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Ida: storia di fede e riscoperta di sé

Il film polacco in bianco e nero Ida vince l’Oscar 2015 come Miglior Film Straniero grazie al suo rigore formale e la sua toccante storia di una novizia che scopre di essere ebrea

Viaggio alla riscoperta di sé, road-movie (film con tema centrale il viaggio in macchina), percorso di formazione, film sulla coscienza storica… tutto questo è Ida, film del regista polacco Paweł Pawlikowski e vincitore del Premio Oscar 2015 come Miglior Film Straniero. Ciò che più è interessante è che tutto questo si condensa in una durata assolutamente atipica: 80 minuti.

La vicenda si svolge nella Polonia degli anni ’60. Anna è una giovane novizia che poco prima di prendere i voti viene convinta dalla Madre Superiora ad incontrare la sua unica parente rimasta in vita, e che fino ad allora non aveva mai conosciuto.

Conosce così Zia Wanda; cinquantenne intelligente ed elegante, appartenente all’élite del regime comunista, ma anche disillusa, cinica e dedita all’alcool. Anna scopre una terribile verità: è di origini ebraica e il suo vero nome è Ida. Scopre inoltre che i suoi genitori morirono in circostanze misteriose durante la seconda guerra mondiale. Wanda convince la nipote a cercare la verità sulla morte dei genitori; iniziato come un viaggio di conoscenza storica, il loro diventerà un viaggio di conoscenza di sé e dell’altra.

Anna/Ida entrerà strettamente in contatto con il mondo della zia e più in generale con il mondo della vita ordinaria. Quella di Ida diventa una ricerca su più livelli: ricerca delle sue origini, ricerca di quel mondo che non ha mai conosciuto, ricerca di se stessa e della propria spiritualità che fino a quel momento era una certezza e che ora, forse, inizia ad incrinarsi.

Qui sta la grandezza di Pawlikowski e la motivazione del suo meritatissimo Oscar: aver avuto la capacità di fondere la Macro-Storia con la Micro-Storia.

La storia della Polonia sotto il regime comunista, la storia dei suoi difficili cambiamenti sociali e politici, si fonde con la storia personale di due donne agli antipodi: una dalla vita religiosa salda e forte, l’altra dalla vita dissoluta, piena di eccessi e rimorsi per ciò che ha fatto durante la seconda guerra mondiale.

È dunque un dramma tutto al femminile il film del regista polacco, in cui le costanti di riflessione sono la contraddizione tra vita religiosa e vita laica, e le macchie indelebili degli orrori dell’antisemitismo prima e l’omologazione forzata del regima comunista dopo.

Ida deve rimettere insiemi i pezzi della sua storia passata, ma quando lo farà le conseguenze saranno devastanti: la conoscenza delle proprie radici, la pone di fronte ad una vita condotta finora su una falsa credenza. La sua esistenza entra in crisi e con essa l’intenzione di prendere i voti; si apre per lei un momento di scontro tra fede e negazione di quella stessa fede.

A contribuire a questo scontro c’è l’entrare in contatto con una realtà, quella della Zia Wanda, che un universo chiuso come quello di un convento le aveva impedito. Ida deve fare i conti non solo con le sue origini, ma con la propria femminilità riscoperta grazie alla zia. La scelta che alla fine farà (se prendere i voti o abbracciare la nuova vita conosciuta grazie alla zia) sarà figlia comunque di un cambiamento e carica di un nuovo apporto alla sua personalità. Due donne dunque oppostenella loro natura, ma legate da un dolore comune.

Questa opposizione, così come quella tra conoscenza storica e personale, è resa magistralmente dall’impianto tecnico-formale del film. I dialoghi sono intermezzati da lunghe pause cariche di pathos e angoscia. Le parole non sono sufficienti ad esprimere il dramma interiore delle due donne e rischierebbero di banalizzare gli eventi; solo lo sguardo riesce a rendere a pieno le emozioni vissute in un intreccio di comprensione reciproca e naturale discostamento tra le due condotte di vita.

Le inquadrature decentrate e sbilanciate conferiscono alla protagonista il suo straniamento dalla realtà, in contrapposizione alla sua apparente serenità. Ripresa dal basso, Anna è schiacciata e dominata dall’ambiente e dal corso della storia.

Il tutto è rifinito da una straordinaria fotografia e da una scelta audace: l’uso del bianco e nero.

I chiaro scuri e le tonalità del bianco e nero e del grigio risultano vibranti ed emozionanti, rendendo contemporaneamente la credibilità della storia e le sfumature dei pensieri delle donne.

Il risultato finale è un crescendo di tensione emotiva che cattura lo spettatore e che lo porta ad essere empatico con entrambe le donne, ed è proprio il continuo intreccio tra la dimensione storica e la dimensione personale a non far calare mai tale tensione.

Zia e nipote ricercano la propria pace interiore sullo sfondo di una Polonia fustigata ma allo stesso tempo incoraggiante un cambiamento; se per Wanda questa pace lentamente sfugge e sembra inafferrabile, per Ida la sua conquista passa per la conoscenza del mondo e per la ricostruzione della propria vita.

Pawlikowski ha saputo costruire un raffinato dramma che ha in ogni suo aspetto un punto di forza; il risultato è stato quello di donare al pubblico uno scorcio della Polonia della sua infanzia, sul cui sfondo si staglia una suora che affronta il suo presente, il suo passato e il suo futuro con la presenza forte della fede nel suo cuore, nel costante tentativo di confermarla e farla approdare ad un livello più profondo e consapevole: “Che succederà se arrivata lì scoprirai che non c’è nessun Dio? Dio è ovunque. Lo so!”.

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