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The Cherry Orchard by Anton Cechov

Rita Ricci

“Il giardino dei ciliegi” incanta il Quirino

Fino al 15 novembre in scena il capolavoro cechoviano, diretto da Luca De Fusco

Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov, per la regia del napoletano Luca De Fusco, in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 15 novembre è a dir poco sensazionale. Si respira in sala un’atmosfera di decadente signorilità e gaudente cupidigia, due condizioni tipiche dell’aristocrazia russa del XIX secolo, ma anche, secondo Fusco e lo sceneggiatore russo Andrej Konchalovskij, della nobiltà napoletana dell’epoca, inadeguata all’avvento della borghesia.

Emblema della signorilità e della belle epoque è la protagonista Ljuba, una Gaia Aprea, maestosa, che ipnotizza il pubblico, con uno charme e una sensualità impareggiabili. Una performance sublime, talmente realistica, da proiettare lo spettatore dentro il dramma, incapace di distinguere tra realtà e finzione. Nella pièce, Ljuba è un’aristocratica in bancarotta, che rientra nella sua città natale, in Russia, dopo anni vissuti a Parigi, sperperando tutto il denaro in amanti.

Una volta a casa, dal fratello Gaev apprende, che in pochi mesi andrà all’asta il giardino dei ciliegi: parco giochi della loro infanzia e serbatoio inesauribile di ricordi. Nessuno dei due aristocratici muove un dito per salvare la proprietà, tra la disperazione di Varja, la primogenita diligente e lo stupore dell’arricchito Lopachin, che più volte aveva suggerito loro di lottizzare e vendere il terreno.

Un affresco familiare, che rispecchia un’epoca di contrasti sociali e antitetiche visioni politiche, tra la nascente borghesia mercantile e l’aristocrazia in declino. È Lopachin, l’emblema dei nuovo ricchi, “un maiale ben vestito”, come lo definisce Cechov, rispecchiando il comune sentire della nobiltà dell’epoca, impreparata alla rivoluzione industriale e al cambiamento sociale in atto. Ma, sarà proprio il mercante Lopachin a mettere in scacco la nobiltà e a riscattarsi socialmente, in virtù dell’enorme patrimonio accumulato grazie al lavoro e “alla laboriosità delle sue mani”.

Al contrario, i nobili decaduti, sono appellati in modo dispregiativo: “morti di Champagne” e “sperperatori di patrimoni in caramelle”, per declamarne l’inerzia e l’immobilità. Ed è proprio questa stasi a essere enfatizzata, sin dall’apertura del sipario: una scenografia essenziale, tutta bianca, dove i nobili appaiono, appunto, come imbalsamati sulla scalinata dissestata dalle crepe. Lodevole, infatti, è l’impegno di Maurizio Balò nel ricreare questa scenografia surreale e fiabesca, esaltata dal perfetto gioco di luci di Gigi Saccomandi, che alla fine del terzo atto, trasforma il palco in un cinema d’essai, grazie all’uso sapiente del proiettore.

La colonna sonora – musiche originali dell’israeliano Ran Bagno – e le coreografie sono tra loro perfettamente modulate e sincronizzate: un terzo atto folkloristico, inaugurato da una zombie dance, a metà tra il valzer e la danza rituale, merito della coreografa di fama mondiale, Noa Wetheim. Si susseguono più danze, che alleggeriranno l’atmosfera nei picchi di maggiore tensione scenica. In tutti quanti, i nobili, continueranno ad apparire come “bambocci semi-inermi”. Anche i costumi del premio Oscar Maurizio Millenotti, sono eccellenti, curati e barocchi in linea con lo stile russo del XIX secolo.

Onore e merito, dunque, a Luca De Fusco, per aver attualizzato e riportato in auge, l’ultimo capolavoro teatrale di Anton Cechov – il suo testamento spirituale – con un risultato eccellente sia dal punto di vista stilistico che scenico, da meritarsi una standing ovation, con l’augurio di riportare a teatro, i più giovani e i molti disillusi.

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Il giardino dei ciliegi

di Anton Cechov

traduzione Gianni Garrera

adattamento e regia Luca De Fusco

Con Gaia Aprea (Ljuba), Paolo Cresta (Jasa), Claudio Di Palma (Lopachin), Serena Marziale (Dunjasa), Alessandra Pacifico Griffini (Anja), Giacinto Palmarini (Trofimov), Alfonso Postiglione (Piscik), Federina Sandrini (Varja), Gabriele Saurio (Epichodov), Sabrina Scuccimarra (Sarlotta), Paolo Serra (Gaev), Enzo Turrin (Firs)

Scene Maurizio Balò, costumi Maurizio Millenotti

luci Gigi Saccomandi coreografie Noa Wertheim musiche originali Ran Bagno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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