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Il bordo del mistero: aver fede nel tempo dell’incertezza

Nel suo ultimo saggio il teologo domenicano Timothy Radcliffe affronta i dilemmi dell’epoca contemporanea: la crisi economica, i gay e la Chiesa, la speranza e il fondamentalismo, le domande «ultime» delle religioni

Il valore del corpo e le sfide della globalizzazione; la bellezza della musica e il ruolo della speranza nella crisi economica; la scelta per la consacrazione religiosa come «sfida» allo storytelling della cultura contemporanea e le domande inquiete dei giovani d’oggi.

Nel suo nuovo libro Il bordo del mistero. Aver fede nel tempo dell’incertezza (Editrice missionaria italiana, pp. 144, euro 14), il teologo e biblista inglese Timothy Radcliffe, docente a Oxford, spazia su questi temi «caldi» con la lucida visione che lo ha reso uno degli autori di spiritualità cristiana più letti al mondo.

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In questo testo, realizzato in esclusiva insieme a Editrice missionaria, Radcliffe affronta varie tematiche con il suo stile brillante, ricco di citazioni e rimandi: si va da Marilyn Robinson, l’autrice di Gilead, al suo connazionale Gilbert Chesterton, dal film Uomini di Dio al pensiero del teologo Marie-Dominique Chenu, dallo scrittore Primo Levi alla sapienza di san Domenico, il fondatore dell’Ordine religioso cui Radcliffe appartiene.

Il bordo del mistero si presenta come una sorta di piccola mappa del mondo di oggi visto con gli occhi della fede, in particolare su alcune delle questioni più dibattute della società e delle religioni: la crisi economica, il terrorismo, il declino della pratica religiosa, le difficoltà della Chiesa, il pericolo-fondamentalismo, il rapporto tra la comunità cristiana e gli omosessuali.

A tutto questo Radcliffe guarda con sguardo non ingenuo ma illuminato dalla sapienza del Vangelo di Gesù: «I politici pensano solo alle prossime elezioni; le aziende, al prossimo bilancio; i giornalisti, alla prossima scadenza. Le religioni ci riportano ai grandi interrogativi: che cosa significa essere umani? Qual è il nostro destino? C’è qualcosa, piuttosto che il nulla? Abbiamo di che gioire? Possiamo sperare?».

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