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Il calice amaro della morte dolce

Nel suo editoriale su “La Gazzetta del Sud” di oggi, il vescovo di Catanzaro-Squillace riflette sugli ultimi concertanti sviluppi dell’eutanasia in Belgio

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, scriveva in una delle sue poesie più intense Cesare Pavese. Per Frank van den Bleeken la morte arriverà per mano di un infermiere e d’una siringa infilata nel braccio. Così ha scelto il cinquantaduenne, violentatore seriale e omicida in carcere da 30 anni, come da espressa richiesta inoltrata alle competenti autorità belghe. La Corte ha accolto la richiesta: si può essere autorizzati a morire, se questo è il desiderio coltivato. Poco importa se a chiederlo sia stato un detenuto con disturbi psichici: nel mondo d’oggi si può. Figurarsi in Belgio, dove in media ogni giorno 5 persone chiudono gli occhi per mano del boia di stato perché c’è la pena di morte.

Torna, insomma, nella cristianissima Europa la pena di morte. Magari utile anche per nascondere le pecche, i vuoti e le responsabilità di un sistema carcerario incapace di redimere, figurarsi di aiutare a ricostruire esistenze e percorsi di crescita. Per non destare scandalo, l’Occidente orgoglioso di aver sradicato con la pena capitale una forma di umiliazione della dignità umana, veste le sue scelte coi panni dell’eutanasia, innalzando i vessilli della libertà e dell’autodeterminazione che portano ad ottenere un veloce trapasso da qui all’aldilà dal servizio sanitario pubblico, in ossequio a leggi che non la riconoscono come tragedia da scongiurare, ma la annoverano tra i servizi da erogare al cittadino. Una pulsione nichilista alla quale potrebbe seguirne una ancor più spaventosa: alleggerire la pressione nei penitenziari sovraffollati proponendo il calice amaro della morte dolce a chi non vuole marcire in galera come rifiuto reietto e abbandonato, magari facendo passare il provvedimento come uno sconto di pena.

È un assurdo di fronte al quale non si può rimanere insensibili, men che meno immobili. Soprattutto i cristiani, ma anche quanti da posizioni diverse hanno sempre difeso i principi di civiltà, sono tenuti a ricordare d’essere custodi del valore spirituale della vita, propria, e altrui. “Gesù – ricordava qualche tempo fa il papa emerito Benedetto XVI – soffre e muore in croce per amore. In questo modo ha dato un senso alla nostra sofferenza, sperimentando serenità profonda anche nell’amarezza di dure prove fisiche e morali”. Parole ed esempi dai quali scaturisce la necessità di coltivare il coraggio di annunciare la verità, di dire con chiarezza che l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza. “La vera risposta – aggiungeva il Pontefice emerito – è testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano”.

Occorre allora dire no con fermezza, a chi della vita altrui ritiene di poter disporre a piacimento. Bisogna condannare l’eutanasia e va pure combattuto l’accanimento terapeutico. Si favoriscano le cure palliative, per allontanare quanto più possibile il dolore, ma si rammenti che è la dignità che non bisogna mai ferire: i medici tornino a riscoprire il rapporto umano coi pazienti (e viceversa), rifuggendo dallo schema esclusivo dei rigidi protocolli scientifici, applicati ormai quasi meccanicamente.

Verrà la morte: che abbia gli occhi della dolcezza.

+ Vincenzo Bertolone

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