate, pensando esclusivamente al profitto e dimenticando che esistono gli altri.

Alla base di questo comportamento ci sono due grandi tentazioni: l’arrivismo e il relativismo morale.

“Relativismo morale” significa credersi liberi di fare ciò che si vuole, pur di accumulare denaro. Ma questo è fortemente in contrasto con gli insegnamenti di Gesù.

La legge universale dei Cristiani non è “Fai ciò che vuoi”. Bensì: “Ama e fai ciò che vuoi”.

Prima del “Fai ciò che vuoi” c’è l’imperativo “Ama!”, che vuol dire: “Non essere egoista! Ricordati che esistono gli altri! Ama il prossimo tuo come te stesso!”.

In questo imperativo, “Ama”, è racchiuso il giusto spirito che dovrebbe guidare ogni nostra azione nella vita quotidiana, anche nel mondo del lavoro.

Amare gli altri significa sentirsi parte della società in cui viviamo. E quindi: rispettare le leggi, fare contratti regolari ai propri dipendenti, pagare le tasse… In poche parole: comportarsi bene e ricordarsi sempre che il denaro non può mettersi al posto di Dio.

Purtroppo, oggi, i giovani rischiano di essere influenzati da modelli di vita decisamente diabolici. Il punto d’arrivo delle nuove generazioni, secondo certi cattivi maestri, dovrebbe essere il manager senza scrupoli, che consuma cocaina e calpesta tutti per fare carriera. E poi, magari, va pure in chiesa. Ma solo per farsi vedere e per mantenere un’apparenza rispettabile.

Il peccato ed il male, ovviamente, sono sempre esistiti e sempre esisteranno nella storia dell’umanità. Ma l’importante è non perdere la coscienza del proprio peccato. Oggi si sente dire spesso: “Siccome tutti fanno i furbi, faccio il furbo anch’io”. Ed è questo il relativismo morale: non capire più che si sta commettendo un grave peccato. Si perde la consapevolezza di ciò che è bene e ciò che male.

Invece è importante capire che, nel mondo del lavoro, non si devono calpestare gli altri e non bisogna cercare ad ogni costo il denaro facile. Altrimenti, si scade nell’arrivismo e nella violenza sulle persone.

Vorrei raccontare un episodio che può aiutare a comprendere meglio questo pensiero. Anni fa, fui invitato a fare visita ad un amico che non vedevo da tanto tempo. Si era trasferito in un’altra città, dove aveva dato vita ad un’azienda molto fortunata. Era diventato un manager ricco e di successo.

Quando lo incontrai, gli chiesi: “Come va la tua attività?”. E lui mi rispose: “C’è aria di crisi. Ho dovuto licenziare alcuni dipendenti, per ragioni economiche”.

Poco dopo, il mio amico mi chiese d’accompagnarlo ad una concessionaria d’automobili. Doveva ritirare una macchina molto costosa. Ne aveva già quattro. Ma evidentemente sembravano non bastargli.

Incuriosito, gli chiesi: “Ma tu non eri quello che era in crisi ed era costretto a licenziare i propri dipendenti?”. Il mio amico rispose, sorridendo: “Sì. Però i miei vizietti li voglio mantenere”.

Questo episodio rappresenta la sintesi perfetta di un comportamento diabolico. Il mio amico, giovane manager arrivista, non voleva rinunciare al suo “vizietto” delle automobili lussuose. Ma forse, se avesse comprato qualche macchina in meno, non sarebbe stato costretto a licenziare i dipendenti della sua azienda, mettendo le loro famiglie in difficoltà.

Ciò che contava, per lui, era soltanto il profumo dei soldi. Era letteralmente drogato dalla sua ricchezza e dal suo stile di vita esagerato. Di conseguenza, era costretto a calpestare il prossimo.

È necessario, una volta per tutte, reagire e combattere con forza queste ingiustizie. E’ importante recuperare il senso più autentico del lavoro come aiuto solidale allo sviluppo della società.

I giovani del terzo millennio possono dare un grande contributo a questo cambiamento, rifiutando di inginocchiarsi di fronte ai nuovi altari pagani dell’arrivismo. Al profumo del denaro, impariamo a preferire il valore più autentico di un lavoro onesto e rispettoso degli altri. Sarà un grande dono per tutti.

 

 

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