Il dramma dell'uomo consiste, più che nella propria morte, nella morte dell'amato

Una riflessione sul destino umano

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La morte: il problema di sempre.
La morte: il problema più comune. Il primo e l’ultimo.
Strisciante, magari non verbalizzato, latente, ma costantemente attuale. Il più urgente ed inevitabile. Il più tangibile e familiare e forse, proprio per questo, odiernamente, il problema meno trattato, il più reietto ed esorcizzato. Tutti attanaglia e tartassa eppure nessun sit-in, nessuno sciopero o class action, nessun Blocco a sfilare e sfidare tanta inderogabile iniquità.

La condizione umana, a ben vedere, appare assai paradossale e drammatica.
L’uomo: desiderio sconfinato ed assoluto in un involucro di caducità. Anelito di stelle dissolve nella polvere. L’uomo: spirito incarnato, né angelo né bestia, un ibrido assurdo e straordinario.
L’uomo: slancio titanico all’inseguimento di un’infinita beatitudine si infrange su di una macabra certezza, che tutto dovrà finire. “Io voglio essere felice e voglio che le persone che amo siano felici e che lo siano per sempre”: il grido più profondo della nostra anima. Rimbomba come una eco silente, sfondo di ogni giudizio ed azione.

La ricerca della felicità è il desiderio più radicale di ognuno di noi. Ma che valore potrà avere una felicità condannata all’impermanenza, con una data di scadenza inoculata nell’anima? La vita reclama ed esige l’eterno, l’immortalità. Ma per quanto ognuno di noi si possa affaccendare e sforzare a tutelare la persona amata, i propri cari, a nessuno di noi è dato poter aggiungere un istante in più al tempo loro concesso. 

L’immortalità ci travalica, ci oltrepassa. E’ un dono sovraumano. L’uomo da solo non è in grado di vincere la morte. Solo ad un Dio spetterebbe un’impresa tale e se veramente esistesse un Dio così generoso e magnanimo nei nostri confronti quale dovrebbe essere la gratitudine con la quale dovremmo contraccambiarlo?

Il dramma dell’uomo consiste, più che nella propria morte, nella morte dell’amato.
Il 2 novembre 2013 abbiamo ricordato i nostri cari defunti nella speranza di poterli, un giorno, riabbracciare nuovamente.

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Giuseppe Maria De Lillo

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