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Teatro alla Scala / Wikimedia Commons - Palickap, CC BY-SA 4.0

“Il giardino degli amanti”, ovvero il fascino della suggestione

Nel 225° anniversario dalla scomparsa di Wolfgang Amadeus Mozart, un nuovo balletto debutta alla Scala di Milano

Si sono concluse a Milano le repliche de’ “Il giardino degli amanti”, balletto nuovo di zecca targato La Scala, realizzato per inaugurare le celebrazioni del 225° anniversario dalla scomparsa del celebre compositore Wolfgang Amadeus Mozart.

Sue sono infatti le musiche che accompagnano la coreografia, per un totale di undici Quartetti (per archi, flauto e archi ed oboe e archi), un Duo (per violino e viola) e un Quintetto (per clarinetto e archi), tutti eseguiti dal Quartetto della Scala e i Solisti dell’Orchestra del Teatro alla Scala.

Del resto la scelta di aprire le celebrazioni con questa realizzazione si inserisce senza scosse nella linea organizzativa di Alexander Pereira, sovrintendente del Teatro alla Scala dal 1° Ottobre 2014, il quale aveva dichiarato di voler inserire nella programmazione scaligera ogni anno un nuovo balletto ispirato a musica da camera.

Già l’anno scorso è andato infatti in scena il primo balletto frutto di questa scelta, ovvero “Cello Suites – In den Winden im Nichts” di Heinz Spoerli, creato nel 2003 dal coreografo svizzero sulle Suites per violoncello solo nn.2, 3, 6 di Johann Sebastian Bach; Spoerli era già stato autore nel 1999 anche di “…und mied den Wind”, sulle Suites per violoncello nn.5,4,1.

“Il giardino degli amanti” però, coreografato da Massimiliano Volpini, pur snodandosi sulle note cameristiche, mette invece in scena i personaggi delle opere del compositore salisburghese, spiriti fantastici che popolano il giardino al calar della notte, coinvolgendo gli invitati della festa in corso nella villa.

Infatti un Uomo (Roberto Bolle; il 13 pomeriggio, il 15 e il 19 Nicola del Freo) e una Donna (Nicoletta Manni; il 13 pomeriggio, il 16 e il 17 Virna Toppi; il 15 e il 19 Martina Arduino), reciprocamente attratti, si perdono nel labirinto di siepi che orna il giardino, incontrando figure settecentesche tra cui spiccano la Regina della Notte (Il Flauto Magico), Don Giovanni e Leporello (Don Giovanni), nonché quattro coppie che narrano le loro vicende: il Conte d’Almaviva e la Contessa Rosina con Figaro e Susanna (da Le Nozze di Figaro), Guglielmo e Fiordiligi con Ferrando e Dorabella (Così fan tutte).

L’avventura fra dame in crinolina e giovani incipriati, che coinvolgono e affascinano i due protagonisti, finisce per trasformare anche questi ultimi in personaggi mozartiani, salvo poi svegliarsi con i propri abiti da festa al sorgere del sole.

Stilisticamente, questa ‘favola musicale’ conquista nuovi e spettacolari orizzonti, ponendosi armonicamente nella scia di evoluzione che il balletto classico ha sviluppato e continua a sviluppare da circa cinquant’anni a questa parte, con il lavoro sia di rifacimento del repertorio sia di nuova creazione da parte di coreografi come Roland Petit (1924-2011), John Cranko (1927-1973), Kenneth MacMillan (1929-1992) e John Neumeier (1942).

Del resto il balletto classico più puro, quello ottocentesco, che ha visto le sue età dell’oro nella fase romantica e tardoromantica, non sarebbe ripetibile in un mutato contesto socio-culturale, e le avanguardie coreutiche del Novecento, che hanno dato luce alla danza moderna, alla danza contemporanea e al teatro-danza, hanno ormai segnato un punto di non ritorno nella storia del balletto.

Questo però non significa che il mondo del balletto classico sia tramontato e debba forzatamente lasciare il posto a coreografie di danza moderna e contemporanea o rispecchiarsi debolmente nelle modalità autodissacranti dei balletti di Mats Ek e Matthew Bourne.

Anzi, il balletto classico puo’ godere di nuova e rinnovata salute, e la storia ce lo ha dimostrato: se i capolavori ottocenteschi possono rivivere e continuare ad essere regalati al pubblico, allo stesso modo continuare a creare secondo quei canoni classici è possibile, ovviamente rispecchiando gusti e stili nuovi, come già sono riusciti a fare i balletti sovietici “Romeo e Giulietta” (1940) e “Cenerentola” (1945) e le successive produzioni dei sopracitati coreografi del secondo Novecento.

E così fa “Il giardino degli amanti”, rendendo allo stesso tempo un omaggio al mondo dell’opera e del Singspiel mozartiano. La perfetta tecnica degli interpreti viene diluita in raccordi fluidi e plastici che danno luogo a un continuo e flessuoso movimento, mentre le scenografie e i costumi di Erika Carretta ci restituiscono un rococò fiabesco, rivisto in chiave moderna, dove i fantasmi dei personaggi operistici si muovono simili a folletti, coloratissimi e floreali, come vere e proprie creature del giardino che li ospita. Insomma, una sorta di “Sogno di una Notte di Mezza Estate”.

E dato che alcuni musicologi hanno intravisto, nella forma sonata adoperata dai compositori del Classicismo viennese, di cui anche Mozart fa parte, una metafora della vita umana, dove una dialettica fra maschile e femminile viene sottoposta ad esplorazioni tonali in un continuo desiderio sia di unione reciproca sia di ritorno alla tonalità principale, quasi si tratti di un ‘romanzo di formazione’ in musica, ecco che questa realizzazione di Massimiliano Volpini mette in scena proprio questo: un Uomo e una Donna persi in un labirinto di vite fantastiche, dal quale si risveglieranno trovandosi nel punto dal quale erano partiti, ma con una consapevolezza nuova e una conquistata maturità.

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