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Il futuro visto da Sud

Segnali di primavera nel Meridione d’Italia, afflitto da tanti problemi

«Una società che non offra alle nuove generazioni sufficienti opportunità di lavoro dignitoso non può dirsi giusta».

Il pensiero di Papa Francesco, che anticipa i temi che saranno al centro anche delle Settimane Sociali, è stato la traccia attorno alla quale i vescovi del Meridione si sono confrontati a Napoli, nel corso di un convegno dedicato a giovani e lavoro. «Quando non si guadagna il pane si perde la dignità, e questo è un dramma del nostro tempo, specie per i giovani, i quali, senza lavoro, non hanno prospettive e possono diventare facile preda delle organizzazioni malavitose». Nelle parole del Santo Padre i contorni della realtà: la questione lavoro, intesa come assenza del lavoro ma anche della precarietà delle sue forme e della sua stessa qualità, rappresenta un’emergenza. Meglio: è una mina vagante, soprattutto al Sud, dove più alto è il rischio che ad essa si accompagnino una destrutturazione delle identità individuali, la frantumazione dei percorsi esistenziali, il pericolo per la tenuta della coesione sociale.

I dati di contesto, angoscianti nella loro brutalità, sono noti: disoccupazione, economia illegale, caporalato. E poi una pervasiva presenza della criminalità organizzata nel sistema economico. Eppure, non è tutto buio. In Calabria, ad esempio, crescono esperienze imprenditoriali innovative, si assiste ad una riscoperta dell’esperienza mutualistica e cooperativa, si osserva un ritorno alla terra, si moltiplicano le denunce degli imprenditori ai clan dai quali sono vessati, si sente nella gente anche una gran voglia di nuova politica. A guardare bene, si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un bivio: ora o mai più. Non coltivare queste piccole gemme, disperdere il seme di speranza in esse contenute, soffocarle con la prepotenza acquisitiva di una politica indifferente e non lungimirante è la principale responsabilità di chi, detenendo il potere, ha anche il dovere di costruire la casa comune.

Su tutto questo, sulla capacità di governare e tutelare il territorio, di sognare e programmare il futuro, si gioca la credibilità di tutti e di ciascuno. In particolare, che cosa e come rispondere, in quanto Chiesa, alla fame di lavoro dei giovani, guardando in faccia i problemi e senza scoraggiarsi? Viste dalla Calabria, alcune azioni sembrano urgenti. La prima e più importante è quella di rifondare una comune idea di sviluppo, in una rinnovata consapevolezza del bene comune come fine proprio dell’azione politica ed economica nella più ampia cornice della consapevolezza che il lavoro non è creato da leggi, decreti e sussidi, ma solo da imprenditori innovativi e da imprese capaci di stare su mercati sempre più competitivi e globalizzati. La seconda, necessaria azione coincide con la creazione di una capillare rete regionale per la valorizzazione coordinata dei beni culturali, artistici, architettonici, archivistici e bibliografici, anche di competenza o proprietà ecclesiale, a sostegno dell’industria turistica. È altrettanto indispensabile, poi, promuovere agricoltura e natura, di cui le terre meridionali (e calabre) sono ricche, ma ci vorrebbero una cabina di regia e tanti esempi virtuosi ed efficaci, come ad esempio la confisca dei terreni di proprietà dei mafiosi e la loro assegnazione a cooperative giovanili.

Nell’attesa di questa primavera, non si può che adoperarsi perché essa giunga presto, tenendo bene a mente l’insegnamento di don Pino Puglisi: «A che servono le parole, se non a dire bene o male? Benedire o maledire. Solo a questo servono. E ancora una volta si tratta di scegliere cosa farne». E da che parte stare.

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