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A boat carrying migrants trying to reach Europe

Foto © Guardia di Finanza - Ufficio Centrale Relazioni con il Pubblico

Il Comandante della Guardia Costiera racconta del salvataggio dei migranti

Paolo Cafaro ricorda che sono 650mila i i migranti salvati dall’agosto del ’91, quando ebbe inizio l’emergenza dei flussi migratori a seguito della crisi sociale e politica in Albania

Al Meeting di Rimini, ieri a fianco della mostra “Migranti, la sfida dell’incontro” c’è una piccola e affollatissima arena. È qui, a “Un caffè con”, che è proseguita la mostra sul tema dell’immigrazione. Al centro dell’incontro Paolo Cafaro, comandante della Guardia Costiera.  A condurre l’appuntamento il giornalista Giorgio Paolucci, uno dei curatori della mostra.

“Quando riceviamo una richiesta di soccorso – esordisce Cafaro – non siamo felici. Significa che qualcosa ha fallito nella nostra attività quotidiana di prevenzione dove operiamo per evitare l’emergenza. A quel punto facciamo tutto per evitare che le persone muoiano. Altri dovrebbero fare altro”.

Di quali emergenze si tratti è mostrato in un video: il salvataggio dell’equipaggio di una barca a vela nel mare grosso a Nord della Sardegna, poi il soccorso a un mercantile a Sud est della Sicilia, il recupero di un ferito grave con l’appoggio di un elicottero nell’Alto Adriatico.

Nel Mare Egeo traggono naufraghi dalle acque. Lo stesso, notte e giorno, anche dal Canale di Sicilia. Restano impresse le immagini dell’uomo probabilmente africano che, sfinito, è afferrato alle braccia aperte in croce e strappato dalle acque. Dentro un tramonto stupendo, due vedette della Guardia Costiera tornano a riva stracariche di africani che battono le mani per ringraziare di aver avuto salva la vita.

Sono 650mila i migranti salvati dall’agosto del ’91, quando ebbe inizio l’emergenza dei flussi migratori a seguito della crisi sociale e politica in Albania.

Paolucci chiede quale impatto abbia rappresentato tutto questo per Cafaro. Il comandante risponde con quanto è accaduto a due suoi equipaggi.

“Dirigevo i soccorsi, non avevo contatti diretti con i naufraghi, ma i miei equipaggi sì. Nel febbraio 2015 due nostre unità navali misero in salvo tra Lampedusa e la Libia due gommoni: in tutto duecento persone. Era freddo. Erano senza scarpe, senza magliette. Era freddo, molto freddo – lo ripete e sembra senta freddo anche lui, anche chi ascolta – li salvarono tutti. Dodici morirono durante il trasporto. Salvarli e vederli morire: fu uno choc per i nostri. Non ci fu nulla da fare. Partii con un team di psicologi per sostenere gli equipaggi. Non vollero nessun psicologo, solo tornare in mare per salvare altre persone”.

Ma l’Unione Europea, sollecita Paolucci, non può essere unita nell’affrontare il dramma?

Cafaro è deciso: “Nel 2013 e 2014, gli anni apicali, l’Italia era sola. C’eravamo noi e la Marina Militare. Nel 2014 per salvare 170mila migranti dirottavamo i mercantili: ottocento ne abbiamo dirottati, con un grosso sforzo da parte degli armatori. Dal 2015 sono entrate anche Norvegia, Francia, Inghilterra, Germania, le Ong di Malta e Medici senza Frontiere. Ma – e qui il tono della voce si alza – solo la cooperazione strutturata permanente può dare risultati, occorre una Guardia costiera europea.

Non basta Frontex”, l’Agenzia europea di cooperazione internazionale il cui scopo è il controllo delle frontiere. Occorre un ulteriore passo: “Non si può affrontare la questione dei migranti come un qualunque altro problema di soccorso. Lo facciamo, è la nostra coscienza, ma non basta”.

Quali responsabilità chiedere ai paesi da dove partono i profughi?

“L’Egitto ha tutte le condizioni per evitare che le persone prendano illegalmente la via del mare. Ma non lo fa. Lo ha fatto la Turchia: abbiamo avuto tre casi di navi lanciate dalle coste turche con il motore avanti tutta bloccato, il timone bloccato. Ci arrivava la telefonata, riuscivamo a salire a bordo e fermare l’imbarcazione a poche miglia dalla costa. Se non ci fossimo riusciti sarebbe stato un disastro. La Turchia ha aumentato i controlli, fatti del genere non sono più successi. Perché con l’Egitto non è la stessa cosa?”

Filippo è uno studente universitario, fa la guida alla mostra dei migranti. Chiede a Cafaro: “Come fa a non arenarsi davanti alla morte di chi non salva?”. “Perché viviamo il nostro lavoro come missione – risponde il comandante – sacrificando tutto, mi creda, con semplicità e modestia”.

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