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Card. Angelo Scola

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Il cardinale Scola in missione in Iraq

Dopo il suo intervento in Libano al Sinodo dei vescovi locali, il prossimo 19 giugno, l’arcivescovo di Milano, visiterà il campo profughi di Erbil

Dopo Filoni, Sandri e Nichols, un altro porporato si appresta ad affrontare un rischioso viaggio tra i rifugiati dell’Iraq. La visita del cardinale Angelo Scola in Iraq è stata annunciata ieri dallo stesso arcivescovo di Milano durante il consueto incontro con i cresimandi della diocesi ambrosiana.

La missione in Medio Oriente del cardinale Scola durerà complessivamente dal 16 al 20 giugno, e si aprirà in Libano con la sua partecipazione al Sinodo dei vescovi locali sulla famiglia e sulla presenza dei cristiani nel paese e in tutto il Medio Oriente.

In seguito, il 19 giugno, Scola si recherà in Iraq, visitando i campi profughi di Erbil, in favore dei quali domenica scorsa è partita una raccolta straordinaria di fondi da parte della Caritas Ambrosiana.

Secondo quanto riferito dall’arcivescovo di Milano ai  microfoni di Radio Vaticana, la visita è stata sollecitata dagli amici patriarchi Béchara Raï, dei maroniti, e Louis Raphael Sako, dei caldei.

“Loro mi hanno invitato caldamente: soprattutto in Iraq, sentono molto il bisogno che la nostra solidarietà si esprima anche in gesti tangibili”, nello spirito di “uno scambio di comunione tra le Chiese”, ha dichiarato Scola.

Le persecuzioni dei cristiani in Medio Oriente, ha proseguito il porporato, sono un po’ come “un pugno nello stomaco e una provocazione nobile, a noi cristiani europei, a essere più seri nella testimonianza”, per poter vivere un “martirio della pazienza”, distinto dal “martirio del sangue” vissuto dai fratelli orientali.

Soffermandosi sulla raccolta fondi della Caritas, il cardinale ha ricordato che “la verità della comunione si vede anche nel riconoscimento del grande principio della Dottrina sociale, della destinazione universale dei beni”.

Se il bisogno dei nostri fratelli delle chiese orientali “non ci muove a rinunciare a qualcosa, non soltanto del superfluo, ma anche del necessario per aiutarli, vuol dire che la nostra comunione è ancora troppo una parola”, ha poi concluso Scola.

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